da FAMIGLIA CRISTIANA nº 42/1999 pag. 47

Wall street, 70 anni fa

Lezioni di Borsa

Wall Street, 24 ottobre 1929. Un giovedì di settant'anni fa, il cui ricordo pesa come un macigno sulla coscienza del capitalismo. Fu l'inizio del Grande Crollo che, propagatosi a macchia d'olio in Asia e soprattutto in Europa, segnò il passaggio da un'era di benessere sfrenato a un lungo periodo di miseria, contrappuntato da guerre e dittature.

Il boom borsistico prese l'avvio nel 1924 e l'indice Dow Jones, marciando al ritmo di un più 28 per cento l'anno, raggiunse il 3 settembre 1929 "Quota 381", quando le azioni della General Motors valevano 81 dollari, le United Steel 262 e il più brillante fra i Fondi d'investimento (invenzione dell'epoca), l'America Founders, era scambiato a 117.

Poi, quel 24 ottobre, milioni di azioni vennero improvvisamente gettate sul mercato. Solo mettendo assieme la gigantesca cifra di 4 miliardi di dollari (di allora), banchieri e speculatori, che avevano tutti scommesso sul "rialzo infinito", riuscirono ad arginare l'ondata. Illusione: Wall Street continuò ad affondare sino all'estate del 1932: General Motors a otto dollari, United Steel a ventidue, il celebrato American Founders a 50 centesimi!

«Stiamo andando verso un nuovo '29?», si chiede Paul Krugman, brillante economista statunitense, autore di un saggio appena pubblicato in Italia da Garzanti: Il ritorno dell'economia della depressione. I segnali premonitori sono molteplici: bassi tassi d'interesse, primato della finanza sull'economia reale, forsennata speculazione, ingresso sul mercato di troppi sprovveduti che credono all'esistenza dell'albero degli zecchini d'oro. «Il fatto che qualcosa di simile possa accadere nel mondo moderno, dovrebbe far venire i brividi a chiunque abbia un minimo di senso della storia», ammonisce Krugman.

Predica solitaria, tuttavia. Altri economisti, preannunciano mirabilie per Wall Street: i valori delle azioni raddoppieranno nel prossimo lustro, e moltiplicheranno per dieci entro il 2027. A chi credere? La prudenza è in ogni caso vivamente raccomandabile, se lo stesso presidente della Federal Reserve, Alan Greespan, parla d'irrazionale esuberanza dei mercati. poiché la storia non è acqua, ricordiamoci di quel 24 ottobre di settant'anni fa: che si tratti di un fantasma, è ancora da dimostrare.

Giancarlo Galli

 
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da Avvenire del 16 aprile 2000 da Prima Pagina

Sull'ottovolante una regola si impone

Il 16 luglio 1998, dopo la chiusura della Borsa, vi fu una gran festa a New York: i brooker celebrarono l'ennesimo exploit del Dow Jones: «Quota 9.337». Era un giovedì, e nel weekend il severo governatore della Federal Reserve, Alan Greenspan, ammonì: a Wall Street s'è perso ogni contatto con la realtà.

Per qualche settimana, professionisti della Borsa, speculatori, nonché l'immenso popolo dei «giocatori», trattenne il fiato. Poi, la corsa al rialzo riprese, frenetica. A dispetto della logica, del buon senso, di ogni memoria storica sui crack che seguono i boom. Alcuni mesi fa il Dow Jones ha toccato «Quota 11.700», ed ancor meglio ha fatto l'indice Nasdaq (quello dei titoli High-tech) passato da 3 mila a più di 5 mila. Grazie ai supposti «miracoli» delle aziende legate a Internet. Quanto alle Borse europee e asiatiche, non sono state da meno. Record a getto continuo.

Cito dati incontrovertibili, innanzi agli eventi, dipinti come drammatici, delle ultimissime ore. Riassunti dai cubitali titoli: «Crollo». Eppure, osservando gli stessi indici, troviamo il Dow Jones a 10.307, il Nasdaq a 3.319. Anche in Europa si viaggia su quotazioni in calo di un 15-30 per cento rispetto ai massimi, ma sempre superiori, e non di poco, a 20 mesi fa. Il che non ha impedito alla paura di arrivare ai confini del panico.

Cosa giustifica il brusco e brutale mutamento? Inutile andar troppo per il sottile, ricercando cause monetarie (ad esempio il ventilato aumento dei tassi d'interesse), industriali (gli incerti profitti delle aziende), i timori di un ritorno dell'inflazione. Per chi non lo sapesse, gli accademici dell'economia di mercato, stanno ancora litigando sulle origini della Grande Crisi del 1929. Con i neo-keynesiani in rissa con gli iperliberisti. Figuriamoci se possono essere precisi sul presente!

La questione tuttavia potrebbe essere più semplice. Da un lustro almeno, s'era diffusa la convinzione che le Borse fossero divenute una Fabbrica dei Soldi. Portandovi i propri quattrini, vi era un'unica possibilità: guadagnare, arricchendosi. Con gli Stati complici interessati: attraverso le privatizzazioni, riducevano il debito pubblico. Ovunque immenso. S'è demolita insomma la cultura del risparmio tradizionale per edificare quella dell'albero dagli zecchini d'oro. La stessa pubblicità delle banche, dei fondi d'investimento, è lì a dimostrarlo.

