da FAMIGLIA CRISTIANA nº 38 - 10 ottobre 1999
A parer nostro
Preso atto che le partite di calcio si giocano per cinque o sei giorni la settimana, sempre con grancassa televisiva, cerchiamo di capire il tipo di meccanismo che si è messo in moto. Per alcuni o molti, l'overdose dipende da una tv che farebbe carte false pur di procurarsi più audience, più spot e quindi più soldi. Secondo altri la maggiore responsabilità grava sui potentati, chiamiamoli cosi, sportivi, che si fanno pagare fior di miliardi costringendo le reti pubbliche e private a eccedere, se non altro per ammortizzarli.
Ora si vede subito che, in entrambi i casi, il denominatore comune è il denaro. Enti addetti allo svago e allo sport si comportano né più né meno come aziende commerciali.
Ma lasciamo nel loro brodo le federazioni, che in questa sede non ci interessano, limitandoci a ciò che succede in video. Oltre che oppressi da un tamtam ormai quotidiano, noi spettatori siamo frastornati. Non è solo la pletora di tornei infrasettimanali: lo stesso svolgimento del campionato italiano stravolge riti secolari. Una volta si andava la domenica allo stadio e, l'indomani, in quel luogo di analisi tecnica che è il bar. Adesso un paio di squadre vengono mandate in avanscoperta al sabato, altre fanno da retroguardia il lunedì, neanche si trattasse di manovre militari. Rubriche tv che in passato esaurivano l'intera materia si ritrovano, la domenica sera, stente e impoverite. Quanto poi alle tifoserie nei bar, i commenti sulla triplice tornata vengono sopraffatti dalle considerazioni su quel che accadrà nelle coppe contro inglesi, tedeschi, scandinavi e turcomanni.
Insomma, dove sono le nostre domeniche? Domanda inutile: chi dovrebbe risponderci è troppo occupato a contare i miliardi.
effecì
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da L'Espresso (ottobre 1999)
La prevalenza del cretino ha i suoi vantaggi
Ma lei è pessimista o ottimista? Non so mai come rispondere a queste domande inevitabili e anche un pò prive di senso. Che significa essere ottimisti o pessimisti se il futuro è assolutamente imprevedibile? In una storia, in una società che sono dominate dal caso, dalla classica tegola che a tutti può cadere sulla testa? Come si fa a non essere pessimisti se all'evidenza l'umanità è sempre "una pianta storta", ma come non essere ottimisti al pensiero che è arrivata dalle caverne e che probabilmente sopravviverà anche ai computer e ai telefonini?
Ma lei è pessimista? Non dovrei? Le campagne che circondano Milano, la città in cui vivo, sono in gran parte avvelenate, lungo il Lambro fino a dodici metri di profondità; fiumi e laghi sono delle fogne a cielo aperto; il pensiero unico e dominante è quello del turbocapitalismo, cioè una volontà ossessiva, una spinta incomprensibile ma inarrestabile all'autodistruzione. I nostri giovani industriali riuniti a Capri hanno fatto discorsi indecenti e ottusi sul profitto che è più importante
dell'uomo, sull'aumento dei dividendi che è più importante che dar lavoro a tutti: discorsi di cui si sarebbero vergognati anche i loro bisnonni padroni delle ferriere. Chi non era del parere veniva fischiato, ululato, possibilmente cacciato. Anche il presidente della camera Violante, uno degli ex comunisti che ce la mettono tutta per sembrar moderati e flessibili.
Il mondo è tutto cartografico, la parola esploratore non ha più senso, come quella di scalatore. In mancanza di grandi pareti "vergini", come l'Eiger, da conquistare oggi si scalano degli spuntoni di roccia in mezzo ai vigneti e ai castagni: le falaises, a cui si danno nomi fantastici infantili tipo "desiderio supremo" o "raggio di luna". Persino la criminalità ha perso in fascino e fantasia: si ruba e molto ma d'accordo con lo Stato e con i carabinieri, si imbroglia ma in forma
di pubblicità. La mediocrità di una vita senza passioni e senza utopie è
tale che non ci si può più divertire neppure a raccontarla: vi pare che personaggi come il banchiere Cuccia o l'imprenditore Colaninno siano raccontabili? I padroni lo erano ai tempi di Balzac, quando c'era alle loro spalle una borghesia capace di pensare al progresso degli uomini, ai nazionalismi, al "fardello dell'uomo bianco" e non solo alle Opa.
