da FAMIGLIA CRISTIANA nº 46 del 21/11/1999 pag. 121, rubrica PARLARE E SCRIVERE
Imperversa la festa di Halloween
Essere colonia non vuol dire solo imparare, per amore o per forza, la lingua dei colonizzatori; si devono scimmiottare anche i loro usi, le loro feste. Nelle scuole e nelle discoteche italiane (l'abbinamento stia come una provocazione) continua ad essere introdotta a forza, e senza ragionevole motivo, l'anglosassone festa di Halloween, con il suo repertorio di maschere e simboli. Quando si diventa scimmie, bisogna copiare.
Claudio Marazzini
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da FAMIGLIA CRISTIANA nº 11 del 19 marzo 2000
La pax americana dell'oro nero
Benzina, gasolio, metano. Il contagio dei rincari, attraverso il maggior costo dei trasporti e dell'energia, riaccende quell'inflazione che ci illudevamo debellata, e che invece a rapidi passi s'avvicina a un preoccupante 3 per cento. Con il pericolo di far saltare gli equilibri di bilancio dello Stato, i budget delle famiglie, rompendo il patto sociale, e riproponendo la spirale prezzi-salari. «La colpa è del petrolio», si dice. Ed è vero: l'oro nero è passato in un anno da meno di 10 a più di 30 dollari il barile. Ma anche il dollaro è schizzato verso l'alto, schiacciando l'euro, che ha perso il 20 per cento. Il problema, che interessa l'intera Eurolandia, è particolarmente acuto per l'Italia, dipendente dal petrolio per il 90 per cento delle sue necessità energetiche.
Chi "manovra" petrolio e dollaro? La stessa "mano invisibile" dietro la quale si nascondono le multinazionali anglosassoni e gli Usa. È infatti impossibile non rilevare una strana coincidenza: il duplice rialzo ha fatto seguito (gennaio 1999) all'annuncio dell'euro. Col risultato di rafforzare l'egemonia americana e di arricchire le multinazionali. I maggiori Paesi produttori (dall'Arabia Saudita agli emirati del Golfo, dal Messico al Venezuela), tutti vassalli di Washington, si sono immediatamente allineati. A dimostrazione che le guerre moderne si combattono con le armi della finanza. Inutile, quindi, fingere di non vedere: "caro petrolio" e "caro dollaro" sono i segni del sotterraneo conflitto Usa-Europa. Raggiunto l'obiettivo, gli Usa sembrano orientati a un armistizio. Imponendo ad Arabia, Iran e Messico di accrescere la produzione, ci daranno una boccata di respiro. Sino a quando? In ogni caso, dal confronto gli europei escono divisi e perdenti: sempre più deboli innanzi a un'America ancora più forte.
Giancarlo Galli
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da Il Sole 24 ORE del 17 maggio 2001
Washington non apre le porte alla Ue che indaga su Echelon
STRASBURGO. Su Echelon gli Stati Uniti non vogliono collaborare con la Commissione di inchiesta del Parlamento europeo. Ieri il presidente dell'organismo, il portoghese Carlos Coelho, ha espresso rammarico per il rifiuto dell'amministrazione Bush di collaborare con la delegazione di europarlamentari che indaga sul sistema di intercettazione detto Echelon. Coelho, presidente del Ppe, ha preso atto della chiusura degli americani che all'ultimo momento hanno annullato gli incontri degli inviati europei previsti alla Cia e alla Nsa (National security agency).
Coelho ha detto che gli Stati Uniti hanno «perso l'opportunità di spiegarsi e rispondere alle critiche e alle accuse di spionaggio industriale e di violazione della privacy dei cittadini» sollevate in Europa.
Anche la presidente del Parlamento europeo, Nicole Fontaine, ha accusato le autorità statunitensi di aver «impedito ai membri della commissione di inchiesta di compiere correttamente il loro lavoro». Secondo il relatore della Commissione d'inchiesta su Echelon, il socialista tedesco Gerhard Schmid, la mancata collaborazione degli americani fa «aumentare i sospetti» nell'ambito dello spionaggio industriale.
