da la Repubblica del 6 dicembre 1999

La nuova Italia leggera di testa

Ha molto colpito anche me il rapporto diffuso dal Censis pochi giorni fa sullo «stato del paese» cui Gad Lerner ha dedicato un bell'articolo l'altro ieri. Il documento è gremito, come già negli anni scorsi, da una gran quantità di statistiche che danno conto del comportamento degli italiani e riguardano consumi, risparmio, natalità, invecchiamento, nuove forme di lavoro, convivenze familiari, uso del tempo libero e insomma l'evoluzione (o l'involuzione) di questa nostra società. Se ne ricava un quadro tutt'altro che ottimistico e Giuseppe De Rita lo sottolinea e lo drammatizza nella sua introduzione al volume.

Lerner ha già citato alcune delle definizioni e dei giudizi di De Rita sugli italiani, colti nell'ultimo anno del nostro secolo; non sono giudizi incoraggianti: sconnessione psichica, passività, deresponsabilizzazione verso il futuro, egoismo individuale. Ma quello che a me sembra il più azzeccato descrive gli italiani in preda a un «pensiero di sorvolo» che sarebbe poi la sintesi generale delle mille pagine del documento.

Pensiero di sorvolo: come dire una sorta di trasognamento irresponsabile, di dormiveglia privo di motivazioni forti, di precariato intellettuale ed etico, di emotività senza convinzioni. M'è venuta in mente una delle belle cantate del «Don Giovanni» mozartiano dove il librettista Da Ponte fa dire a Masetto a proposito dei suoi amici: «giovanotti leggeri di testa»; così sarebbero gli italiani secondo De Rita: leggeri di testa, sorvolano i problemi senza alcuna volontà d'incidere su di essi pagando i prezzi necessari per compiere tale faticosa operazione. Badano all'utile proprio, alla propria immagine pigolando «io io io» in ogni occasione e per il resto sorvolando. Leggeri di testa, appunto.

Questi giudizi alquanto sconsolati non sono nuovi e non li ha inventati De Rita. Il pensiero corre a Salvemini, Gobetti, a Ugo La Malfa, a Enrico Berlinguer, a Ezio Vanoni. Ma il fatto che non siano più soltanto scaturiti dall'intuizione di alcuni moralisti e uomini politici, ma derivino dall'analisi di un centinaio di grafici e di tabelle è un fatto che deve farci riflettere, una dimensione nuova e di massa d'un fenomeno diventato ormai il tratto predominante d'una popolazione apatica, nevrotizzata, dedita a piaceri fuggevoli, fuggevoli entusiasmi, fuggevoli amori, fuggevoli commozioni. Abbondano i vecchi e i giovani, difettano le persone mature e purtroppo lo si vede.

* * *

Un tempo i nostri moralisti insoddisfatti del proprio paese portavano ad esempio quelle che essi definivano le grandi democrazie dell'Occidente dove i principi della libertà, della giustizia e della legalità erano nati e avevano avuto il tempo di consolidarsi e affinarsi. Si citava l'Inghilterra, la Francia, gli Stati Uniti, i paesi scandinavi.

Alcuni, anzi molti, citavano - del tutto a sproposito - perfino la Russia di Stalin, magati da un'ideologia che sosteneva un sistema d'illegalità e di criminale oppressione. Passata la catastrofe della guerra e gli orrori del nazismo anche la Germania fu additata come modello di società solidale, consapevole dei diritti e dei doveri della cittadinanza e degli individui che la compongono.

Ma oggi una buona parte di questi esempi ha perso vigore rivelando crepe vistose e deformità abbastanza simili alle nostre. La globalizzazione dei vizi è stata assai più rapida di quella delle virtù; molte rappresentazioni che ci sembravano poggiate su solidi fondamenti si sono rivelate fondali e quinte di cartone. Il «pensiero di sorvolo» e i «giovanotti leggeri di testa» sono diventati un fenomeno planetario: ogni paese coltiva i suoi scandali, le sue inefficienze, le sue corruzioni e i suoi egoismi. Si direbbe che il pianeta Terra si sia tolto la maschera e appaia ora in tutta la sua nudità inerte e tremebonda malgrado la potenza della tecnologia che l'avvolge e la condiziona.

Questo panorama desolato è emerso nitidamente nei giorni scorsi a Seattle durante la riunione per la libertà del commercio internazionale e le violente manifestazioni di strada che l'hanno punteggiata e contrastata. La moltitudine dei dimostranti ricordava le rivolte luddistiche degli artigiani e dei contadini del primo Ottocento contro l'introduzione delle macchine nei processi produttivi; ma il consesso delle nazioni riunite a convegno non offriva un aspetto migliore: gli interessi americani si sono scontrati con quelli delle corporazioni europee, i paesi più poveri sono stati sballottati fra gli uni e gli altri anteponendo la loro competitività di fresca data allo sfruttamento minorile e femminile sul quale si fondano le loro capacità di esportazione e di sopravvivenza.

Gli esperti e i predicatori del liberismo moltiplicano messaggi di saggezza e di speranza ricordandoci che nel lungo termine la libertà economica diffonderà il benessere su tutti i ceti e in tutti i punti cardinali del globo. Sono messaggi teoricamente ben fondati soprattutto per il fatto che se la diffusione del benessere attraverso la libertà dei commerci è un'ipotesi a lungo termine possibile e forse probabile, il protezionismo è sempre stato apportatore di impoverimento.