Si può essere ottimisti in un tempo in cui si produce non per gli uomini ma contro gli uomini, perché respirino peggio, mangino peggio, vivano con sofferenza nelle loro città immense e informi? Si può essere ottimisti in una storia che non insegna mai niente, in un tempo che ha prodotto due guerre mondiali, lo stalinismo e il nazismo, ma nei Balcani e a Timor si ricomincia da capo, su un copione immutato? Ma come non essere ottimista se sei giovane e questo gran disordine ti crea occasioni per arrampicarti, per fare soldi e sesso e, se vuoi, anche volontariato e opere di bene con i drogati e i disoccupati; e puoi
sempre salvare vecchiette inseguite da eroinomani.
Come non essere ottimisti se a nessuno viene negata l'infanzia, quel tempo meraviglioso di percorsi fantastici, incoerenti ma indimenticabili, in cui tutte le regole, le ipocrisie, le menzogne della vita come sarà restano ignote. E come non essere ottimisti se a questa infanzia ognuno di noi continua ad attingere come a una riserva preziosa e se, in essa, vivono i nostri figli e nipoti che ci ripropongono gli stupori e le gioie della "prima volta"? . Come essere pessimisti se il nostro disperato attaccamento alla vita è tale da confermare, oltre ogni possibile dubbio, che essa è il nostro massimo bene? Non ci sono più esplorazioni da fare, ma c'è la ricerca del Dio ignoto e sempre a nostra disposizione. E, in fondo, anche la prevalenza del cretino che ci circonda ha i suoi vantaggi: ci può far credere di esser intelligenti e diversi. Insomma si può tirare a campare.
Giorgio Bocca
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da L'Unità del 27 ottobre 1999
Cicale
Avendo investito tutti i miei risparmi in debiti (di ogni tipo: mutui, fidi, prestiti, secondo l'aureo principio che bisogna diversificare gli investimenti), mi è parecchio dispiaciuto non aver potuto comperare neanche un pò di azioni Enel. É la terza o quarta Grande Privatizzazione che mi sfugge, e sento che questo mi esclude irreparabilmente da qualcosa che non ho capito bene, ma proprio per questo mi affascina. Ho sempre invidiato chi spulcia i terminali alla ricerca delle quotazioni di Borsa, e chi, a differenza di me, capisce al volo i titoli del «Sole 24 ore».
Il denaro, per molti dei miei coevi occidentali, è diventato un gioco, un bagliore sul video, una traccia leggera e seducente. Per quelli come me è rimasto una fottuta necessità, faticosa, ostile, un infido avversario che, come la tartaruga dell'apologo, per quanto si corra è sempre di qualche centimetro più in la, irraggiungibile come il pareggio dei conti bancari.
Ho un solo dubbio (a mio favore). Che non rimanendomi mai denaro per giocarci, perché lo spendo tutto per vivere, io riesca a liberare (dal denaro) almeno il mio poco tempo libero. Quando le formiche sono ancora in coda con una cedola in mano, noi cicale si è già a nanna, a fare sogni gratuiti.
Michele Serra
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da la Repubblica del 3 novembre 1999
Gli spot nel telefono, insopportabile violazione della tanto invocata privacy
Lo squillo del Grande Fratello
Spot pubblicitari durante le telefonate: uno a zero per i satirici e/o gli apocalittici, che nei ruggenti Ottanta, decennio che diede il «la» a tutte le possibili sbracature, purché monetizzabili, preconizzavano un futuro orvelliano, con la voce del Grande Fratello che ci avrebbe raggiunto ovunque, anche al cesso.
L'esperimento (su cavie umane, per giunta consenzienti) parte da Mi1ano. Per la serie: e da dove, sennò? Oh, certo: è facoltativo. Venderà spazi delle proprie conversazioni private, dietro il compenso di uno sconto sulla bolletta, solo chi vuole. Chi non vuole potrà al massimo, incappare nella telefonata di un venduto (agli spot), con il quale condividere, per giunta gratuitamente, il piacere di un consiglio per gli acquisti, di un'informazione commerciale, di un «gol dello sponsor» (sono alcuni dei desolanti eufemismi-vasellina con i quali i conduttori televisivi ci preparano all'intrusione).
Facile immaginare che, a parte qualche perverso, le persone benestanti avranno il privilegio di sottrarsi.