Il sottosegretario agli Esteri Ugo Intini si è chiesto se Echelon fu usato durante Tangentopoli. «Oggi - ha detto - apprendiamo che il sistema di intercettazione satellitare ha esercitato lo spionaggio industriale contro l'Europa (e quindi anche contro l'Italia) soprattutto allo scopo di battere con qualunque mezzo le nostre aziende nelle gare di appalto». C'è da sperare, ha concluso Intini, «che il nuovo Governo non sacrifichi all'ammirazione per l'amministrazione Bush l'esigenza di andare a fondo e di difendere la sovranità nazionale».
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da la Repubblica del 13 luglio 2001
La sfida di Bush: "Per fare lo scudo violiamo i patti"
WASHINGTON - Cavaliere spaziale, lanciato solitario all'inseguimento del sogno che Reagan non era riuscito a realizzare, Bush fa quello che aveva promesso, che l'Europa aveva temuto e la Russia aveva cercato di impedire: comincia in Alaska questo week-end la costruzione della prima Base Terra per le guerre stellari, della prima postazione di missili-antimissile. È una chiara, unilaterale infrazione ai trattati internazionali: lo sa anche il Dipartimento di Stato che ha già avvertito le ambasciate Usa nel mondo di preparare gli altri governi alla notizia.
"I test che condurremo dice la nota diplomatica pubblicata dal Washington Post violeranno il trattato Abm nel giro di qualche mese, non più di anni". Se vi va è così, senno è così lo stesso.
Per attutire formalmente l'impatto di questa prepotenza, Washington ha aggiunto generiche promesse di "discuterne al G8" di Genova, ma "discuterne", e soprattutto in poche ore di colloqui rituali tra i fumi dei lacrimogeni e i banchetti ufficiali, è un eufemismo per salvare la faccia ai Russi, agli Europei e ai Giapponesi e mettere qualche apparenza di consenso a un fatto compiuto. La base che in queste ore il Genio militare comincia a costruire vicino a Fairbanks, a Fort Greely, nell'interno dell'Alaska dei vecchi cercatori d'oro, sarà una piazzola per il lancio di missili intercettori terraspazio che sarebbe già al limite estremo della tolleranza prevista dal trattato. L'Abm, l'accordo sulla messa al bando delle difese anti missile, consente infatti a Usa e Russia di possedere una sola postazione difensiva che il Cremlino aveva scelto di collocare attorno a Mosca e gli americani avevano sistemato in South Dakota, attorno alla base di lancio nucleare di Grand Forks. Washington avrebbe dunque potuto promettere di disattivare le difese esistenti e sostituirle con quelle in Alaska.
Ma la foglia di fico è stata spazzata via dal Pentagono e dal Dipartimento di Stato. Questa prima baseterra è soltanto l'inizio della escalation spaziale. Seguiranno postazioni nelle Hawaii, ed esperimenti con intercettori lanciati sull'Oceano Pacifico da Boeing 747 in volo, jumbo jet modificati a scopi militari e altri esperimenti condotti da piattaforme navali, da incrociatori lancia missili classe "Aegis", senza più le finzione di servire da "ombrello" su un luogo specifico. Diciassette test, più di uno al mese, saranno condotti entro l'estate del 2002, per arrivare a uno scudo "a molti strati", il prossimo già oggi, quando un missile intercontinentale con testate inerti sarà lanciato dall'atollo di Kwajalein, nell'arcipelago della Marshall dove furono condotti gli esperimenti con la bomba all'idrogeno, e un contro missile partirà dalla base di Vandenbergh, in California, per tentare di colpirlo oltre l'atmosfera. è uno di quei test che Clinton approvò, che puntualmente fallirono e indussero il predecessore di Bush a sospendere il programma di Guerra Stellari.
Ma neppure i fallimenti potranno fermare questa nuova squadra, guidata da un irriducibile del Reaganismo come il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, uno dei seguaci del fisico ungherese Ed Teller, il creatore della Bomba H e poi promotore del concetto di guerra spaziale, che lui riuscì a vendere a Reagan nel 1982. "Se i test avranno successo, sapremo che la tecnologia funziona, se falliranno, capiremo dove avremo sbagliato", dice il ministro che ha cercato di scherzare, negando che Washington intenda formalmente denunciare il trattato Abm. "Se avessero intenzione di denunciarlo, credo che me lo avrebbero detto". La violazione, naturalmente, è nei fatti, non nelle parole, è in quegli 8 miliardi di dollari all'anno, quasi 20 mila miliardi, che il bilancio 2002 prevede soltanto per le guerre spaziali.