Ma la libertà e la piena competizione comportano anche sacrifici molto elevati per i ceti e per i paesi più deboli. Vale per essi l'ironica massima di Keynes a chi gli magnificava le virtù terapeutiche del «laisser-faire»: a lungo termine saremo tutti morti e quei benefici non li vedremo.

In un mondo di crudeli disuguaglianze che si accrescono anziché diminuire quella massima è quantomai attuale; la competizione infatti - in attesa di diffondere il benessere su tutti - per l'intanto premia i più forti e penalizza i più deboli. Quanto dovrà durare l'attesa? Da quanto tempo dura? É vero che negli Stati Uniti la fascia delle nuove povertà è terribilmente aumentata?

Non parliamo della Thailandia o dell'Indonesia; parliamo dei ghetti di Chicago, di Washington, di Los Angeles. Le società opulente coltivano nel loro seno disuguaglianza e povertà. Quanto tempo ci vorrà per il riscatto? A lungo termine saremo morti tutti.

Questa consapevolezza è disperante anche perché l'altra verità è che non esistono scorciatoie nei percorsi della storia. É da qui, da questa caduta di speranze o, se volete, di illusioni, che nasce il «pensiero di sorvolo», l'egoismo, la morale fuggitiva e anche - ricordiamocelo - la piccola ma insopportabile criminalità quotidiana. É da qui che nasce la spinta dei poveri a emigrare verso le città del mondo e per reazione da qui nasce la «tolleranza zero», i sindaci-sceriffi, la xenofobia che porta a destra fette consistenti di sinistra fuggitiva. Di qui nasce anzi rinasce il razzismo.

La sofferta scommessa dei saggi predicatori del mercato globale sta nella sopportazione che a lungo termine arrivino i frutti sperati; che i figli e i nipoti vivranno meglio dei padri e dei nonni. Forse sarà vero; noi tutti ci auguriamo che sia vero. Ma spesso i padri e i nonni non sono d'accordo. Gli si obietta: volete dunque tutto e subito? E quelli non hanno tema di rispondere: vogliamo subito almeno qualche cosa; non l'elemosina, ma qualche cosa che sia nostra, guadagnata da noi per la nostra dignità.

* * *

A Seattle, in modi molto confusi, con terapie molto improbabili innaffiate da ampie dosi di settarismo e faciloneria, si sono scontrati questi due universi mentali e lo scontro ha prodotto il sostanziale fallimento di quel tanto autorevole consesso, già minato dagli interessi forti variamente contendenti.

C'è una sola via di sbocco per questa babele economica, politica, morale, ed è racchiusa nello slogan «governare la globalità, governare il mercato».

Ai tempi della guerra fredda la contrapposizione era netta: o il mercato o la centralità economica dello Stato. Questo secondo corno del dilemma è miseramente crollato, ma il primo non regge alla contestazione dei poveri e delle corporazioni. Torna dunque in ballo la parola governo e il verbo governare che sembravano esser stati cancellati dall'empito del liberismo galoppante.

Ma si può governare un mercato globale attraverso governi locali, spesso in conflitto d'interessi tra loro? Un mercato globale postula - se dev'esser governato con saggezza e fermezza - un governo globale. Ebbene, questo governo globale non esiste, nuove grandi potenze si stanno anzi affacciando sulla scena a cominciare dalla Cina e dall'India e renderanno ancor più complessa la situazione del mondo.

Il mondo soffre di una profonda crisi istituzionale: senza governo globale il mercato globale non può essere governato, ma se non sarà governato sarà contestato, combattuto, intralciato e comunque sarà il campo di battaglia tra poteri forti e non diffonderà benessere ma tutt'al più elemosine. Alternative? Al momento nessuna. Nel lungo termine la crisi delle istituzioni mondiali sarà probabilmente risolta ma anche in questo caso è terribilmente vero che nel lungo termine saremo tutti morti.

Eugenio Scalfari

 
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da la Repubblica del 22 dicembre 1999

L'economia della depressione

Quando si dice depressione, il pensiero va a Charlie Chaplin e a Hitler, ad un'epoca di follie economiche e politiche, nella quale i dirigenti delle democrazie fecero di tutto per subissarle curando la febbre con l'acqua gelata (tagliare le spese, alzare i tassi d'interesse, «disfarsi degli operai, dei contadini, delle azioni», come disse Andrew Mellon) mentre Hitler indovinò la cura giusta (la guerra) e quasi riuscì nel compito che i dirigenti democratici avevano mancato: subissare la democrazia, ma attraverso la piena occupazione di milioni di uomini irreggimentati nell'esercito e nelle fabbriche di cannoni.