Saranno i meno abbienti, atterriti dalle bollette correnti, ad affittare l'orecchio agli sponsor, che è sempre meglio che vendere un rene. Al vecchio proletariato, che non aveva da vendere che il proprio tempo di lavoro, sta subentrando il nuovo, che non ha da svendere che il proprio tempo libero.
In perfetta armonia con la legge sulla privacy (che, da quando esiste, ci ha resi bersaglio di un bombardamento di questionari mai visto prima: a migliaia scrivono al nostro indirizzo di casa per garantirci che non vogliono disturbarci a casa), gli appaltatori delle proprie orecchie dovranno fornire alla società appaltatrice ogni particolare sui cavoli propri: quanto guadagnano, quante e quali automobili hanno, dove vanno in vacanza. In modo da garantire allo spot di trafiggere l'orecchio giusto, con la precisione di un entomologo che sa quali reperti spillare, e come incasellarli. Non sia mai che la vecchina, mentre ordina le verze all'ortolano, sia interrotta da uno spot della nuova Jaguar dodici cilindri. Non sia mai che lo studente, mentre amoreggia con la fidanzata, sia distratto da un invito alle terme di Abano.
Mi pare orribile. Orribile senza mezzi termini, senza neanche le remore che ti prendono quando temi che il nuovo ti disgusti solo perché ragioni alla vecchia maniera. perché accadrà pure, qualche volta, che il nuovo sia peggiore in sé e per sé, in quanto tale, indipendentemente da tutto.
Mi pare la profanazione degli ultimi spicchi di libertà, di pudore, di intimità che l'uomo consumatore è riuscito a ritagliarsi. Mi pare un balletto da servi, l'acconciare perfino il ritmo delle proprie parole, non importa se urgenti o stracche, al tamburo del padrone. Mi pare che stiano addentando anche l'osso, perché la polpa non bastava più. Mi pare che la persuasione occulta era meglio di quella palese, perché perlomeno si vergognava di farsi scoprire. Mi pare, e non saprei che cosa aggiungere di più gravemente definitivo, che non sia per niente dignitoso.
Anche se molti lo faranno. Anche se «all'estero l'esperimento è andato a gonfie vele». Anche se «siamo in ritardo, come al solito, rispetto ai paesi economicamente più avanzati». Anche se già sento il jingle del Grande Fratello salire dalla tazza del cesso, e qualcuno si sta già preparando a spiegarci che è conveniente, che è normale. Che è cosi che si fa.
Michele Serra
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da Il Messaggero del 4 novembre 1999
Il capo degli agenti australiani: Echelon è in Inghilterra e può intercettare tutto
Esiste il grande orecchio degli 007
Basta già il nome a fare paura: Echelon. Ma ne avrebbe fatta lo stesso se si fosse chiamato con una sigla o con un nome di battesimo anche innocente, come Francesco o Giuseppina. Echelon, conferma il governo australiano, è il nome di una rete d'ascolto di comunicazioni private su scala mondiale. Qualcuno in una base americana nascosta tra le nebbie di una brughiera inglese se ne sta seduto con un paio di auricolari in testa ad ascoltare quello che diciamo al telefono. Magari ha appena sentito l'ultima conversazione che avete fatto, con la moglie, con il marito, con l'amante, con il capufficio, ha registrato tutto e ha preso appunti. É una notizia che mette i brividi. Per tre motivi, credo.
Il primo è che è possibile. Nel campo della tecnologia del controllo tutto quello che il più fervido e morboso romanziere possa immaginare è già stato fatto e di solito anche superato. Prima ancora che George Orwell scrivesse del Grande Fratello in 1984, già soltanto in Italia esisteva un servizio di intercettazione con più di 400 addetti in grado di ascoltare quasi il dieci per cento delle conversazioni telefoniche nazionali. Quando Francis Ford Coppola girava La Conversazione, gli investigatori privati a cui il film si ispirava usavano già sistemi molto più sofisticati del suo Gene Hackman. E a superare Nemico Pubblico, in cui un allucinato Will Smith cerca di sfuggire a telecamere da supermarket, intercettazioni satellitari e microfoni direzionali della Cia, basta leggere una vecchia intervista a Gene Stephens, studioso di tecnologie del Police Futurist International. Telecamere che vedono attraverso le pareti, computer ubiqui sistemati addosso alle persone che ne registrano tutti i movimenti e le conversazioni, bracciali collegati a satelliti, schedature con il Dna. É probabile che già al momento di iniziare a parlarne, il nostro Echelon sia ormai obsoleto.