E proprio l'incertezza sulla efficacia e sulla fattibilità dello scudo rivela come l'intenzione di Bush non sia strategica, ma politica. La sbandierata minaccia degli "Stati ribelli", come la Corea del Nord o l'Iraq, non convince davvero gli esperti che sanno bene come nessuna di questa nazioni abbia, o avrà, strumenti di lancio intercontinentali capaci di colpire gli Stati Uniti e dubitano che, semmai li avessero, oserebbero lanciare un attacco dal proprio territorio, nella assoluta certezza di una rappresaglia nucleare totale. Il messaggio che George il Giovane vuole mandare con questa decisione di sfondare i limiti del trattato sul quale si resse la pace tra Usa e Urss, non è militare, ma di immagine. è un altro tentativo di far vedere, al mondo come all'America, chi sia il "boss", chi porti i pantaloni. "Vuol dimostrare che gli alleati e gli avversari possono strillare quanto vogliono, ma poi devono mettersi in riga" ha detto una fonte al Washington Post.
Bush sa che nessuno, in Europa, ha la forza né la volontà per compiere "strappi", neppure quel Tony Blair che si è già rassegnato. Il suo obiettivo, tanto politico quanto personale, tanto davanti al Congresso come al mondo, è cancellare quella etichetta di "wimp", di molle, che fu appiccicata al padre, George il Vecchio, e il clan Bush non digerì mai. Con la base di Fort Greely, ora in costruzione in Alaska, arriverà a Genova da duro e non da ospite timido o da imputato. E avrà fatto un altro passo per ripagare coloro che egli chiamò, in un famoso lapsus freudiano, i suoi "investitori", coloro che ne hanno finanziato con 192 milioni di dollari, 450 miliardi, la corsa alla presidenza.
I suoi primi mesi sono stati coerenti e sistematici. La denuncia del trattato di Kyoto ha ripagato i petrolieri, suoi massimi "investitori", ostili a ogni limite di emissione. Il programma energia, che rilancia le trivellazioni, la costruzione di raffinerie e di centrali nucleari, ha accontentato le corporation dell'energia e dell'esplorazione, secondi soltanto ai petrolieri nelle elemosine. Ora lo scudo spaziale promette contratti e commesse a quell'industria aerospaziale minacciata sempre più dalla concorrenza europea e dalla mancanza di grandi nemici globali. A Fairbanks, nel cuore dell'Alaska di Jack London e dei cercatori col padellino, sta per aprirsi una nuova corsa all'oro, questa volta spaziale.
Vittorio Zucconi
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da la Repubblica del 25 ottobre 2001
Anti europei in marcia
Ogni tanto bisognerebbe riflettere sul fatto che l'aggettivo «anti americano» è stato inventato dal maccartismo e ha accompagnato una delle stagioni più cupe, isteriche e vergognose della storia degli Stati Uniti. I nostri liberali alle vongole lo usano come arma definitiva e persecutoria di una nuova e stupida caccia alle streghe. Ma se dissentire dalla politica di un presidente significa essere anti americani, allora lo sono tre quarti dei cittadini degli Stati Uniti, fra quanti non sono andati a votare o hanno votato contro Bush.
Viene accusato di essere anti americano il popolo di Seattle, che è nato negli Usa, come dice il nome, ed è sostenuto dal più grande sindacato di lavoratori del Nord America, la AflCio. Il popolo di Seattle non era «anti americano», nel senso volgare, quando Bill Clinton ne accoglieva le ragioni invitando il Wto a interrompere i lavori. Lo è diventato, sempre nel senso improprio, quando George Bush ha cominciato a sciorinare vecchie e tremende ricette iper liberiste, stracciando il trattato di Kyoto e rifiutandosi a Genova perfino di considerare il controllo delle armi batteriologiche. Una posizione che oggi forse non è condivisa dai postini della Casa Bianca.
Non so se gli americani sono contenti di sapere che nella colonia in cui viviamo si allestiscono marcette da Little Italy in onore del grande fratello d'Oltreoceano. È probabile che non lo sappiano e che non gliene freghi nulla. Non credo che sarebbero fieri di sapere che a sventolare lo «spirito americano» in Italia è Il Foglio, un giornalino intestato alla moglie del presidente del Consiglio ma che campa di contributi statali, diretto da un ex comunista che ha fatto le scuole del partito a Mosca e ora usa scrittorelli fascisti per prendersi piccole rivincite personali. Il tutto, come si vede, molto «unamerican».