L'economista Paul Krugman, nel suo Il ritorno all'economia della depressione (Garzanti, Milano,), teme che si stia andando «verso un nuovo '29». Anche se ricorda che nessuno più si sognerebbe di imitare la disastrosa saggezza dei banchieri dei tesorieri e della maggior parte degli economisti di allora. Si è imparato a curare i malati con la penicillina e non con i sermoni sulla virtù del risparmio, predicati quando il risparmio trabocca. Tanto è vero che le tante crisi che si sono succedute dalla fine della guerra a oggi, sono state, bene o male, affrontate e circoscritte, una dopo l'altra, vittoriosamente. Così è stato per la grande crisi petrolifera degli anni Settanta. Così per i crolli di Wall Street. Così per le più recenti crisi, latino americane, asiatiche e postsovietiche.

Ma negli ultimissimi anni - questa è l'opinione di Krugman - i rischi di un'esplosione sistemica si sono ingigantiti. Nell'autunno del 1998 «L'economia statunitense si è avvicinata pericolosamente alla catastrofe«. La successione delle crisi si è infittita. Il Fondo Monetario ha corso di qua e di là per spegnere incendi che aveva validamente contribuito ad appiccare. Ha cominciato il Messico, alla fine del 1994. La crisi tequila intervenne dopo anni di crescita virtuosa. Trascinò il peso messicano alla metà del suo valore, ridusse il prodotto del paese del 15%, si propagò misteriosamente all'Argentina. Fu necessario un massiccio intervento finanziario del Tesoro americano in Messico e uno della Banca Mondiale in Argentina per arginare il disastro.

Dopo due anni sembrava tornato il sereno. Ma il 2 luglio 1997 la svalutazione della moneta thailandese, il bath, provocò una valanga finanziaria che investì gran parte dell'Asia: Thailandia, Malesia, Indonesia, Hong Kong, Corea del Sud. Poi, tra la fine del 1998 e l'inizio del 1999, una violenta recessione ha colpito il Brasile.

Insomma, questo decennio di fine secolo è stato un decennio sismico per l'economia mondiale. Fa spicco l'eccezione americana, con la sua economia rombante (e non è certo eccezione da poco!). Si salva anche l'Europa, che ricomincia a crescere, a ritmo blando, con una disoccupazione ancora vasta. Quanto al Giappone, sta riprendendosi faticosamente, dopo la più lunga e profonda recessione della sua storia.

A questo punto emergono tre domande cruciali. La prima: perché questa fibrillazione di crisi "locali", questi scuotimenti sismici, in giro per il mondo? La seconda: quali politiche hanno finora permesso di circoscrivere queste crisi e con quali conseguenze? La terza: l'Occidente (lasciando da parte il problematico Giappone, ancora imprigionato in una trappola depressiva) può ritenersi immune dal contagio?

Alla prima domanda non è possibile rispondere, come alcuni in pratica fanno: è colpa delle vittime. Della corruzione dei loro governi? Della loro allegra gestione finanziaria? Ma come? La corruzione fioriva in piena euforia e nonostante quella, i grandi guru dell'economia mondiale non risparmiavano le lodi alla creatività economica e alle virtù finanziarie delle tigri e dei draghi asiatici. C'era anche chi aveva scoperto il segreto del miracolo asiatico nel confucianesimo (ignorando buddisti, musulmani e animisti) e nel felice congiungimento degli spiriti animaleschi del capitalismo occidentale con la severità di un'etica autoritaria.

La verità, dice Krugman, è che le cause dei disastri sono le stesse di quelle della fortuna. La liberalizzazione e deregolazione degli anni '80 ha provocato un formidabile afflusso di capitali in quei paesi. Ma i capitali liberati sono particolarmente volatili e sensibili alle ondate di panico, come a quelle di euforia. Le cavallerie finanziarie sopravanzano le fanterie dell'economia reale: ma è più facile che subiscano delle rotte; e allora si rovesciano drammaticamente sulle loro linee, scompaginandole.

A questo punto - risposta alla seconda domanda - intervengono i guru del Fondo Monetario (che poi sono i fiduciari del Tesoro americano) con una severità direttamente proporzionale alla manica larga degli anni ruggenti. Che cosa suggeriscono, o piuttosto, ordinano? Proprio quello che il buon Mellon raccomandava agli americani negli anni Trenta: tagliare le spese pubbliche, alzare i tassi, ristabilizzare la moneta. La ricetta opposta a quella che il buon senso, non solo i modelli econometrici, consiglierebbero. E perché? I guru del Fondo non hanno appreso niente dall'esperienza? Sono lievemente stupidi? No, risponde Krugman. É che essi sono ossessionati da quella che potrebbe essere la reazione dei "mercati". E i "mercati", cioè i grandi operatori finanziari alla Soros, divenuti arbitri dell'economia mondiale, se ne infischiano delle perdite di ricchezza di lavoro di speranza che una recessione infligge a milioni di donne e di uomini. Vogliono che il contagio sia bloccato il più presto possibile a qualunque costo (altrui) e al più presto, in condizioni di normalità, cioè di redditività del capitale.

Terzo punto. É possibile contenere indefinitamente e bloccare le "crisi locali", sulla pelle degli "indigeni", senza affrontare la loro causa di fondo, riuscendo ogni volta a tenerne fuori le grandi economie dell'Occidente: Europa e soprattutto Stati Uniti? A quest'ultima parte della domanda nessuno può rispondere. Tutti sanno, a cominciare dal Mago della Riserva Federale, Alan Greenspan, che il boom dell'economia americana corre su una enorme bolla finanziaria, di sopravalutazione dei titoli e del dollaro. Ma nessuno può dire "fino a quando", e soprattutto nessuno può rischiare davvero di bucare quella "bolla". Lo stesso Greenspan ha provato a sgonfiarla un pò con qualche colpetto sui tassi d'interesse, ma senza successo. E così, per non perdere la fiducia dei "mercati", si continua ad alimentare un'economia di carta, che può in ogni momento precipitare il mondo in una crisi sistemica.

