Da FAMIGLIA CRISTIANA nº 38, 26 settembre 1999, rubrica "Colloqui in famiglia"

Internet e computer in cima agli interessi dei giovani: come dominare il processo di globalizzazione

NASCE UN NUOVO MONDO

Dicono recenti sondaggi che i giovani mettono in cima ai loro desideri Internet e computer, simboli dell'era telematica. Poi via via, nell'ordine, l'amore, la pastasciutta, il sesso, gli Usa, la coca-cola. Certo sono molto cambiati dai tempi delle tre "emme": moglie, macchina, mestiere. Ma anche dalla stagione delle ideologie e del rifiuto del consumismo made in Usa. Non c'e dubbio che, nel bene e nel male, la cultura giovanile è coinvolta nella americanizzazione che dilaga dalle trasmissioni tv a McDonald.

Si può rilevare che l'amore precede il sesso e che la pastasciutta offre tuttora un argine all'omologazione dei cibi su scala planetaria. Tuttavia prima o poi la preferenza dei giovani andrà agli hamburger con patatine fritte...

La globalizzazione cammina veloce non solo sul piano economico e finanziario, ma anche su quello culturale. Lo metteva in luce, qualche giorno fa, Rita Levi Montalcini: le nuove tecniche di automazione e di informatizzazione hanno trasformato il modo di vivere e di lavorare dell'individuo. Trasformeranno anche il modo di pensare.

Il computer è ad un tempo l'effetto e la causa della globalizzazione. Scompaiono le distanze, tutto quello che si dice, si pensa e si produce in ogni angolo del mondo appare subito e per incanto su Internet. Tutte le culture, le lingue, gli interessi si mescolano in un'insalata russa che può essere ricca di stimoli e di potenzialità; ma che nasconde anche grandi rischi.

È quindi significativo che il computer ed Internet siano al primo posto nei sogni dei giovani. Significa che essi si appassionano a questa tecnologia e a una nuova cultura. Non la subiscono. La vogliono, la sognano. Del resto basta vedere i ragazzi, o anche i bambini, davanti al monitor: abilissimi e appassionati, non si accorgono neppure del tempo che passa. La rivoluzione telematica non potrà essere fermata, ma solo guidata.

È interessante che un premio Nobel come Rita Levi Montalcini sottolinei proprio questo: per dominare il processo di globalizzazione occorre che l'umanità elabori una cultura nuova, un modo di pensare fondato sui più alti valori etici. Lo dicono anche gli studiosi della società e gli economisti più attenti al valore della persona umana: il nuovo mondo che nasce su scala planetaria richiede un nuovo umanesimo.

Non è un cammino spontaneo. Abbandonati a se stessi i meccanismi della tecnologia e dell'economia tendono a favorire una folle corsa verso il profitto e il consumismo. La mentalità diffusa, non solo tra i giovani, ne è una spia. La fede cieca che sta alla base della americanizzazione è che il benessere dipende direttamente dal livello dei consumi.

Ma gli studiosi della società dimostrano che la qualità della vita dei popoli non è sempre proporzionale al reddito e ai consumi. Il venti per cento della popolazione che consuma oggi l'86 per cento delle risorse, non è automaticamente più felice. Dal 1960 al 1990 il reddito pro capite negli Usa è raddoppiato (in termini reali), ma la percentuale degli americani soddisfatti è calata dal 35 al 32 per cento.

Il professor Gabriele Calvi, presidente dell'Eurisko, ha documentato recentemente che l'appagamento dei cittadini non dipende da reddito e consumi. Spesso «sono i consumi che consumano l'uomo: sono i consumatori a venir consumati senza pietà in una macchina che non ha altro governo che sé stessa».

Del resto è cronaca d'oggi: i consumi vengono incentivati per sostenere la produzione. E invece la corsa ai consumi esclude e condanna alla miseria e all'insicurezza larghe fasce di cittadini persino nelle società più ricche, come il modello americano dimostra. Per correggere questi errori, che provocano vere ingiustizie e infelicità (oltre a mettere a rischio anche l'equilibrio ambientale), occorre creare e valorizzare una nuova cultura che contesti apertamente i miti e i preconcetti oggi prevalenti.

Come ha scritto Calvi: «Il benessere è un ben-essere, non un ben-avere; è un fluire forte e interiore del sé personale e del senso dell'esistenza, non la disperata ricerca di sé nella sabbia del deserto esteriore».

 
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Da FAMIGLIA CRISTIANA nº 38 - 26 settembre 1999 (rubrica Famiglia TV)

A parer nostro...

Poiché una minoranza di italiani acquista il giornale in edicola, mentre la grande maggioranza si lascia informare dal video, sarebbe auspicabile che i Tg e le rubriche annesse spiegassero a questa maggioranza - e anche alla minoranza, ben disposta ad imparare - che cosa realmente accade nell'economia nazionale ed europea. Ma lo spiegassero a fondo, senza le cautele d'uso, come sempre si dovrebbe fare per gli eventi che toccano gli interessi del cittadino pur se sembrano largamente scavalcarlo.