Nessuno però ha voluto spiegare alla gente la più elementare delle regole della roulette borsistica: l'alternarsi dei cicli, le manovre spregiudicate di tanti finanzieri, l'esistenza di un rischio che fa dire agli esperti onesti: Attenzione!, in Borsa si va coi soldi che si è disposti a perdere. Ed in moltissimi, in questo frangente, si trovano appunto «in perdita», essendo saliti sul treno in apparenza lanciato ad altissima velocità verso stellari traguardi, in verità prossimo alla retromarcia.

Il problema di fondo, cruciale, è di altra natura. Indipendentemente dai futuri (assolutamente imprevedibili) andamenti delle quotazioni, bisogna chiedersi:

1. Nel Mondo, vi sono almeno 200 milioni di famiglie con interessi in Borsa. Fra queste, cinque milioni di famiglie italiane. Cosa potrebbe, per loro, significare un violento ribasso? In sostanza ben poco, se avranno la possibilità e la forza d'animo di attendere stagioni migliori, che non mancheranno. Sui «tempi lunghi» (decenni) l'investimento azionario è infatti, ed in assoluto, il più redditizio. Tuttavia si teme che in troppi, fruendo di compiacenze bancarie, abbiano compiuto il passo più a lungo della gamba. Ora trovandosi paurosamente sbilanciati e indebitati. Il che vale soprattutto per coloro che si sono gettati a capofitto sui titoli dell'alta tecnologia: non raramente, dei battelli corsari.

2. I possibili riflessi sull'economia reale, partendo dai consumi. Non pochi che si credevano ricchi, possono essere portati a tirare i remi in barca. Avvenisse, le ripercussioni sulla produzione del commercio, sarebbero inevitabili, entreremmo in un ciclo negativo, che smentirebbe clamorosamente i recentissimi fatticini di una forte espansione dell'economia, con benefici sia per il tenore di vita che per l'occupazione.

Allo stato dei fatti, nessun elemento giustifica eccessi di pessimismo. Eccetto uno: l'inversione psicologica. E poiché il moderno capitalismo si fonda essenzialmente sulla propensione ad arricchirsi, comunque e a ogni mezzo, il dissolversi del sogno illusorio può provocare danni immensi.

Non a caso, quella riunione del G7 di Washington, da tempo programmata e che pareva essere destinata alla «normale amministrazione» delle potenze capitalistiche, va assumendo un significato più rilevante. Quasi una nemesi, persino i più accesi fautori del libero mercato, s'attendono qualche decisione regolatrice. Regolatrice di una collettiva follia, ben incarnata da queste Borse, che si muovono simili a vetturette sull'ottovolante di un Luna Park globale.

C'è da supporre (e da temere) che ben poco accadrà a Washington; però sarebbe estremamente positivo se l'occasione fornisse ai Potenti del Pianeta l'opportunità di ragionare coi piedi ben fissi sulla terra. Su una Terra in cui si coltivano, al tempo stesso, illusioni di facile arricchimento trascurando le miserie dei poveri; in cui il risparmio da virtù s'è trasformato in vizio dell'azzardo; in cui le aziende vengono valutate non per quel che producono ma per i miraggi che prospettano.

Vi sono almeno otto probabilità su dieci che la crisi borsistica venga superata. Ma perché attendere la prossima, magari decisiva e catastrofica, anziché da subito mettere un argine alle degenerazioni del capitalismo d'avventura?

Giancarlo Galli

 
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da Liberazione del 26 aprile 2000

Capitalizzazione di mercato e valore del nulla

La capitalizzazione in Borsa di Tiscali ha sorpassato quella della Fiat. Più di recente un'inconsistente e sconosciuta azienda di e-commerce, la e.Biscom, si è messa a rincorrere anche la capitalizzazione di Tiscali. Poi ne verranno altre, sempre più piccole nella realtà, sempre più grandi nelle quotazioni. Fino a quando?

Converrà rammentare che la capitalizzazione di Borsa rappresenta il valore di un'azienda sul mercato, e si calcola moltiplicando il numero delle azioni in cui è ripartito il capitale sociale per la quotazione di ciascuna di esse, vale a dire la fluttuazione di valore che i titoli vengono prendendo per effetto del gioco della domanda e dell'offerta. Le vendite abbassano la fiducia in un dato titolo e ne diminuiscono la quotazione (e la capitalizzazione della società); gli acquisti, viceversa, innalzano l'attenzione sul titolo e innestano il circuito della sopravvalutazione.

Ma, a parte i problemi attuali, la Fiat si sostanzia in un enorme patrimonio di immobili e macchinari, sparsi per il mondo; in magazzini di automobili e ricambi; in una ricchezza di ricerche, conoscenze tecniche e tradizione delle maestranze; in una rete capillare di assistenza; nel controllo non estemporaneo di una fascia del mercato internazionale. Tant'è vero che gli americani vi hanno visto l'affare, e se la sono comprata.