Il secondo motivo è che c'è sempre qualcosa che resta avvolto nel mistero. Abbiamo l'immagine di questo enorme orecchio, magari con un occhio incastrato dentro, che ci segue in ogni momento, ruba voci e immagini e poi le diffonde... dove? A chi? E per cosa? Nelle scientifiche delle questure esistono sistemi di ascolto computerizzati. Alla Squadra Catturandi di Palermo, per esempio, sono registrati e ascoltati decine di migliaia di utenti telefonici. Ma ad ascoltarli sono poliziotti autorizzati dalla magistratura e lo scopo delle intercettazioni è scoprire dove si nasconde un pericoloso latitante, prenderlo e metterlo dentro. Il misterioso operatore di Echelon, invece, chi è? A quale organizzazione appartiene? Quali interessi difende? É una cosa che fa paura, anche a noi italiani, abituati storicamente ad avere organizzazioni e servizi segreti che non si è mai capito bene per chi lavorassero.
Il terzo motivo di inquietudine è costituito dalla tentazione. La tentazione di dire che in fondo, nel controllo, non c'e tutto questo gran male. Che la sicurezza è importante e se mettessimo telecamere dappertutto, microfoni dappertutto, poliziotti dappertutto, se schedassimo tutti e ascoltassimo tutte le telefonate, i criminali non avrebbero scampo. Ed è vero. Il problema è la relatività del concetto di criminale. É già successo che cose che il giorno prima erano considerate normali, come esprimere le proprie opinioni o appartenere ad un partito politico, il giorno dopo venissero considerate illegali e un sacco di gente finisse in galera.
Anche senza Echelon.
Carlo Lucarelli
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da l'Unità dell'8 novembre 1999
rubrica L'INTERVISTA
Bolognani, esperto di informatica: Windows monopolizza il mercato ma già sono in vendita pacchetti applicativi di qualità migliore
ROMA. «Sa come descrivono la Microsoft in America? Come un pilota, che invece di guardare avanti, guarda gli altri nello specchietto retrovisore. Resta sempre al primo posto, per quanto gli altri possano incalzarla». Sul «monopolio» esercitato dal «pilota» di Seattle, Mario Bolognani, esperto di informatica e consulente di aziende pubbliche e private, non ha dubbi. E non ne ha neanche sul fatto che il gigante abbia indebolito, frenato, ostacolato i competitor sul punto centrale dell'informatica: l'innovazione tecnologica. Come? Con abili alchimie di marketing, che alla fine hanno fatto «vincere» il prodotto meno evoluto, ma più conosciuto.
É avvenuto anche in Italia?
«Altroché, in Italia più che altrove. Qui la Pubblica Amministrazione si è completamente sdraiata sulla Microsoft, anche per tecnologie tutt'altro che innovative, soprattutto nel software. In Italia sono riusciti ad affermare il prodotto Dos quando già c'era quello McIntosh che era molto migliore. A questo si allude con 'pratiche monopolistiche'. Io nel pubblico non ho mai trovato prodotti diversi da quelli Microsoft. Stessa cosa per i privati. Solo le aziende che hanno esigenze specifiche, come quelle editoriali, scelgono le alternative. Certo, le eccezioni non mancano. Per esempio all'Istat hanno adottato un browser concorrente, Netscape. Ma sono molto rare».
Questo «appiattimento» è dovuto ad una sorta di «pigrizia»?
«La Pubblica amministrazione si sente rassicurata dai grandi fornitori. E su questo Gates ha costruito il suo impero. Microsoft è monopolista non per capacità di natura tecnologica, ma di mercato e comunicazione. É riuscita a soddisfare le esigenze della domanda con la continuità di supporto e un afflusso capillare di prodotti, che si trovano ovunque, anche a Canicattì. A quel punto, il consumatore non poteva più farne a meno, e li comprava anche a prezzi più alti. La Microsoft non è la prima azienda al mondo in fatto di tecnologia, quei prodotti si potevano fare anche in Italia, solo che chi si poteva mettere a competere con un gigante così? Tra l'altro l'Italia ha oggi un'industria informatica chiusa e molto in ritardo rispetto agli altri Paesi. Ci sono solo Olivetti (quel che ne resta) e Telecom. Ci vorrebbe una politica industriale di settore molto più solida».
A quanto pare, i competitor si stanno già preparando a lanciare prodotti alternativi a Windows. Il futuro è senza Windows?