Ci sono grandi aziende che riducono il personale perché calano i dividendi, altre del medesimo ramo che compiono analoghi sfoltimenti per la ragione opposta, ossia perché guadagnano molto ma ambiscono a guadagnare di più. Ci sono gruppi danarosi e influenti che partono all'attacco di aziende ugualmente reputate, ma a quanto pare vulnerabili, impiegando cifre che sanerebbero il Bilancio di uno Stato. Ci sono singoli personaggi, noti alle cronache finanziarie come a quelle da rotocalco, che possono agire e decidere a nome di migliaia di dipendenti, clienti, azionisti, occupati e disoccupati, senza alcun mandato popolare e grazie solo alla loro potenza personale.

Così si comportavano i tycoons dell'Ottocento, quando non esistevano leggi anti-trust né controlli pubblici in grado di fungere da ammortizzatori, nel campo economico come in quello sociale. In una parola, sembra definitivamente affermarsi quel capitalismo selvaggio, privo di regole e umanità, che papa Wojtyla da anni denuncia.

E la tv? Riporta nelle sue edicole notturne grandi titoli di stampa, quasi senza analisi proprie. Dedica le sue rubriche agli amori delle star, non alle manovre di pochi che modificheranno il futuro di moltissimi. Meglio la cronaca rosa, che non disturba i manovratori.

effecì

 
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LA STAMPA, 27 settembre 1999
rubrica "OLTRE LA LIRA"

Telecom e Michelin con la dieta Usa

Era metà agosto - dunque tempo poco propizio per le riflessioni - quando avemmo modo di osservare che tra i paradossi di questi anni vi è anche quello secondo il quale, a motivo della globalizzazione dell'economia produttiva e finanziaria, i profitti di un'impresa sono insufficienti per definizione, salvo per quella che, nel suo campo di attività, sia la più profittevole del mondo. Se (ancora) non siamo all'affermazione del modello teorico secondo il quale in ciascun campo di attività rimane ad operare una sola impresa che, in virtù della maggiore efficienza, abbia sbaragliato ogni concorrenza, è perché vi sono ancora residue vischiosità alla penetrazione sui mercati, perché la concorrenza non è (e forse non potrà mai essere) perfetta, ed anche perché qualche competitore potrà essere tenuto in vita dalla speranza, purché ragionevole e ben motivata, di poter contendere con successo quel primato.

In poche settimane due casi emblematici hanno confermato la realtà di questo paradosso: due casi a noi vicini venendo uno della Francia ed uno direttamente da casa nostra. Ci riferiamo alla Michelin e alla Telecom. L'azienda francese ha fatto scalpore per aver annunciato un ulteriore piano di riduzione dei dipendenti pur in presenza di utili in sensibile crescita. La Telecom ha fatto scalpore (un pò meno perché non vi sono state reazioni di governo come è accaduto a Parigi) perché il suo amministratore delegato, Colaninno, ha affermato ore rotundo che non esiterà a ridurre l'organico se ciò varrà a creare valore per gli azionisti; detto in altro modo, nella scala di priorità degli obiettivi dell'impresa la gratificazione del capitale fa premio su quella del lavoro.

Accade dunque nella nostra Europa ciò che da tempo è norma negli Stati Uniti: la profittabilità dell'impresa non è più condizione sufficiente perché l'impresa stessa possa essere ritenuta stabile e perché chi vi lavora possa stare tranquillo. Occorre guardare avanti e considerare se una impresa concorrente è o sta per diventare ancor più profittevole e, nel caso, provvedere a che i profitti siano più consistenti. Il punto di riferimento non è più la profittabilità in sé, intesa come capacità di esitare il prodotto a prezzi di mercato maggiori dei costi sostenuti per produrlo, ma molto di più: è la profittabilità del campione mondiale di quel mercato. Insomma: nel sistema economico globale non basta guadagnare, magari anche parecchio, se, nel mondo, vi è chi guadagna ancora di più, perché il campione dei profitti potrà attrarre con maggior forza i capitali, potrà realizzare maggiori investimenti, avrà più margine per attaccare i concorrenti sul piano commerciale come su quello dell'innovazione. Ed infatti la Michelin, - ripetiamo: annunciando utili in crescita -, ha motivato il suo piano affermando che i suoi due maggiori competitori mondiali, la Bridgestone e la Goodyear, hanno raggiunto una efficienza economica ancora maggiore, per cui delle due l'una: o la Michelin riesce sollecitamente a fare altrettanto, oppure alla lunga è destinata a soccombere. Motivazione ineccepibile, contro la quale la reazione di condanna del governo di Parigi, e del primo ministro Jospin in persona, appare dettata soltanto da una comprensibile, ma sterile e contraddittoria stizza.