Ma la polemica fra «americani» e «anti americani» è appena una maschera oltre la quale s'intuisce il vero oggetto della divisione, l'Europa. Questa destra è anti europea, anche se pochi hanno il coraggio di dirlo (la Lega, Martino) e gli altri preferiscono nascondersi dietro le stelle e strisce. Ma l'elogio di un'America immaginaria è soltanto il pretesto per sfogare in ogni occasione un profondo sentimento anti europeo, che si sta già traducendo in politica. L'Italia di Berlusconi finge di avvicinarsi agli Usa ma nei fatti si sta isolando in Europa. Se a Roma questo non è chiaro, lo è però a Berlino, Parigi e Londra. E non sarà certo Prodi a salvarci dall'inevitabile reazione.
Curzio Maltese
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da la Repubblica del 7-11-2001
L'AMACA
Rivisto su Rai uno «Truman Show», per la terza volta. Riprovati gli stessi sentimenti di rabbia e di libertà che quel meraviglioso, terribile apologo suscita in chiunque non abbia ancora prepensionato il cervello. Rifatta la stessa domanda ingenua: ma dopo un film così, come è possibile che esista ancora il Grande Fratello? Domanda malposta, in realtà. Perché la domanda giusta, purtroppo, sarebbe: com'è possibile che malgrado il Grande Fratello ci sia ancora qualcuno che fa un film così? Cioè, come è possibile che l'autoconsegna volontaria di massa a quello schiavista occhiuto che è il mercato televisivo pubblicitario, preveda ancora una possibilità di fuga? Quando Truman varca la porticina della sua salvezza, commette precisamente l'ultimo gesto rivoluzionario che ci è concesso: andarcene da qualcosa che non sappiamo e forse non possiamo più cambiare. In casa mia, quando Truman ha abbandonato il sole di cinquemila telecamere per sparire nella sua buia e incerta solitudine, è partito l'applauso.
Michele Serra
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da FAMIGLIA CRISTIANA nº 48 del 1 dicembre 2002
Cuochi in tv e cucina delle donne
Prodotti stranieri invadono i banchi dei nostri mercati. Alle stagioni si sostituiscono le non-stagioni di terre esotiche, imperversa la moda dei cibi etnici. E intanto i telecuochi diffondono l'anarchia in cucina. Resistenza a tavola, contro il "gusto unico".
Sotto il titolo "Divulgatore di pasta in America", il settimanale Newsweek pubblica una intervista al cuoco Mario Batali che, con tre ristoranti a New York, due programmi televisivi e tre libri di ricette, tutti di cucina italiana, è diventato una celebrità.
Il personaggio divulga, oltre alla pasta, alcune divertenti bizzarrie. Ne cito un paio. Una è che gli americani «sono i buongustai più sofisticati del mondo». Un'altra è che non c'è bisogno di usare ingredienti di origine italiana per cucinare all'italiana, perché ormai i prodotti locali sono perfetti. Opinioni discutibili, anche se si capisce che ognuno sia tenuto a vantare il ramo suo. Ma poi il cuoco concede: «Forse il cibo in Italia ci sembra più buono, perché lo prendono direttamente dall'orto e lo mettono nel piatto».
Vorrei invitare il signor Batali in Italia, in un giro di aggiornamento. Lo porterei con me al mercato, per scoprire quanto sia romantica quella credenza del passaggio diretto dall'orto al piatto. Gli mostrerei come anche noi, un tempo prìncipi della tavola, siamo vittime di quel «pensiero unico» che appiattisce pure il gusto. Il mercato globale, la mancanza di regole, l'invenzione di nuovi consumi di cui nessuno sentiva il bisogno hanno annullato i ritmi della natura.
Una volta erano le stagioni a mandare sui banchi i loro frutti: asparagi e fragole a primavera, pesche e pomodori d'estate, uva e zucche in autunno, arance e broccoli d'inverno. Queste alternanze sono scomparse, ai campi aperti e alla naturalezza della crescita si sono sostituite le colture forzate e le non-stagioni di terre lontane. Posso avere ciliegie a Natale e angurie a Pasqua. Tutto con lo stesso sapore, che vuol dire nessun sapore. Il frutto locale, meno gonfio, meno appariscente, cede davanti a fotocopie cresciute altrove.