Quanto alla vera causa. I sostenitori dell'economia dell'offerta (quelli che credono, per dirla alla buona, che sia sufficiente rendere flessibili prezzi e salari perché tutto vada a posto da sé) non danno una risposta convincente. Flessibili sino a che punto? E in quanto tempo? E, ammesso che sia desiderabile, è politicamente possibile? E ammesso che sia possibile, è veramente efficace? (l'economia della grande depressione era flessibilissima, ma ci volle una guerra mondiale per rimetterla in piedi).

D'altra parte, gli economisti della domanda non sono in grado di dare risposte convincenti. Sì, c'era una volta Keynes e la politica di regolazione della domanda. Ma quella era efficace solo perché si svolgeva in economie quasi chiuse. I mercati finanziari internazionali svolgevano un ruolo molto modesto, gli Stati nazionali erano in grado di esercitare un controllo efficace sulle loro economie. Oggi, porte e finestre sono spalancate. E la pretesa di mettere ordine in casa propria è esposta a tutti i venti.

Dice bene Krugman: se vuoi la piena occupazione i cambi fissi e la moneta stabile, non puoi tollerare movimenti di capitale internazionali del tutto incontrollati. Così la pensava Keynes. Ma anche Adam Smith e Davide Ricardo. É un'affermazione che, giudicata dal pensiero oggi dominante, appare scandalosa. Ma talvolta gli scandali di oggi sono la saggezza di domani (e di ieri!).

Giorgio Ruffolo

 
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da la Repubblica del 9 gennaio 1999

Il nuovo Muro della povertà

Ciò che maggiormente preoccupa per il XXI secolo, e non solo per ragioni morali, è il drammatico ampliamento delle disuguaglianze economiche e sociali, sia all'interno degli stati che tra regioni e paesi. C'è la tentazione di trascurare tutto ciò all'interno dei paesi ricchi, basandosi sul fatto che ha poca importanza se il divario tra i molto ricchi e gli altri sta crescendo rapidamente, a condizione che anche i poveri (ad esempio, quelli che hanno meno della metà del reddito medio nazionale) stiano meglio in termini materiali; tanto, comunque, il "sottoproletariato" costituisce soltanto una piccola minoranza della popolazione.

Non credo invece che possiamo o dobbiamo trascurare questo fatto. Possiamo davvero essere soddisfatti con una situazione negli Stati Uniti in cui il rapporto tra il salario dei massimi dirigenti industriali e quello degli operai di una fabbrica si è decuplicato in meno di vent'anni, raggiungendo (1998) la straordinaria cifra di 419 a 1? (International Herald Tribune, 6 settembre 1999). O in una situazione in cui, alla fine di un ventennio di spettacolare arricchimento della nazione, il 20 per cento degli americani più poveri ha un reddito inferiore del 9 per cento (dopo l'inflazione) rispetto a quello del 1977?

Non possiamo, tuttavia, neanche ignorare lo straordinario aumento del divario globale tra ricchi e poveri nell'era del fondamentalismo liberista. Secondo alcuni calcoli, il 20 per cento della popolazione mondiale al livello più alto gode di un reddito 150 volte maggiore di quello del 20 per cento al livello più basso (International Herald Tribune, 2 febbraio 1999, p.6), e il divario continua a crescere. Evidentemente, «un miliardo di persone che vive in assoluta povertà accanto a un miliardo che gode di un crescente splendore su un pianeta che diventa sempre più piccolo e sempre più integrato, rappresenta uno scenario non sostenibile».

Non è sostenibile neppure se la situazione del miliardo al più basso livello stesse migliorando un poco, specialmente in un'era di precipitosi cambiamenti e in una situazione mondiale straordinariamente instabile e imprevedibile. Infatti, questo significa che i poveri del mondo sono più capaci di riflettere sulla propria posizione e di agire, invece di dedicare tutto il proprio tempo e le proprie forze a cercare di sopravvivere per un giorno ancora.

Inoltre, una polarizzazione del benessere esercita una pressione particolarmente forte sul ceto medio della popolazione, sulle cui modeste pretese ha sempre contato lo status quo sociale e politico nei paesi capitalisti. Specialmente quando non si tratta di una crescita silenziosa, ma dei terremoti economici provocati da un mercato liberista globale senza controllo. Dato che negli anni '90 la scala Richter dell'economia ha registrato solo scosse modeste nel Nord America e nell'Unione Europea, tendiamo a sottovalutare il potenziale impatto di questi sismi. Quando è caduto per l'ultima volta il mercato americano o europeo dell'automobile del 40 per cento in due anni, come accade al mercato dell'auto in Brasile dal 1997? (Frankfurter Allgemeine, 20 settembre 1999, p. 24). Prima della crisi del 1997-99, il 6 per cento dei lettori di un quotidiano sudcoreano riteneva di appartenere alla "classe alta", il 70 per cento alla "classe media" e il 24 per cento alla "categoria di basso reddito"; nel giugno del 1999, i dati corrispondenti erano l'uno per cento, il 46 per cento e il 53 per cento. Quasi la metà degli intervistati dichiarava poi che il proprio reddito si era ridotto di più di un terzo dall'inizio della crisi.