Il silenzio del governo italiano, per quanto anch'esso di sinistra ed anch'esso non meno impegnato nella lotta alla disoccupazione, è dunque apparso più saggio e coerente. Perché è vero che la realtà che ispira il management della Michelin e che Colaninno ha tanto chiaramente esplicitato è sgradevole, almeno per la nostra cultura. Ma è altrettanto vero che questa realtà è la diretta conseguenza delle regole che l'economia mondiale si è data, con l'entusiastico assenso di alcuni governi o con la passiva accettazione di altri. Nessuno ha tentato alcuna forma di opposizione, e neppure di resistenza. Sicché ora è quanto meno singolare che si critichino gli effetti dell'applicazione di quelle regole senza metterle in discussione, ed ancor più lo è stupirsi che esse provochino quegli effetti, come se avessero potuto prodursi solo negli Stati Uniti, come se l'Europa potesse esserne immune in virtù della sua cultura umanitaria, della sua tradizione solidaristica, della sua attenzione per la perequazione distributiva, o addirittura per l'orientanento a sinistra della maggior parte dei suoi governi. Quando la grande massa dei cittadini comprenderà da che parte si sta andando ed a fare molti collegamenti che oggi ancora è difficile fare sul sovvertimento dei valori che si va producendo, una reazione ci sarà; non potrà non esserci. Si può forse escludere che i risultati delle elezioni che si vanno tenendo in Europa, con il successo delle forze politiche estreme, non siano un primo, istintivo e magari grossolano annuncio di una qualche reazione? Ad affrontare i paradossi che l'economia globale sta producendo sempre più visibilmente non sarà mai troppo tardi, anche nell'interesse del vero liberismo, quello formulato dai classici del passato, non quello oggi ridotto ad ingannevoli slogan.

Alfredo Recanatesi

 
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Dal CORRIERE DELLA SERA del 18 ottobre 1999, rubrica "Pubblico e Privato"

Ci vuole un argine per frenare l'irruenza del dio denaro

La scorsa settimana ho scritto che vedo i prodromi di profondi cambiamenti sociali. Molte lettere mi invitano a dire, con maggior chiarezza, di che cosa si tratta. Cercherò di farlo. Penso che l'impetuoso processo di globalizzazione, in atto da oltre un decennio, incominci a produrre troppi danni, troppe tensioni e stiano sorgendo forze che cercano di frenarlo. Noi pensiamo alla globalizzazione solo come progresso tecnologico, come sviluppo delle grandi reti di comunicazioni e di scambi planetari, alla diffusione degli stessi modelli di vita in ogni parte del globo con la scomparsa delle differenze locali, culturali. Pensiamo alla diffusione di un'unica lingua, l'inglese.

E siamo convinti di trovarci di fronte ad una impetuosa fase di sviluppo economico, ad una straordinaria creazione di ricchezza per tutti. I nostri telegiornali annunciano ogni giorno, entusiasti, le fusioni fra banche, fra giganti della distribuzione o della telecomunicazione a cui seguono vertiginosi aumenti in Borsa, enormi guadagni. In realtà, se riflettiamo, ci accorgiamo che l'occupazione non cresce, anzi diminuisce. Che la ricchezza aumenta, ma per pochi e la povertà per molti. Che la qualità della vita peggiora. E crescono dovunque l'insicurezza, la violenza, la criminalità. La globalizzazione non ha prodotto uno sviluppo uniforme dell'economia. Ha fatto esplodere il capitalismo finanziario a spese di quello imprenditoriale. Non nascono milioni di nuove imprese produttive, non cresce una borghesia legata alla nazione, al territorio, alla città. I capitali corrono dove vi sono opportunità di profitti speculativi, spesso producendo paurose devastazioni umane e sociali.

Il capitalismo, come sistema sociale, è formato di tre parti.
Una puramente economica, speculativa, che non si preoccupa d'altro che del profitto. Questa non è capace di creare la solidarietà, le norme sociali, i valori che tengono unita la società. Da sola disgrega le nazioni, le comunità, la famiglia, produce anarchia e violenza.

Poi ne esiste un'altra, rappresentata dagli imprenditori radicati nella propria comunità, con un'etica del lavoro, con un forte senso di responsabilità verso la propria impresa, i propri dipendenti. Che non mirano solo al guadagno ma anche al prestigio, al riconoscimento sociale.

E infine vi è la terza parte formata dai movimenti che ricostituiscono la solidarietà sociale, i valori, gli ideali. Sono loro che hanno creato le nazioni, i sindacati, le associazioni religiose, i partiti di massa della nostra epoca. E, conquistato lo Stato democratico, hanno creato le leggi che hanno consentito al capitalismo di funzionare.