«Spero proprio di sì, perché è un prodottaccio, tra l'altro copiato alla Apple. É un prodotto sbagliato: spesso si blocca e l'utente non sa neanche perché. Non capisco come mai se un'auto non funziona, i consumatori protestano, se non funziona un sistema, non dicono nulla. Già esistono prodotti migliori e meno cari. Per esempio Linux, creato da un ragazzetto finlandese, che lo ha messo a disposizione sulla rete. Da due mesi c'e lo Star Office della Sun».
E per chi non va in rete?
«Chi va al negozio trova Microsoft o Apple. Ma a Roccasecca trova solo Microsoft».
Quindi è la rete l'unica che può incalzare Gates?
«C'è proprio un movimento su questo, si chiama il network computing. Prevede per il futuro che l'intelligenza sia tutta nella rete a disposizione di chiunque voglia accedere. Se i sistemi operativi sono in rete, le macchine possono essere 'povere'. In questo caso, un'industria basata sulle stazioni terminali come Microsoft, ci perde. Ma, attenzione, c'è anche chi ci guadagna: i controllori dei nodi della rete. Io per il futuro prevedo una situazione mista, ma è importante che ci si sbarazzi di posizioni dominanti».
Bianca Di Giovanni
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da JESUS nº 11 Novembre 1999 pag. 58
La Banca etica: l'interesse più alto è quello di tutti
Investi i tuoi soldi e finanzia progetti di sviluppo e solidarietà. Non avrai i guadagni che ti assicurano le altre banche, ma sosterrai l'idea che «l'interesse più alto è quello di tutti». É questa, in sintesi, la filosofia che c'è dietro il progetto di Banca etica. Partita l'8 marzo, grazie ai venti miliardi raccolti tra 13.200 soci (tra i fondatori figurano Agesci, Gruppo Abele, Mani tese, Acli), la banca «non fà beneficenza, ma utilizza un credito solidale, vale a dire presta denaro a iniziative meritorie che hanno anche la capacità di restituire il credito». Marco Piccolo è uno dei 15 dipendenti della neonata struttura; si occupa dell'Ufficio soci e risiede a Padova, dove si trova la sede centrale della Banca, che rappresenta al momento anche l'unico sportello. Altri due uffici di promotore finanziario di Banca etica sono a Milano e a Brescia, mentre sull'intero territorio nazionale sono centinaia i volontari che fanno propaganda all'idea di una finanza "a occhi aperti", che cioè dia garanzie ai risparmiatori sui progetti in cui vanno a confluire i soldi versati.
«Riteniamo la Banca etica un punto d'incontro tra risparmiatori che non si accontentano di criteri economici per la gestione del proprio denaro, ma richiedono anche criteri etici nella scelta dei soggetti che verranno finanziati», spiega Piccolo. Riguardo a quest'ultimo punto la scelta è caduta «all'interno del terzo settore, su realtà che fanno anche attività economica ma perseguendo obiettivi sociali. Per esempio il commercio equo e solidale, finalizzato a un concetto di cooperazione internazionale più ampio ed efficace. Lo stesso dicasi per molte cooperative sociali che producono beni e servizi per l'inserimento di persone svantaggiate. Si tratta di soggetti che comunque movimentano fatturati e rappresentano una partecipazione alla ricchezza nazionale».
Tra le diverse attività finanziate figurano anche iniziative di tipo ambientale, come la gestione dei parchi, e i progetti di alcune organizzazioni non governative per la costruzione di ospedali, scuole e laboratori artigianali nel Sud del mondo. Attualmente, quindi, gli interlocutori di Banca etica per quel che riguarda i finanziamenti sono «solo organizzazioni senza scopo di lucro che hanno necessità di accesso al credito proprio perché fanno anche attività economiche o perché magari, per la gestione dei loro servizi, debbono ricevere da parte degli enti locali rette e sovvenzioni che tardano sempre ad arrivare. In questi casi noi interveniamo con una sorta di pre-finanziamento. Quando arriva il pagamento da parte dell'ente pubblico torniamo in possesso del credito erogato. Lo stesso facciamo con alcune organizzazioni non governative, finanziate dai Governi o dalla Comunità europea, che per partire hanno bisogno di risorse immediate».