Il pericolo di questa crescente polarizzazione è che, mentre il mondo da una parte viene integrato dalla globalizzazione, dall'altra è sempre più diviso tra una maggioranza di stati permanentemente inferiori e una minoranza di stati privilegiati e compiaciuti di sé. Questa minoranza gode di una superiorità che si autorinforza nel benessere, nella tecnologia e nel potere (compreso il potere militare), e questa superiorità e questo compiacimento creano oggi un risentimento pari a quello provocato un tempo dalle supremazie imperiali - forse ancora più grande, dato che la maggiore disponibilità di informazioni odierna può rivelare più facilmente le discrepanze. Queste due fazioni dell'umanità non riescono ancor oggi a capirsi o a comunicare l'una con l'altra. Durante la guerra della Nato contro la Serbia, un giornalista italiano che mi intervistava è rimasto schockato nel sentirmi dire una cosa ovvia, e cioè che il dibattito sulla legittimità di questa guerra, per quanto scottante e giustificato, era «non un dibattito globale, ma un problema euro-centrico o meglio nord-atlantico vecchio stile... Per la maggior parte del mondo, compresi gli intellettuali... la questione centrale per molti di loro è che si tratta di un'operazione imperiale dell'Occidente nei Balcani... Non li preoccupa il problema se sia o meno una guerra giusta e come possa essere giustificabile ... La questione non ha importanza per gli intellettuali cinesi, indiani o latino-americani, per il semplice fatto che non credono che si tratti di un nuovo tipo di guerra ...». Allo stesso modo, gli osservatori nel Terzo Mondo trovano quasi impossibile credere che il bombardamento dell'ambasciata cinese a Belgrado non sia stato un'affermazione di egemonia globale, ma solo un esempio, per quanto spettacolare, di incompetenza burocratico-militare.

In fondo, i due mondi parlano senza capirsi, perché quando si incontrano, ciò che il mondo povero vede nel mondo ricco è in modo schiacciante, forse esclusivo, la sua superiorità: l'affermazione, nei termini del proprio interesse, del benessere, della tecnologia e del potere. Non ho il minimo dubbio che l'intervento delle Nazioni Unite a Timor Est appaia in questo modo a molti osservatori nell'Asia orientale e meridionale, anche se le motivazioni, diversamente dal Kosovo, sono convincenti usando i criteri accettati nella regione.

E invece, dobbiamo sempre fare i conti con gli ideologi occidentali - ci viene in mente Fukuyama, il dottor Pangloss degli anni 90 - per i quali la superiorità del mondo ricco esprime semplicemente la sua scoperta del miglior modello possibile per ordinare gli affari umani, dimostrato dal suo trionfo storico. In altre parole, questi ideologi sono convinti che gli occidentali ne sappiano di più, il che è ben lungi dall'essere evidente. Come dimostra il tragico risultato ottenuto dai consulenti economici occidentali nella Russia post-sovietica, può risultare difficile anche ad accademici e consulenti intelligenti e pieni di buone intenzioni perfino capire che cosa stia succedendo in ambienti così diversi dal proprio, forgiati da storie e culture così diverse.
In un mondo pieno di tante disuguaglianze, vivere nelle regioni favorite è in realtà come essere tagliati fuori dall'esperienza, per non parlare delle reazioni, di chi vive fuori da queste regioni. É necessario un enorme sforzo dell'immaginazione, oltre a tanta consapevolezza, per uscire dalle nostre confortevoli enclave, protette e preoccupate solo di sé, per entrare in un mondo più grande, privo di comodità e di protezione, e abitato dalla maggioranza della specie umana. Siamo tagliati fuori da questo mondo nonostante si accumulino informazioni accessibili ovunque al click di un mouse, le immagini dei luoghi più remoti del globo ci raggiungano a qualsiasi ora del giorno e della notte e tanti di noi viaggino tra le civiltà come mai era avvenuto prima. Questo è il paradosso di un XXI secolo globalizzato.

Eric J. Hobsbawn

 
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da Avvenire on line, ..da Primo Piano - Mercoledi 12 Gennaio 2000

Povertà, lotta senza quartiere

Malloch Brown (Undp): è in cima all'agenda della globalizzazione

«La globalizzazione in sé non è né un bene né un male: è un dato di fatto che va governato al meglio per ridurre gli squilibri tra Paesi ricchi e poveri». Ad affermarlo è Mark Malloch Brown, britannico, da pochi mesi alla guida del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp). Presente in 174 Paesi, un bilancio annuale di oltre 2 miliardi di dollari, l'Undp ha ulteriormente accresciuto la sua importanza con la riforma delle agenzie dell'Onu varata dal segretario generale Kofi Annan, che - nel tentativo di raggruppare le tante sigle evitando la dispersione di risorse - ha affidato all'Undp il coordinamento per le attività dello sviluppo dell'intero sistema dell'Onu. In pratica in ogni Paese d'intervento, l'inviato dell'Undp è anche il responsabile di tutte le attività legate allo sviluppo, dagli aiuti d'emergenza ai progetti a lungo termine. E Malloch Brown, all'inizio del suo mandato quadriennale, ha posto per l'Undp l'obiettivo di crescere nel suo ruolo di «consulente» e di «supporto tecnico» per consentire ai singoli Paesi di liberare tutte le energie e di acquisire le capacità di gestire in proprio i programmi di sviluppo.