Ogni volta che il meccanismo speculativo torna ad agire allo stato puro, il processo disgregativo prevale su quello ricostruttivo.
II dio denaro, lasciato solo, produce disoccupazione, disordine, incertezza, violenza. Finché non sorgono movimenti che lo frenano, e ricostituiscono l'ordine sociale.

É quanto sta accadendo oggi. L'impetuoso dilagare del capitalismo finanziario ha già cominciato a mettere in moto movimenti destinati a frenarne la potenza devastante. Stanno crescendo l'ansia, l'incertezza, lo smarrimento. Ma stanno anche crescendo il bisogno di valori, di radicamento, il desiderio di vivere in comunità forti e dignitose. E queste forze si faranno sempre più vive nel prossimo decennio.

Francesco Alberoni

 
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estratto da un intervento al

Corso di formazione e informazione alla cooperazione missionaria, al volontariato internazionale e al commercio equo e solidale

(Trieste, 30 novembre 1996)

I nemici del mercato globale: stato e società civile

Due sono i nemici della logica del mercato e della ortodossia del libero mercato che della deregulation, della competitività, dell'efficienza ha fatto le proprie bandiere: lo stato e la società civile. Su quest'ipotesi concordano Ralf Dahrendorf e Susan George. Scrive Dahrendorf: "La globalizzazione economica sembra associata a nuovi tipi di esclusione sociale". Tra questi:

  • aumento delle disuguaglianze in termini di reddito;
  • aumento del numero di persone considerate "inutili".
    Il rapporto della Banca Mondiale (1990) dedicato alla Povertà indica in 1 miliardo le persone per le quali non è pensabile alcun sviluppo. Si tratta di persone per lo più del sud del mondo. La tendenza evidenziata da Dahrendorf riguarda invece tutto il mondo : "certe persone (per terribile che sia anche solo metterlo per iscritto) semplicemente non servono: l'economia può crescere anche senza il loro contributo; da qualunque lato le si consideri, per il resto della società esse sono non un beneficio, ma un costo";
  • aumento della instabilità e della insicurezza : "lo sradicamento delle persone diventa una condizione della efficienza e della competitività";
  • smantellamento del welfare state;
  • fine della "solidarietà" fra esclusi: "anche quando molte persone soffrono per lo stesso destino, non c'è nessuna spiegazione unificata e unificante della loro sofferenza, nessun nemico suscettibile di essere combattuto e costretto ad arrendersi. Ma la cosa più importante, e anche più grave, è che le persone realmente svantaggiate e quelle che temono di scivolare nella loro condizione non rappresentano una nuova forza produttiva, nemmeno una forza con cui oggi si debbano fare i conti. I ricchi possono diventare più ricchi senza di loro; i governi possono essere rieletti senza i loro voti; e il prodotto nazionale lordo può aumentare indefinitivamente";
  • aumento dell'anomia e della disintegrazione sociale;
  • tramonto di ogni regola, declino del "patto-contratto sociale".

Il fine ultimo del liberismo, come scrive S. George, è quello di eliminare stato e società civile cosicché il sistema economico si trovi sempre da rapportarsi con il singolo individuo in competizione con tutti gli altri singoli individui: è la realizzazione del darwinismo sociale e della logica precontrattuale di Hobbes, homo homini lupus.

Come sostiene Latouche, sulla linea di Karl Polanyi, l'autonomizzazione del tecnico e dell'economico dal sociale svuota quest'ultimo di ogni sostanza.

Aluisi Tosolini, direttore di  ALFAZETA

 
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estratto dall'articolo "In nome del dio profitto" da JESUS nº 11 Novembre 1999

In nome del dio profitto

... Nessuna forma di vita economica, anche primitiva, può pensarsi senza un supporto strutturale, sia a livello di villaggio sia di Stato sovrano. Ma oggi vi è un unico sistema di strutture che governa la vita economica dell'intera famiglia umana. Questa "globalizzazione" è per il cristiano qualcosa di auspicabile: ormai lo sguardo del cristiano si deve estendere alla famiglia umana considerata come un unico corpo sociale. La stessa idea tradizionale di "bene comune" deve intendersi come bene comune della famiglia umana.

Ma è dal tipo di strutture della globalizzazione che dipende il perseguimento di tale bene comune: la domanda è se le attuali strutture consentano il miglioramento della qualità della vita di ogni essere umano ovunque sulla terra (cfr. Gaudium et spes, n.77), per l'oggi e anche per il domani della storia umana (è qui la gravità del problema ecologico).

Oggi le strutture tradizionali dell'economia - produzione e distribuzione (mercato) - sono irreversibilmente globali. Oggi si produce per componenti: sia le 4-5 parti di una videocassetta sia le 172.000 parti di un Airbus possono essere prodotte ciascuna in un luogo diverso della Terra, assemblate in un altro, commercializzate in un altro ancora. In molti casi si produce dove si ha il minor costo del lavoro (circa 30 dollari l'ora in Germania, 20 negli altri Paesi industrializzati, da 0,5 a 2 nei Paesi più poveri). In altri casi si produce dove esiste manodopera altamente specializzata. In altri casi ancora alcune componenti sono prodotte solo da pochissimi centri specializzati (una nuova molecola per le bioingegnerie o un motore per grandi aerei di linea solo General Electrics, Pritt & Whitney, Rolls Roice possono produrli).