Dietro la Tiscali c'è il nulla, in fatto di patrimonio: di immobili, forse quello degli uffici in Sardegna; di macchinari, pochissimi, a parte qualche attrezzatura informatizzata per smistare i collegamenti; di linee telefoniche proprie, neppure un metro; in magazzino neanche un apparecchio telefonico, perché gli utenti usano quelli loro o quelli della Telecom. C'è stata solo un'intuizione affaristica del padrone, Renato Soru, all'indomani della liberalizzazione del mercato telefonico: che fu un regalo ai privati da parte dello Stato, il quale invece aveva fatto investimenti pubblici ingentissimi per ricerche, tecnologia, impianti fissi e linee. Tiscali ha dunque pensato di rivendere collegamenti telefonici, acquistati dalla Telecom e da operatori stranieri, senza disporre in proprio di alcuna attrezzatura, senza fare investimenti di ricerca.

Sulla base di questa intuizione, Soru (una specie di Bill Gates nostrano, fatte le dovute proporzioni) per ora rivende telefonate e collegamenti alle reti informatiche, e intanto si pone come testa di ponte, in Italia, per gli operatori stranieri: un altro grosso affare, indirettamente a spese dei passati investimenti della Telecom. Le azioni della company cagliaritana hanno visto il loro valore incrementarsi del 50% nel 2000 e circa dell'800% dall'inizio dell'avventura, e il padrone, con un po' di autotrading (vendendone e incassando quando ci sono le impennate, ricomprandone quando il calo rende appetibile il riacquisto), non poteva sbagliare e si è arricchito come un creso. E qualche guadagno lo ha fatto anche chi ha comprato e venduto al momento giusto, rischiando molto, data l'inconsistenza degli asset patrimoniali sottostanti il valore reale del titolo. Questa è una storia nostrana, ma non è l'unica. Perché il mondo - specialmente gli Stati Uniti - è pieno di titoli informatici, di nuove tecnologie, di intermediari al dettaglio e all'ingrosso in e-commerce: new economy, insomma, basata sulle mode indotte dai mezzi di comunicazione, sulle notizie, su aspettative spesso inconsistenti, sulla speranza di un'ascesa continua del mercato.

Tutto questo non è neppure finanza in senso tradizionale, ma finanza "virtuale", che dietro di sé non ha la produzione ma un mercato di parole: economia delle illusioni, insomma. È bastato il profilarsi del ridimensionamento del monopolio della Microsoft per innescare un'ondata di forti ribassi per tutte le quotazioni, non solo quelle dei titoli tecnologici, da New York a Milano, a Londra, a Tokyo; a dimostrazione dell'attuale fragilità e vulnerabilità della Borsa, ritenuta il tempio del capitale.

Ci si chiedeva, fino a pochi giorni fa: «Durerà la tendenza al rialzo delle borse, trainata dai titoli informatici e telefonici? Per un po'; con alti e bassi; puo darsi; ma non all'infinito». Qualcuno diceva: «Il tonfo verrà e sarà senza paracadute, perché dietro questi titoli spesso c'è soltanto un'intuizione speculativa di breve periodo, e il nulla quanto a consistenza reale. E tutti si affretteranno a venderli, facendo precipitare sempre più le quotazioni dell'intero mercato borsistico internazionale».

Gli ultrà della nuova economia giù a darsi di gomito, e quello a insistere, sempre più serio: «perché gli apparati produttivi con un patrimonio di ricerche e d'impianti possono calare di valore e, in momenti di crisi, anche svendersi; gli apparati di parole, non appena i discorsi cambiano - e nei tempi nostri cambiano rapidamente - mostrano la pienezza della loro inconsistenza». Un esempio recentissimo? Quello della Lastminute.com, di Brent Hoberman e Martha Lane Fox; una ditta armata solo di terminali, operativa nell'intermediazione dei biglietti invenduti di aerei e spettacoli. Nell'ultimo mese, dall'essere una star delle Borse a Londra e New York, ha visto precipitare le sue quotazioni del 50%.

Se il rischio fosse solo quello di una perdita colossale di chi, nel suo piccolo o in grande stile, s'è arricchito o ha sperato di farlo, pazienza. Ma pericoli più gravi possono incombere su intere economie nazionali. Si pensi all'impatto dei fondi d'investimento, se persino la Banca d'Italia, non molto tempo fa, ci rimise un bel gruzzolo per aver investito una parte dei trattamenti di fine rapporto nei famigerati edge fund (fondi ad alto rendimento ma ad altissuno rischio), e si avrà un'idea più precisa del rischio collettivo che si porta dietro la finanziarizzazione assoluta dell'economia, cioè il sistematico disancoraggjo degli scambi da una base reale, produttiva; e con la possibilià che i tracolli delle Borse (come è già avvenuto in Asia) possano aprire varchi nelle aspettative degli investitori o nella fiducia dei risparmiatori, fino a lasciare spazi al panico.

Nico Perrone

 
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