Per cominciare però, ci troviamo in una situazione dove, malgrado le tante campagne lanciate per sradicare la povertà, i poveri invece aumentano. Cinque anni fa fu fissato il traguardo di dimezzare per il 2015 il numero dei poveri, farlo scendere a 400 milioni; oggi invece i rapporti Onu parlano di 1 miliardo e 300 milioni di poveri. Vuol dire che gli obiettivi fissati erano utopici o si sono rivelate sbagliate le strategie?

Credo che i numeri vadano letti attentamente. É vero, ci sono 1,3 miliardi di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno, e 2,8 miliardi con meno di 2. Vuol dire che quasi la metà della popolazione mondiale vive in condizioni di povertà. É anche vero, però, che milioni di persone sono uscite dalla povertà, al punto che mai come oggi si è registrato un così grande numero di individui «non poveri». Da questo punto di vista devo dire che le politiche contro la povertà danno frutti, perché altrimenti i poveri aumenterebbero di 100 milioni l'anno. Il fatto è che spesso, anche quando si fissano obiettivi tanto ambiziosi, ci si dimentica che la popolazione è in crescita. E questo spiega, in parte, certe cifre poco incoraggianti.

Già, le spiega solo in parte...

É vero. Credo che esista anche un problema nell'approccio. La questione della povertà è legata al sistema economico globale, quindi va affrontata globalmente, e non con interventi piccoli e frammentari come continua ad avvenire oggi. Dobbiamo anche ricordare la tremenda crisi del '97 che ha sconvolto l'Asia, bloccandone lo sviluppo economico e facendo ripiombare nella miseria decine di milioni di persone. Ad ogni modo credo ci sia un solo modo per risolvere il problema: da una parte vanno sostenuti alti tassi di crescita economica, dall'altra vanno poste in essere strategie economiche globali finalizzate alla riduzione della povertà.

Può fare qualche esempio?

Guardando alla situazione attuale dobbiamo dire che il mondo soffre di una crescita economica squilibrata. Prendiamo gli Stati Uniti: stanno senz'altro conoscendo un momento di grande crescita, eppure questo non si traduce automaticamente in una riduzione della povertà in altre zone del mondo. Così anche la crescita e la ripresa economica dell'Asia non riducono la povertà in Africa.

A dire il vero anche all'interno degli Stati Uniti i poveri aumentano o comunque si allarga il fossato tra ricchi e poveri.

Sì, è vero, ma in questo caso oltre allo squilibrio nella crescita si deve notare l'emergere di un fenomeno divenuto tipico delle società industrializzate, con lavori che non danno un reddito in grado di mantenere la famiglia. Dunque, poveri malgrado abbiano un'occupazione fissa.

Torniamo alla questione centrale: cosa intende per strategie globali?

La lotta alla povertà deve anzitutto diventare prioritaria in ogni programma per lo sviluppo. E questo significa un deciso cambiamento delle politiche nazionali e internazionali, puntando anzitutto su sanità ed educazione. É poi importante prevedere incentivi per il settore privato a investire nei Paesi in via di sviluppo; infine Usa, Giappone ed Europa devono agevolare economicamente i Paesi poveri.

Siamo un po' lontani da questi obiettivi.

Da un punto di vista di politiche globali senz'altro. Il Millennium Round, ad esempio, ha messo in evidenza una mancanza di immaginazione e un'assenza di leadership capace di indirizzare a buon fine il processo di globalizzazione. Soprattutto emerge la realtà di un mondo diviso in due classi, con i Paesi poveri esclusi da un'adeguata partecipazione nei momenti decisionali. Ci deve essere invece uno sforzo per coinvolgere tutti nel sistema globale, aiutando in modo particolare quelli che oggi «fanno male», cioè sono più lontani dalla lotta alla povertà. Quelli, per intenderci, che investono più in armi che in educazione, che non sono democratici e che hanno un sistema economico e finanziario tutt'altro che trasparente.

Mi pare che anche gli impegni sottoscritti riguardo alla cooperazione da tutti i Paesi ricchi cinque anni fa al vertice di Copenhagen, siano stati ampiamente disattesi.

Parlerei piuttosto di un impegno intermittente. Alcuni stanno facendo meglio rispetto ad alcuni anni fa, ad esempio i Paesi nord-europei che hanno rinnovato il loro impegno nella cooperazione: la Gran Bretagna sta di nuovo aumentando il suo contributo in proporzione al Pil, l'Olanda si mantiene sugli obiettivi fissati. Diverso è il discorso per i Paesi dell'Europa meridionale.

Italia in testa...