Lo stesso avviene per il commercio e la distribuzione: si compra e si vende dove conviene. Qualsiasi operatore può comprare all'ingrosso a Hong Kong e vendere a Milano, per distribuire poi al dettaglio in Usa o in Thailandia. Nessun Governo, pur potente che sia, può realmente governare produzione e mercato, se non con pochi strumenti (dazi, incentivi o disincentivi) deboli e destinati a sparire.

Tutto ciò è oggi possibile per l'avvento di nuove tecnologie. Due in particolare: la rivoluzione del silicio, e cioè elettronica e informatica, che consente trasmissione di dati, ordinativi, trasferimenti di denaro eccetera; una radicale trasformazione dei sistemi di trasporto merci, con navi che possono contenere 8.000 containers e con treni merci per lunghe distanze (Usa, Australia, Sudafrica, Russia) che trasportano 10/20 mila tonnellate (in Europa il limite è di norma 2 mila). In tal modo l'incidenza del costo del trasporto per unità di prodotto è irrisoria. Queste due realtà tecniche sono irreversibili, e sono molto recenti (non più di vent'anni), e così spiazzano tutte le teorie e le logiche economiche attualmente disponibili.

Ma dopo la rivoluzione del silicio si hanno due fenomeni altrettanto nuovi. Il primo fenomeno è l'inserimento massivo nella produzione del momento di ricerca e sviluppo ("R&D": research and development). I nuovi treni veloci europei hanno richiesto 10-12 anni dalla prima ideazione alla produzione di serie; nuovi aerei militari sono già in progetto da anni e saranno pronti verso il 2010. Ciò richiede un enorme incremento del capitale necessario, e perciò una sempre maggiore concentrazione del capitale disponibile sulla faccia della Terra e della sua gestione, al di sopra delle teste di qualsiasi Governo o Stato.

Il secondo fenomeno: oggi non esiste più il capitalista-padrone. Tutto il denaro, comunque raccolto ovunque nel mondo, è gestito da società finanziarie, che a loro volta sono controllate da finanziarie di ordine superiore. In tal modo il mondo della finanza è completamente separato dal mondo della produzione. Una finanziaria trae profitto esclusivamente dal movimento del capitale (finanziario), e così il capitale si muove freneticamente da un capo all'altro della Terra, in tempo reale e non controllabile da nessun Governo, sempre e solo in cerca del massimo profitto finanziario. Se, cosa, per chi e come si produca non ha alcun interesse per i veri manovratori del capitale mondiale. Molte migliaia di miliardi di dollari si spostano ogni 24 ore, e sempre in cerca di massimizzazione del profitto privato, da cui è per principio, esclusa ogni preoccupazione per il bene comune, per i reali bisogni dell'uomo.

Le condizioni di vita della famiglia umana si desumono agevolmente dalla tabella che pubblichiamo sopra ... In sintesi i Paesi ricchi hanno un Pnl pro capite (Prodotto nazionale lordo: la somma di tutte le ricchezze comunque prodotte in un paese, espressa in dollari e divisa per il numero degli abitanti, valore sommariamente indicativo della ricchezza disponibile; la sua distribuzione dipende in parte dai singoli governi, ma sempre entro il limite del Pnl) di 20/30 mila dollari.

In America latina il Pnl si colloca fra 1.000 e 4.000 dollari, e cioè a un decimo dei Paesi ricchi: ma l'America latina gode di un'iniqua distribuzione delle ricchezze che non ha eguali nel mondo. In Brasile vi sono circa 30 milioni di ricchi e 130 milioni di poveri. In Africa, escluso il Sudafrica, il Pnl oscilla fra 100 e 700 dollari, ma nell'Africa subsahariana difficilmente supera i 200: siamo perciò a un centesimo della ricchezza disponibile da noi. In Asia, salvo le note eccezioni, il Pnl oscilla fra 260 dollari (Cambogia) e 500 dollari (Cina). India e Cina messe insieme - oltre un terzo dell'umanità - hanno una media di un dollaro e mezzo al giorno per abitante, ivi comprese le spese pubbliche di ogni genere.