Ma quali sono i servizi che la Banca mette a disposizione dei clienti? Si parte dal deposito risparmio (attraverso certificati di deposito, obbligazioni e libretti di risparmio, questi ultimi proponibili solo a chi abita vicino a un ufficio di Banca etica); poi ci sono prodotti finalizzati alla gestione del risparmio: i conti correnti per le persone fisiche (è possibile l'utilizzo del Bancomat e della carta di credito ma non quello del libretto di assegni. Una convenzione con le casse centrali trentine permette i prelievi con Bancomat gratuitamente per tutti gli sportelli delle banche di credito cooperativo) e per le persone giuridiche (strumento finalizzato anche alla raccolta fondi, che viene seguita dalla stessa banca quanto alla verifica della correttezza nelle procedure). «É possibile fare operazioni sul proprio conto corrente anche a distanza», spiega Piccolo, «attraverso Internet, telefono e fax». Il tasso di interesse offerto da banca etica va dall'1,5 all'1,75 per cento. Il risparmiatore al momento della sottoscrizione del prodotto finanziario può indicare il settore di impiego che preferisce tra cooperazione sociale, cooperazione internazionale, associazionismo, difesa e tutela dell'ambiente. Quanto all'impiego delle risorse, queste vengono destinate al «finanziamento di mutui, all'apertura di credito in conto corrente oppure all'anticipo fatture o comunque a strumenti legati alle esigenze di liquidità delle varie organizzazioni».
Per rendere efficace ed effettiva la possibilità di controllo da parte dei soci e dei clienti, la Banca etica ha istituito una serie di strumenti che permettono di seguire il percorso del denaro, dal momento della raccolta del risparmio fino a quello dell'impiego. I conti correnti e gli strumenti di risparmio sono solo nominativi e non anonimi. I vari soggetti che partecipano all'iniziativa, inoltre, hanno elaborato una sorta di decalogo delle regole che in qualche modo permettono di certificare l'eticità delle attività economiche. La Banca etica già opera con successo in altri Paesi: solo lo 0,2 per cento dei prestiti concessi non è rientrato, contro il 10 per cento delle "sofferenze" che in media riscontrano le altre banche. Banca etica dispone di un proprio sito Internet (www.bancaetica.com), di un telefono (049.87.71.111) e di un fax (049.66.49.22). Per collegarsi via e-mail basta digitare posta@bancaetica.com.
vi.pri.
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da la Repubblica del 16-11-99
Papa: sforzo comune contro povertà e disoccupazione
CITTA' DEL VATICANO - Uno sforzo comune da parte di tutte le componenti sociali e politiche italiane per combattere la disoccupazione e assicurare il lavoro ai giovani. A chiederlo è il Papa che esprime la sua preoccupazione per la crescita della povertà in Italia. É necessario cercare "vie nuove che permettano di coniugare le esigenze economiche con quelle sociali", ha scritto oggi Giovanni Paolo II nel messaggio inviato ai partecipanti alla quarantatreesima Settimana sociale dei cattolici italiani, che si apre oggi pomeriggio a Napoli. Il pensiero del Papa è andato soprattutto alle regioni del Mezzogiorno. "Le genti del Meridione potranno essere protagoniste del proprio riscatto se saranno sostenute dalla solidarietà dell'intera Nazione", ha scritto Giovanni Paolo II. Nel sottolineare poi la crescente "disparità fra ricchi e poveri, e come la povertà vada estendendosi e diversificandosi" in Italia, il Papa ha chiesto di "rispondere con un rinnovato impegno per la solidarietà e la giustizia, cercando vie nuove che permettano di coniugare le esigenze economiche con quelle sociali". Wojtyla ha poi chiesto di "appoggiare e incoraggiare quei progetti di "finanza etica", "microcredito" e "commercio equo e solidale" che sono alla portata di tutti e possiedono una positiva valenza anche pedagogica nella direzione della responsabilità globale".
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da la Repubblica del 18 dicembre 1999
Quanto mi costi, telefonino?
Perfino i lavavetri ai semafori, con i loro poveri ma dignitosi mezzi, si sono dati un'autodisciplina. Non le compagnie telefoniche (centinaia, a giudicare dalle campagne pubblicitarie), che battono ai vetri delle nostre case sventolando contratti speciali, promozioni natalizie, controfferte, sconti, occasionissime, tariffe ridotte, svendite.