L'Italia ha decisamente diminuito la quota destinata agli aiuti allo sviluppo. L'obiettivo fissato a Copenhagen per i Paesi ricchi era lo 0,7% del Pil: l'Italia, che 5 anni fa, era allo 0,4, è scesa nel '97 allo 0,11 per risalire leggermente nel '98 allo 0,2. E per quel che riguarda il sostegno all'Undp, nel 1989 l'Italia versava 110 miliardi di lire, l'anno scorso appena 22.

Perché queste differenze tra nord e sud dell'Europa?

Credo sia anzitutto un fatto culturale, perché nei Paesi nord-europei c'è in genere un alto coinvolgimento pubblico nelle politiche di sviluppo. La cooperazione è un investimento a lungo termine e credo che solo la pressione della società possa spingere i politici a puntare su questo settore. Devo dire che in Italia si vedono segnali promettenti da questo punto di vista: rispetto ad alcuni anni fa c'è un movimento nella società molto più profondo, in buona parte legato al mondo cattolico. Ma anche Emma Bonino, come Commissario europeo, ha mostrato grande sensibilità per questi temi.

Lei insiste molto sul ruolo di consulenza e di addestramento della vostra agenzia. Ma cosa accade se i singoli Paesi non sono d'accordo con i vostri «consigli», dato che avete l'enorme potere di porre condizioni vincolanti agli aiuti?

Devo dire che oggi il nostro lavoro è molto più facile rispetto a 10 anni fa. Dal 1989 in poi l'Europa dell'Est, l'America Latina, molti Paesi dell'Africa e dell'Asia hanno abbracciato la democrazia, hanno iniziato un'opera di trasformazione e di apertura delle proprie economie. E questo vuole anche dire che ci sono un più generale consenso e una più forte condivisione di politiche e strategie di fondo.

Resta il fatto che le agenzie dell'Onu hanno una crescente importanza nelle decisioni politiche dei singoli Paesi. Il fatto che i governanti, eletti dal popolo, debbano poi ubbidire - volenti o nolenti - a dei burocrati dell'Onu, non crede che comporti un problema per la democrazia?

Anzitutto anch'io sono eletto dall'Assemblea generale dell'Onu. Quindi un processo democratico, per quanto limitato, c'è anche per le nostre agenzie. In secondo luogo, credo che con tutti i Paesi democratici ci sia una sostanziale unità d'intenti. I nostri problemi, di fatto, sorgono soltanto con i regimi autoritari.

Riccardo Cascioli

 
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da la Repubblica del 13 gennaio 2000

Gli esclusi dal Mondo Nuovo

Quattro anni fa Peter C. Goldmark Jr., presidente dell'"Istituto Rockefeller" (oggi amministratore generale dell' "International Herald Tribune"), dopo aver compiuto per la terza volta il giro del mondo, redigeva il suo rapporto sulle conseguenze mondiali della prosperità americana. E concludeva che agli occhi di tutti i maggiori esperti, questa prosperità senza precedenti ha un solo limite: quello delle reazioni provocate negli strati sociali americani che ne sono esclusi e nelle altre nazioni. E raccomandava di provvedere a una gestione dei rischi, e di valutare il potenziale eversivo delle manifestazioni di malcontento.

All'inizio del nuovo anno, un altro americano, Felix Rohatyn, ambasciatore degli Stati Uniti in Francia, invitato a formulare auspici per il XXI secolo, ha fatto una dichiarazione ispirata alle stesse idee. A Rohatyn, diplomatico ma prima ancora economista, intimo amico di Bill Clinton e di Allan Greenspan, si attribuisce tra l'altro il merito di essere riuscito, una decina d'anni fa, a compiere il miracolo di risanare le finanze della città di New York, e di far recedere la criminalità. A suo parere, nella seconda parte del XX secolo l'Occidente ha radicalmente trasformato la condizione umana in tutti i campi, compreso quello della speranza di vita; ma tutto ciò potrebbe essere compromesso se nel XXI secolo questa radicale trasformazione non venisse estesa al resto del mondo.

In altri termini, secondo questi due americani, l'importante negli anni a venire non è tanto continuare a procedere sulla via del progresso economico, scientifico e tecnologico, quanto riuscire a condividere questi risultati anche con coloro che ne sono stati finora esclusi, e potrebbero quindi essere indotti a distruggerli. Né l'uno né l'altro pensano, come ha profetizzato Samuel Huntington, che le contrapposizioni di classe e i conflitti di sovranità siano destinati ad essere soppiantati dallo scontro tra le civiltà. A loro parere, la prospettiva è sempre quella dello scontro tra i ricchi sempre più ricchi e i poveri che si impoveriscono sempre più. Ma è evidente che se su scala nazionale o internazionale lo scontro di classe si esasperasse, troverebbe alimento sia nel nazionalismo (conflitti di sovranità), sia nelle affinità culturali e religiose (conflitti tra civiltà). Oggi, l'islam in quanto religione e il mondo musulmano in quanto realtà politica potrebbero oscillare da un lato o dall'altro.