Due importanti indicatori della qualità umana della vita sono l'attesa media di vita e la mortalità infantile: qui si rispecchia la disponibilità di cibo, di acqua potabile, di assistenza sanitaria, di educazione di base, e la presenza di violenze e drammi sociali inevitabilmente connessi alla miseria. Per i Paesi ricchi l'attesa media di vita è 75/80 anni; in America latina è di 55/65 anni (salvo Cuba che è su livelli europei); nell'Africa subsahariana raramente arriva a 50 anni; nell'immensa Asia povera è fra 55 e 70 anni. La mortalità infantile, calcolata sui morti nel primo anno di vita su mille nati vivi, nei Paesi ricchi è di circa il 6/7 per mille (media Unione europea 5,6, Usa 8). In America latina oscilla tra 20 e 65 (salvo Cuba che è a livelli europei e migliori di quelli Usa); nell'Africa subsahariana è generalmente sopra a 100; in Asia oscilla fra 35 e 100.

Si tratta di un quadro spaventoso di una famiglia umana spaccata in due, in cui meno di un quinto assorbe più di quattro quinti delle risorse disponibili. Deve esser ben chiaro che ogni area di miseria ha caratteristiche diverse, e che ogni Governo ha una parte di responsabilità. Ma deve esser soprattutto ben chiaro che si tratta di una realtà strutturale, stabile, causata o mantenuta dalle strutture economiche globali che ho descritto. Ci siamo commossi vedendo i bambini nei campi di raccolta per un terremoto o per una guerra. Ma non riflettiamo che quelle condizioni miserabili derivano da fatti ben precisi, sono congiunturali e transitorie. E sono molto migliori delle condizioni di normalità in cui la maggior parte dei bambini del mondo vive e vivrà senza speranze e senza prospettive. Non esiste agenzia o progetto con sufficiente autorità per cambiare la tragedia che incombe sulla famiglia umana: chi potrebbe non ha nessun interesse a farlo, e chi vorrebbe non ha potere per farlo.

Dietro a tutto questo vi è la logica di massimizzazione del profitto finanziario privato che va perseguito a ogni costo, e naturalmente al costo della qualità della vita della grande maggioranza degli esseri umani. Non si investe per soddisfare bisogni essenziali dell'uomo: investire per i poveri della Terra non dà tanto profitto quanto investire per i non-bisogni dei ricchi. Grandi corporations medicali rifiutano di investire in ricerca per le urgenze sanitarie dei poveri (malaria, tubercolosi, Aids), dichiarando esplicitamente che la ricerca non darebbe sufficiente ritorno finanziario (The Economist 14.8.99: Helping the world's poorest). Meglio investire in armi, droga, alte tecnologie. Non si investe per creare occupazione, ma disoccupazione: con nuove macchine si riducono i costi del lavoro. Di norma nelle grandi Borse la notizia dell'aumento dell'occupazione crea crolli di azioni. Ogni cautela ecologica incide inevitabilmente sui profitti, e non offre sufficiente rapporto costi/benefici in tempi brevi. La tragedia della famiglia umana si andrà sempre più approfondendo. Solo da pochi anni alcuni liberisti più illuminati insistono su sanità e educazione per i poveri, ma la maggior parte degli economisti e la totalità degli operatori economici non ci pensano neppure.

Gravi sono le colpe della teologia cristiana, cattolica e protestante (soprattutto riformata nordamericana). Colpe della teologia sistematica, che si è occupata solo della salvezza delle singole anime dimenticando totalmente il cammino dell'umanità verso la pienezza del Regno. Colpe della teologia morale che si è fermata, a partire dal Catechismo Romano dopo il Concilio di Trento, al tema del "non rubare": il vero tema della morale economica nel Vangelo è invece quello del significato che i beni terreni hanno nell'orizzonte di fede del cristiano.

Invece si è annunciato che le ricchezze, una volta legittimamente acquistate, sono strumento di esercizio della libertà personale col solo limite di fare ogni tanto qualche elemosina. Ma per i Padri e per Tommaso chi non dà del suo al bisognoso commette ingiustizia: è tanto ladro chi non soccorre il povero quanto chi ruba i beni altrui. Ancora oggi vi sono scuole di pensiero cattolico che sostengono essere il liberismo capitalistico attuale la miglior forma di attuazione del Vangelo, in quanto garante del personalismo e della libertà. E anche documenti pontifici parlano di capitalismo selvaggio: è una visione vecchia, da "padrone delle ferriere".

Oggi, nella situazione sopra illustrata, il capitalismo è inesorabilmente "selvaggio": nessuna idea di bene comunque può governarlo. La dottrina, anch'essa vecchia di oltre un secolo, della "mano invisibile" del libero mercato è solo un paravento morale che copre una iniquità sostanziale: il libero mercato di dimensioni planetarie fra aree povere e aree ricche serve solo a arricchire i ricchi e impoverire i poveri. Se il povero vuole anche solo sopravvivere deve sottostare alle condizioni imposte dai ricchi: ed è appunto questa, fino ad oggi, la politica costante del Fondo monetario internazionale. Ma molti poveri, come nell'Africa subsahariana, hanno urgenti bisogni che non possono neppure "diventare domanda sul mercato": semplicemente non hanno soldi per stare sul mercato.