Di fronte a una tale gragnuola di proposte, il consumatore può davvero misurare, come un fante sul Carso, la potenza di fuoco del mercato, e al tempo stesso la proria impotenza. Anche quei pochi che affettano dimestichezza col nemico, e sostengono di saper valutare i vantaggi di un contratto «Patriot» con sgravi sulle interregionali rispetto a un contratto «Luxury» con l'abbuono di tre scatti per ogni sette telefonate extraeuropee, mentono sapendo di mentire. Neppure un Giurì di Nobel per l'economia saprebbe orientarsi, e suggerire agli utenti (ammesso che gli utenti bramino saperlo) quale strada imboccare per risparmiare un bel diecimila al mese.
E poi: se è solo un bel diecimila al mese il premio finale di una tormentosa, disumana computazione delle infinite opzioni contrattuali disponibili, qual è il pazzo disposto a farsi sanguinare il cervello, per giunta dilapidando tempo, pur di scoprire il «suo» contratto ideale?
Eppure, ciascuno di noi possiede almeno un amico che si incarica, periodicamente, di ricacciarlo nell'inferno delle tariffe. «Ma come? Hai ancora quel telefonino? E che contratto hai fatto? Il "SuperCall"? Ma sei scemo? Il "SuperCall" ti conviene solo se telefoni dalle 20 in poi a un apparecchio fisso di un altro distretto, purché non superi i 55 scatti settimanali, e chi riceve la telefonata abbia il contratto "Golden". Se invece telefoni prima delle 20 nello stesso distretto, per un totale di chiamate che non superi le chiamate effettuate verso un altro distretto, ti conviene il contratto "Multiplex". Ti pare?».
Non sa quello che dice. Lo dice solo per vendicarsi, a sua volta, di un amico che la sera prima gli ha rovinato la cena squadernando depliants e facendo calcoli assurdi. É come quando, nelle società arcaiche, ci si passava il malocchio toccandosi.
Nessuno ha il coraggio di dire la verità. E la verità è questa: ogni calcolo di questa insana mania ha, come presupposto, il fatto che ciascuno sappia a priori a chi telefonerà nel mese successivo. E per tutti i mesi successivi. E per tutta la vita. Quante chiamate alla moglie (se il matrimonio regge), alla zia che sverna in Liguria (se non trapassa), ai pompieri. Quanti amici risiedono fuori distretto, quanti nel distretto. Quanti traslocheranno da e per il distretto. Quanto malmostoso e depresso, o quanto socievole e comunicativo sarai. Con chi parlerai, e per quanti minuti. Chi ti parlerà, e per quanti minuti, se hai il ricaricabile.
Ah, il tempo, il tempo che ti fottono per perderti dietro a queste centesimali elemosine, a questi costosissimi risparmi. E lo sperpero di energie che tanta brava gente sacrifica sull'ara malefica della Convenienza. Dal monopolio al multiassedio, dalla tetragona stasi della vecchia Sip alla caciara isterica dell'orda tariffaria, possibile che non esista una decente via di mezzo? Una via di mezzo tra il coma e un'esistenza tarantolata? Qualcosa, dico, che dia la sensazione, o almeno l'illusione che la Questione Telefonica non può essere all'ordine del giorno tutti i giorni, ma al massimo ogni cinque o sei anni, ogni trasloco, ogni divorzio, ogni grave infermità che ponga il problema di aggiungere o togliere una presa?
Stante l'andazzo, stante la perenne estasi rivoluzionaria che squassa, a colpi di mille lire in più o in meno, lo status quo della cornetta, la tentazione (ceronettiana) è quella di ammutolire tutti insieme. Tariffa «Silence». Oppure, più dinamicamente, di confidare nei giovani e nella loro destrezza, e fare il tifo per forme di hackeraggio telefonico, di pirateria tariffaria.
Un amico giornalista (lavora per questo giornale. La direzione lo tenga d'occhio) sostiene, per esempio, che se uno fa un contratto fortemente scontato dagli spot pubblicitari; e se ne fa un altro con un telefonino ricaricabile, lasciato acceso per tutta la notte; gli basta telefonarsi (quasi gratis) dal telefono fisso al ricaricabile, e otterrà un doppio risultato: scaricherà gli spot dementi sul suo telefonino, impedendo che finiscano nelle orecchie degli umani, e nel frattempo lo ricaricherà.
Non ho capito se sia un perverso o un genio.
Michele Serra
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da la Repubblica del 26 gen 2000
L'apocalisse di Obelix
Gennaio 2000: il cielo ci sta cadendo sulla testa. Nostradamus non l'aveva previsto, ma Asterix e Obelix sì. Le sette millenariste stanno dunque aggiornando i loro prontuari apocalittici secondo il rito gallico. Profittando del fatto che la scienza brancola nel buio.