Stamane ho fatto la spesa leggendo bene le etichette di provenienza, ormai obbligatorie. E vedete quanti stranieri mi sono ritrovata in cucina. I limoni vengono dall'Argentina, le arance dal Marocco, il melone ha la targa spagnola, le cipolle sono egizie, l'uva è greca, le noci californiane. Ho evitato solo certe castagne, splendide per grossezza e lucentezza, ma «dal sapore di patata», come mi ha avvertito una vicina di acquisti: erano un ibrido messo a punto in Francia.
Un altro risvolto riguarda quel signor Batali, chef di grido. I cuochi italiani sono diventati più famosi dei creatori di moda. Siccome sono per la maggior parte uomini, inventano ricette anarchiche, e uno l'ho sentito proporre in Tv un dolce di melanzane e cioccolata. Una coppia di amici romani, romanissimi, mi ha invitata a una cena con farafel e cuscus. Aveva cucinato lui, che segue le mode, mortificando questi piatti che sono squisiti dalle parti mediorientali.
Dirò di no al prossimo invito, per paura che mi diano il sushi, specialità giapponese.
Ho deciso di fare resistenza a tavola. Respingerò gli alimenti privi di passaporto italiano. Sceglierò l'artigianato alimentare della nostra tradizione. Con una obiezione di coscienza contro i cuochi televisivi e in favore della "cucina delle donne", maestre di spesa e di fornelli.
«Niente è veleno, tutto è veleno», insegnava cinque secoli fa Paracelso. Quel grande medico e filosofo si riferiva alla quantità di quello che mangiamo. Bisognerà aggiornare il suo precetto con la qualità.
Franca Zambonini
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da l'Unità del 23 dicembre 2002
Perché l'America vuole apparire Odiosa?
L'avvocato Bob Zoellick, rappresentante del governo americano, è rimasto impressionato dall'ampiezza delle proteste sollevate dalla decisione di Washington di tagliare le medicine anti-Aids ai paesi poveri. Per allentare la tensione ha annunciato che gli Stati Uniti sono pronti a riprendere il negoziato, in sede Wto, a partire dall'11 febbraio. Mancano 50 giorni. Basandosi sui dati del 2002, in 50 giorni moriranno di Aids, in tutto il mondo, circa 420mila persone. E di queste il 95% e cioè circa 400mila, moriranno nei paesi poveri e in particolare in Africa. Se poi il negoziato annunciato dall'avvocato Zoellick durerà una settimana, o due o tre, ogni settimana moriranno - nei paesi poveri - ancora 56mila persone, e circa 100mila si ammaleranno di Aids e inizieranno a pensare a una morte imminente.
Se il negoziato non avrà esito, come tutto lascia credere, allora dovremo adattarci ad avere, nei Paesi poveri, ancora tre milioni di morti ogni anno (ma forse di più) e circa cinque milioni di ammalati nuovi. Questa contabilità tiene conto solo dell'Aids, la malattia più famosa, non della malaria, della tubercolosi e di alcune altre decine di malattie (alcune dovute all'inquinamento idrico) che nell'anonimato seminano dieci volte più vittime dell'Aids. Se mettiamo nel calcolo anche questi malanni minori, dobbiamo abituarci all'idea che nel 2003, nei Paesi poveri, scomparirà un numero di persone pari ad almeno la metà della popolazione italiana, per il semplice motivo che le medicine costano troppo. Anzi, non costano troppo, perché la loro produzione richiede pochi soldi: costano i diritti che - per legge - vanno versati alle grandi industrie farmaceutiche.
Molti intellettuali e uomini politici degli Stati Uniti ogni tanto si chiedono: «Perché l'America, a sentire i sondaggi di opinione, suscita così tanta antipatia nel mondo? Sarà invidia, saranno i residui del comunismo?». Anche in altri Paesi dell'Occidente, Italia compresa, spesso leggiamo di opinionisti di destra, e non solo, piuttosto stupiti di un certo anti-americanismo che serpeggia persino al di fuori della vecchia cerchia dei comunisti. Come si spiega? Solo con l'abilità della propaganda anti-occidentale?