Occorre dunque ripensare nelle sue radici l'annuncio morale cristiano sulla storia e sull'economia: il Concilio ha indicato con chiarezza la via, ma finora sembra che pochi se ne siano accorti o siano disposti a seguirla senza compromessi. La logica della massimizzazione del profitto, quali che siano i costi umani che essa esige, unita allo pseudo-dogma del liberismo economico, sta ormai prevalendo a tutti i livelli. Dal livello finanziario è entrata al livello aziendale, al livello di proposta di politica economica per i governi, a livello personale. Ormai "l'avere di più perché è di più", e non come possibile strumento per soddisfare ragionevoli bisogni nostri e altrui, sta diventando la regola suprema dei comportamenti privati. Negli Usa è diventata una vera ossessione generalizzata: con l'avvento di Internet è ormai possibile per il privato operare direttamente e in tempo reale sul mercato finanziario, e molti passano le giornate a muovere denaro al computer per cercare di arricchirsi rapidamente. Non solo la ricchezza, ma l'arricchimento costante come fine a sé stesso è diventato il nuovo idolo, il nuovo ideale di vita nei Paesi ricchi.

La teologia morale cattolica dell'ultimo secolo non ha saputo, o voluto, dir niente al riguardo; quella protestante americana, legata all'idea dell'arricchimento come segno di predestinazione, ha favorito tale tendenza. Per molti americani Wasp (White, anglo saxon protestant) se uno è povero lo è per propria colpa: circa 40 milioni di cittadini statunitensi poveri non godono di alcun diritto all'assistenza sanitaria. Si mira a ridurre al minimo le tasse per la salute per poter aumentare quelle per armamenti.

In questo modo il liberismo economico sta divenendo liberismo sociale: nessuna preoccupazione per il bene comune della comunità "Stato" - per non parlare della comunità "famiglia umana" - è ormai proponibile; lo "Stato sociale" è ormai irriso da molta stampa Usa come «old style».

E molti cattolici si adeguano, col ridicolo pretesto della paura del comunismo. Ma nel Vangelo la ricchezza materiale "non è vera ricchezza, non è ricchezza" per noi seguaci del Signore (cfr. Luca 16). La ricchezza vera è Dio e l'avvento del suo Regno. Cercare prima il Regno di Dio e la sua giustizia è cercare la crescita di una convivenza umana di fraternità, di condivisione, di pace. Se la teologia non saprà leggere l'economia come vero luogo teologico, luogo in cui dobbiamo cercare - studiando con passione, piangendo e pregando - quale sia il progetto e la chiamata di Dio per noi qui oggi, la Chiesa avrà tradito la sua missione.

Enrico Chiavacci

 
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da JESUS nº 11 Novembre 1999 pag. 59: Intervista al presidente di "Iustitia et pax"

I cinque pilastri

«La globalizzazione sta creando nuove minacce alla sicurezza sia per i Paesi poveri sia per quelli ricchi». Lo dice a toni bassi, monsignor François Xavier Nguyen Van Thuan, presidente del Pontificio Consiglio "Iustitia et pax". E in quel soffio di voce risuonano, d'un tratto, gli anni della prigionia e dell'isolamento nel Vietnam comunista; gli anni in cui costruì col legno e con del filo elettrico la croce che oggi porta al collo dopo averla nascosta a lungo nel sapone, nella cella che gli era stata imposta, per tredici anni, dalla persecuzione. Quando parla di economia, monsignor Van Thuan ha negli occhi i suoi connazionali intimoriti e poveri, le regole del mercato che impongono il silenzio sui diritti umani, la prepotenza dei latifondisti in America latina, i mille e mille casi di ingiustizia che il Pontificio Consiglio sta seguendo in tutto il mondo.

É dunque impossibile, secondo lei, conciliare globalizzazione e rispetto dei diritti umani fondamentali?

«Non credo. Dipende tutto dalla prospettiva in cui ci mettiamo: se consideriamo la globalizzazione a servizio dell'uomo, se la utilizziamo per soddisfare i bisogni di tutte le popolazioni, se l'applichiamo per lo sviluppo anche delle zone più povere, allora possiamo considerarla un bene. La globalizzazione non è in sé una cosa negativa. Lo diventa se l'asserviamo alla ricerca assoluta del profitto, se la impieghiamo per spingere alla competizione sfrenata».

Come si può "dirigere" la globalizzazione?

«Prendendo sul serio quanto ci ha insegnato il Papa: bisogna cercare una globalizzazione senza esclusione. Non ci devono essere disparità, diseguaglianze tra gli uomini. Tutti devono avere accesso alle fonti di informazione, all'educazione, alle risorse necessarie per la loro vita. Il Pontificio Consiglio si è interrogato a lungo su questa questione, lavori su questo tema sono tuttora in corso. Crediamo che una globalizzazione che sia veramente positiva per l'uomo debba poggiare su cinque "pilastri": la libertà, la verità, la giustizia, la solidarietà e la carità».