Escluso che la pioggia di blocchi di ghiaccio sia riconducibile a Internet, nessuno osa azzardare altre ipotesi: è stato recentemente appurato infatti che ciò che non dipende da Internet, semplicemente non è. In pura scuola don Ferrante anche altri tentativi minori di stabilire la natura oggettiva del fenomeno: non è lo sciacquone congelato di un aereo, non è un chicco di grandine transgenico, non è un gavettone di cassintegrati della Findus, dunque non è.
Non resta che l'ipotesi soprannaturale: avvertimento divino. Difficile, comunque, interpretare i segni. Che, aggiornati alle ore 17 di ieri, sono questi. Il blocco di ghiaccio caduto sul campo da golf di Fioranello, presso Roma, ha mancato la buca e non ha nemmeno avvicinato il green, dimostrando o una pessima mira o un manifesto spregio per le regole di quel salubre, bellissimo sport già ingiustamente denigrato da una inqualificabile battuta di G.B. Shaw (o era Oscar Wilde? è sempre uno dei due, comunque), il quale sosteneva che per giocare a golf essere stupidi non è necessario, ma aiuta.
Apparentemente mirato contro i ceti abbienti anche il ragguardevole proiettile, "grosso come una zucca", atterrato ieri mattina nella elegante via Washington, a Milano, che è però riuscito, secondo autorevoli fonti d'agenzia, a provocare soltanto "un sordo tonfo" e a irradiare le sue schegge "fino a due metri di distanza", spaventando un passante. Si tratta, specie in un arioso boulevard come via Washington, di un effetto molto dispersivo, quasi miserabile.
Significativamente più efficace l'azione dei dardi glaciali in altri due episodi, entrambi (non per caso!) ai danni delle classi popolari. Sulla Persicetana, micidiale strada provinciale a nord-ovest di Bologna tristemente celebre per gli incidenti mortali, è stata colpita la Y10 di un pensionato di Zola Predosa. Non era assicurato contro la caduta del cielo sulla terra. Comunque il parabrezza non si è rotto.
Ad Ancona sfiorato il dramma, ma centrato in pieno un giovane operaio, ricoverato in ospedale per accertamenti. Si è salvato solo perché indossava due cappelli sovrapposti, per difendersi dal freddo intenso. Quest'ultimo episodio fa doppiamente riflettere, sia perché complica la lettura divinatoria, sia perché riapre uno spiraglio per l'interpretazione scientifica. Lettura divinatoria. Anche se è indubbio che i due proiettili (Bologna e Ancona) indirizzati contro i ceti più esposti hanno colpito con maggiore precisione, è pur vero che nel caso di Ancona l'ingegnoso e insolito espediente del doppio cappello ha messo in ottima luce la sagacia popolare. L'episodio potrebbe dunque significare, nell'intenzione del mittente celeste, la precisa volontà di svelare, attraverso il classico modo biblico della "dura prova", la maggiore perspicacia e resistenza degli operai. Non priva di fondatezza, però, sarebbe anche la lettura opposta, già sposata, secondo autorevoli indiscrezioni, nei cenacoli pannelliani e confindustriali: chiudere l'epoca della centralità operaia centrando un operaio. La riportiamo solo per la completezza dell'informazione. Veniamo all'interpretazione scientifica. Per quanto la Terra sia fittamente popolata, e la densità di abitanti sia in Italia cospicua, la probabilità matematica che, sulla manciata di proiettili caduti ieri sulla penisola ben due centrino in pieno un automobilista e un pedone, è ridottissima. Più o meno come un sei al Superenalotto. È dunque legittimo il dubbio che del lancio celeste possano essere responsabili (o almeno complici) esseri umani, del ripugnante genere "sassi dal cavalcavia" o del sottogenere goliardico "scherzi da grosso imbecille".
Ma è solo un dubbio. In attesa di una pista Gheddafi (ricordate il cannone lungo cento metri con il quale si vociferava volesse centrare, dalla Libia, le finestre del Vaticano?), o di qualche documento riservato che ci illumini sugli esperimenti segreti del Pentagono (le "bombe intelligenti" non erano molto più perspicaci e precise di questi mottarelli giganti), la sola certezza che ci resta è che, sì, il cielo sta cominciando a caderci sulla testa, per Tutatis. E la moda del doppio cappello, da domani farà fiorire la Penisola di acconciature tra le più imponenti, degne di un capo gallico.
Michele Serra
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