Se ho scelto la testimonianza di due personalità americane, è perché a mio parere è evidente che in attesa della costituzione di una vera Federazione delle nazioni europee, non esiste un' altra potenza al mondo capace di entrare realmente in competizione con gli Stati Uniti. Ed è altrettanto evidente che viviamo in un periodo di pax americana: per molto tempo ancora non vi sarà un problema al mondo sul quale i dirigenti di quell'impero non faranno gravare tutto il loro peso. Non c'è più indipendenza per gli altri Stati. E non soltanto perché siamo entrati in un'era planetaria, ma perché la cosiddetta "mondializzazione" altro non è che "americanizzazione". Da questo punto di vista, il nuovo criterio per giudicare dell'importanza di una nazione consiste nel valutare il suo grado di dipendenza o di vassallaggio rispetto agli Stati Uniti.

La logica dell'egemonismo americano è attenuata dal fatto che gli Stati Uniti sono una democrazia in cui l'opinione pubblica gioca un ruolo importante, soprattutto da quando esiste la televisione. Difatti, le influenze delle varie lobbies si equilibrano, e talora si neutralizzano. Inoltre, la dimensione multiculturale e multietnica di quella società la rende estremamente sensibile alle influenze delle nazioni d'origine delle diverse etnie e culture. Questo impero rappresenta in sé un continente che contiene parte degli altri quattro. Il suo solo cemento unitario è per il momento il rispetto consensuale della Costituzione - quello che il filosofo tedesco Jorgen Habermas ha definito "patriottismo costituzionale".

Ci si chiede allora quali risposte potranno dare i decisori americani alle testimonianze delle due personalità che ho citato all'inizio. Essi si suddividono in due scuole, che hanno i loro discepoli in tutta l'Europa. Gli esponenti della prima sono inebriati dall'idea che stiamo vivendo, dopo le rivoluzioni elettrica e industriale, una terza rivoluzione economica, quella della comunicazione, con Internet e i multimedia. Grazie a questa manna provvidenziale, sorta però dalla mente umana, oramai nulla si può più pensare come prima, e verosimilmente il conflitto tra ricchi e poveri potrebbe trovare soluzioni capaci di colmare progressivamente il fossato che li divide. Sull'altro versante, vi sono responsabili meno portati all'utopia e più in contatto con le realtà quotidiane e quelle dei contrasti che si oppongono ai sortilegi del progresso. Esempi: i conflitti di sovranità nazionale in Africa, nei Balcani e nel Caucaso; le guerre di religione nel Kashmir, a Timor e in Medio Oriente; l'apparizione della criminalità infantile e del traffico di droga tra milioni di latinoamericani. A nessuno di questi problemi si può porre rimedio con il solo effetto magico del nuovo idolo Internet. La vera rivoluzione avverrà dunque nelle menti dei responsabili del mondo, nel modo di gestire nuove rivoluzioni. In effetti, dov'è finita ormai, per noi e per i nostri figli, la grande speranza riformatrice? Nulla di tutto ciò si può comprendere senza rifarsi al passato.

Per quasi un secolo, i marxisti hanno voluto cambiare il mondo. Ma riusciranno soltanto a creare imperi o superpotenze. Nel XIX secolo, si sarebbe pensato che non fosse poi tanto male. Ma né l'impero ottomano, né quello austro-ungarico pretendevano di portare al mondo la luce della Storia e ai popoli il sogno egualitario di una società felice. É innanzitutto e soprattutto in questo campo che il marxismo ha fallito.

La democrazia liberale, nella sua definizione anglosassone e protestante, è stata adottata in modo plebiscitario dall'intero pianeta all'indomani della caduta del muro di Berlino. All'inizio della guerra del Golfo il presidente George Bush ha potuto parlare a nome dei centosessantatré Stati delle Nazioni Unite. La dottrina democratica e capitalista ha preteso a sua volta, e pretende tuttora di dare al mondo una luce e ai popoli un sogno. Ma è una luce di libertà più che d'uguaglianza, un sogno di riuscita piuttosto che di salvezza o di felicità. E non tutti mantengono queste promesse, per quanto più realiste di quelle del marxismo. Tanto che chi viene emarginato arriva talora a rimpiangere il sanguinoso egualitarismo bolscevico. Evidentemente, nel XXI secolo la questione cruciale è trovare un ordine regolatore in grado di conciliare stato sociale e stato assistenziale, la difesa dei diritti umani e la promozione della responsabilità dei cittadini, il dinamismo della società di mercato e l'etica della ripartizione, il culto del progresso e la necessità di fermare le sue derive, divenute mostruose in campo biologico; e di affiancare oramai alla volontà di dominare la natura anche quella di tenere sotto controllo questo stesso dominio.

Si potrà dire che questo è il senso della ricerca di un Blair, di un Jospin, di uno Schroeder, di un D'Alema. Ma tutto, in definitiva, può dipendere dagli Stati Uniti. Gli americani dovranno ricordarsi di essere quei puritani protestanti che hanno teorizzato in casa loro un capitalismo nato in paesi cattolici quali l'Italia, grazie al dinamismo dei mercanti del XIII secolo, o la Spagna, grazie agli esploratori del XV. Il tempo, dicevano è denaro. Ma poiché il tempo appartiene a Dio, il denaro può essere usato solo nella generosità, nella discrezione e nella virtù che Lui ci impone. Chi dirà "amen", a Wall Street o nell'ufficio di Bill Gates?

Jean Daniel

(traduzione di Elisabetta Horvat)  
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