Questi "pilastri" non sono attualmente molto forti. Non le pare?

«Finora abbiamo visto gli effetti di una globalizzazione applicata male. Abbiamo visto come essa generi insicurezza economica, sanitaria, ambientale, culturale e politica. Stiamo assistendo allo smantellamento di istituzioni di tutela sociale. Abbiamo davanti agli occhi il problema del debito internazionale, la miseria di molti popoli. Sappiamo bene quali sono i limiti, tuttavia non ci stanchiamo di ribadire le cose giuste da fare. Da duemila anni insegniamo che non bisogna peccare, ma si continua a peccare in tutto il mondo. Non per questo smettiamo di insegnare. Ci sono persone di buona volontà che continuano a seguire la Chiesa. Anche la società non cattolica apprezza i valori della verità, della libertà, della giustizia e della solidarietà. Questo ci salverà, anche dalle storture della globalizzazione».

É sicuro che si possa rimediare alle distorsioni cui stiamo assistendo?

«Credo di sì. Sempre che si trovi il modo di applicare la globalizzazione insieme con altri valori. Con l'etica innanzitutto, perché non ci siano mai più violazioni dei diritti umani; con l'equità, perché non ci siano mai più disparità in uno stesso Paese e tra le diverse nazioni; con l'inclusione, perché nessun popolo sia mai più messo ai margini; con la sicurezza umana, perché gli uomini e le donne non vivano nell'instabilità; con la sostenibilità, perché l'ambiente non sia distrutto; con lo sviluppo, perché si sconfiggano povertà e miseria».

Quali saranno i prossimi passi?

«La sfida della globalizzazione nel secolo che arriva è quella di non far fermare lo sviluppo, l'espansione del mercato. Certo bisogna trovare delle regole e delle istituzioni di governo più forti - sia a livello locale, sia regionale e mondiale - per preservare i vantaggi del mercato e della competizione globale, ma bisogna anche prevedere abbastanza spazio per la comunità umana e per le risorse ambientali per assicurare che la globalizzazione sia effettivamente per il popolo e non per il profitto».

Chi può oggi spingere i "padroni del mondo" a cambiare rotta?

«Innanzitutto la società civile. Esiste una globalizzazione dall'alto, che è quella dei mercati e dei mezzi di comunicazione. Ma poi c'è anche una globalizzazione dal basso, che è quella dei diritti sociali, culturali, della persona. Di quest'ultima siamo responsabili in prima persona tutti noi, le organizzazioni non governative, le aggregazioni, le comunità. Non abbiamo ragioni per temere la globalizzazione, ma ne abbiamo per tentare di purificarla dai suoi errori».

Quali testi ritiene fondamentali per una corretta formazione di chi opera in economia?

«Richiamerei innanzitutto la Pacem in terris e la Centesimus annus. Oltre, naturalmente a tutta la dottrina sociale della Chiesa. I cristiani non possono accettare una globalizzazione che si fonda solo sul guadagno e sul denaro, devono rifiutare Babele e le sue violenze. I cristiani sono i primi ad avere una visione universale, ma si tratta di una universalità che abbraccia tutti i popoli, tutte le culture, le diversità di ciascuno. A questa universalità occorre educarsi. Per questo credo che sia necessario studiare le varie encicliche del Papa e la dottrina sociale. Lo stesso Pontefice, durante il suo viaggio negli Stati Uniti, ha detto all'America che è necessario avere una catechesi o un manuale sulla dottrina sociale della Chiesa per un buon orientamento anche in campo economico. É stato molto importante questo richiamo perché fatto a un Paese ricco e potente».

Su quali fronti la Chiesa ritiene sia oggi più importante e urgente impegnarsi?

«Alla Chiesa stanno a cuore tutte le questioni che opprimono l'uomo. La globalizzazione contiene in sé molte minacce pronte a concretizzarsi se non interveniamo in tempo. In particolare, anche come Pontificio Consiglio, ci stiamo occupando del problema del debito internazionale, che sta strangolando i Paesi più poveri. Abbiamo avuto degli incontri con i rappresentanti delle istituzioni monetarie mondiali. A loro abbiamo mostrato la miseria delle popolazioni e abbiamo chiesto giustificazione per il loro comportamento. Crediamo così di dare un aiuto concreto al processo di cancellazione del debito».

In economia, quale via pensate sia giusto percorrere?

«La Chiesa non propone una terza via tra comunismo e consumismo, ma si sforza di proporre i suoi principi, in ogni caso. I principi non cambiano perché sono verità. La loro applicazione può mutare con le diverse circostanze, ma essi, nella sostanza, sono immutabili. Per esempio, la dignità della persona è fondamentale, e se la globalizzazione non rispetta la dignità umana non avrà mai alcuna possibilità di funzionare».

Annachiara Valle

 
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