Di questa storia delle medicine anti-Aids colpiscono due cose: la agghiacciante semplicità del meccanismo, e la candida reazione di chi lo difende.
Il meccanismo è questo: le industrie farmaceutiche, per 20 anni, hanno il diritto di imporre a loro piacimento i prezzi sulle medicine delle quali hanno fatto registrare il brevetto. Se così non fosse, quasi tutti i Paesi del mondo sarebbero in grado di curare l'Aids come si cura in Occidente, e cioè di controllare la malattia per 20 o 30 anni, anziché per tre o quattro. Invece i prezzi altissimi imposti dalle industrie impediscono ai Paesi poveri di comprare le medicine che servono. Eppure è nei Paesi poveri che oggi vivono il 95 per cento dei malati di Aids: dunque la realtà è che l'umanità è in grado di controllare l'Aids, ma non lo fa per via di alcune regole commerciali. Lo stesso identico meccanismo vale per moltissime altre malattie, che in occidente quasi non esistono più ma mietono milioni di morti nel mondo povero. Tempo fa un largo fronte di organizzazioni avanzò la seguente proposta: lasciamo alle industrie i loro brevetti, e dunque la possibilità di accumulare profitti ed eventualmente di spendere parte di questi profitti in ricerca, ma riduciamo la durata dei brevetti: da 20 a 5 anni. Le industrie perderebbero pochissimi soldi, perché quasi tutti i guadagni si realizzano sui prodotti più recenti, e al tempo stesso ai poveri verrebbe garantita la possibilità di usare medicine meno vecchie e quindi più efficaci. La proposta però fu considerata sconsiderata e massimalista: volta a sconvolgere la saldezza del sistema di mercato. Tuttavia, un anno fa, sulla spinta di una grande pressione internazionale, fu concluso un accordo tra tutti i Paesi, che non stabiliva alcuna regola ma «raccomandava», per motivi umanitari, un occhio di riguardo per i Paesi più poveri in lotta contro l'Aids, e cioè la sospensione dei processi legali contro chi produceva alcune medicine senza brevetto. Gli americani ora hanno messo il veto su quella raccomandazione, come gli esperti avevano già previsto.
Il candore dei commenti fa quasi tenerezza. Linnet F. Deily, è una gentile signora texana, amica di Bush, da anni ai vertici dell'industria americana e oggi ambasciatrice degli Usa al Wto (l'organizzazione mondiale del commercio responsabile di queste decisioni), ieri ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Se avessimo mantenuto valido l'accordo del 2001 (cioè la raccomandazione, ndr) avremmo rischiato la vendita a basso prezzo anche di farmaci contro malattie non infettive, come il cancro, o l'asma, o il diabete». Capite a quale disastro saremmo andati incontro? Un mondo senza più regole, dove i poveracci avrebbero potuto curarsi anche il cancro, che è una malattia del tutto priva di pericolosità sociale! Un mondo per i furbi...
Naturalmente nessuna persona di buon senso può darsi una spiegazione ragionevole né della decisione americana né della dichiarazione della signora Deily. E con i canoni politici europei nessuno può comprendere neppure il motivo di tanta ostinazione nel rendersi odiosi al mondo. Il pilastro della politica machiavellica non è la conquista di simpatie, favori, consensi? E qualcuno dubita che se oggi l'umanità intera fosse chiamata a un referendum sulle medicine anti-Aids, la decisione di Bush sarebbe bocciata con il 90 o con il 95 per cento dei voti?
E allora? La spiegazione forse sta nel funzionamento del rapporto che ormai si è stabilito in America - e quindi in occidente - tra mercato e politica. È un rapporto che non ammette compromessi. La politica deve obbedire, anche pagando costi altissimi. Non esiste nessun problema che possa essere affrontato e risolto al di fuori della risposta a questa chiarissima domanda: «I mercati trarranno profitto da questa soluzione?».
Ai mercati oggi conviene un lieve aumento della mortalità per Aids. Bush non può impedirlo. E noi che proviamo di fronte a questi avvenimenti una qualche antipatia per Bush, siamo condannati ad essere considerati degli inguaribili anti-americani. Forse anche un po' bolscevichi.
Piero Sansonetti
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