da la Repubblica del 26 gennaio 2000
La sconfitta della vecchia democrazia
Sembrò un bel momento quando la democrazia e l'economia di mercato avevano finalmente vinto la grande sfida. Alcune menti entusiaste affermarono persino che era giunta la fine della storia. Il futuro era semplicemente un momento da mettere in scena, godendosi i risultati della vittoria. Ma ahimè! tale entusiasmo è di breve durata. Dieci anni dopo la rivoluzione del 1989 nessuno parlerebbe di fine della storia, e pochi pretenderebbero che la democrazia e l'economia di mercato siano ora indiscusse. Certamente, per quanto concerne la democrazia, la verità sembra il contrario e la domanda da porsi è: la democrazia si è conquistata un qualche futuro?
Cerchiamo di usare parole chiare. Il principio fondamentale della democrazia è la possibilità di allontanare i personaggi al potere senza violenza, quando gli umori e le preferenze del popolo mutano. Esistono molti modi per fare questo, ma quello più classico è costituito dal governo rappresentativo, vale a dire rendere il governo responsabile dei parlamenti eletti.
Questo è anche il metodo più sfruttato all'inizio del XXI secolo. In realtà, non c' è molto da aggiungere sul fatto che la democrazia parlamentare, come noi la conosciamo, abbia fatto il suo tempo.
È una convinzione diffusa e ci sono molti motivi a riprova. Uno è il ritorno dei fondamentalismi di ogni tipo, particolarmente di quelli di omogeneità etnica. La democrazia, fra le altre cose, è stato un modo per consentire a popolazioni di differenti religioni e razze di vivere insieme come cittadini.
Ma oggi appare chiaro che i demagoghi ritengono la democrazia un mezzo fin troppo facile per strumentalizzare opposizioni spesso violente a tali diversità. Un altro orientamento è il ritorno a un governo autoritario, in pratica, se non in teoria. Questo deriva dalla complessità degli argomenti, ma anche con una strana combinazione di appelli populisti da parte dei leader e di apatia da parte della popolazione.
A questo proposito voglio attirare l'attenzione su una terza sfida alla democrazia parlamentare, il declino della nazione-stato. Si potrebbe argomentare che la democrazia si è sviluppata con la nazione-stato e con essa ha iniziato il suo declino. Si può porre un accento eccessivo sulla svalutazione del significato della nazione-stato. Significativi settori della politica - come l'occupazione e l'istruzione, la ridistribuzione e la politica sociale - restano un fatto nazionale. Ma altri settori del governo hanno sempre più occupato spazi che vanno al di là della politica nazionale. Due sono quelli che vengono immediatamente alla mente.
Uno è il contesto dell'attività economica. Alcune parti di questo contesto sono state affidate a organizzazioni internazionali già dalla fine della seconda guerra mondiale. Ciò risulta vero per quanto concerne l'attuale World Trade Organization (Organizzazione del commercio mondiale), ma anche per le cosiddette istituzioni Bretton Woods in campo monetario e assistenziale, ai quali bisogna aggiungere l'assetto dell'economia politica messo in atto dai G7 e da altre organizzazioni. Altri elementi del quadro dell'attività economica si sono semplicemente sgretolati sotto l'influenza delle nuove forze produttive della globalizzazione. Molte transazioni finanziarie di questi giorni avvengono in assenza di una struttura di regolamentazione a cui fare riferimento. Ci si può chiedere se l'esistenza di ministri per l'e-commerce (come avviene in Inghilterra) consentirà il ritorno a controlli a livello nazionale. Sono emersi nuovi spazi dell'attività economica che hanno certamente un carattere internazionale, anche se non, necessariamente, globale. Se le nazioni-stato cercano di opporvisi, finiranno probabilmente per compromettere, piuttosto che promuovere, le loro opportunità di crescita e di prosperità.
L'altra area che ha aperto nuovi spazi riguarda espressamente il nucleo delle funzioni basilari del governo; essa è la sicurezza interna ed esterna. Va aggiunto che il periodo post-bellico è stato caratterizzato da una preoccupazione per la sicurezza esterna. Sono pochi oggi coloro che sollevano questioni di sovranità quando si tratta della NATO - ma chi esattamente ha preso la decisione di condurre la guerra in Kosovo nel modo in cui è stata condotta? E se il popolo non avesse voluto la guerra, a quale governo avrebbe potuto appellarsi per esprimere la propria volontà? Al Consiglio della NATO? O forse al governo degli Stati Uniti, confermando così la divertente battuta che poiché l' America esercita il potere sul resto del mondo, il resto del mondo dovrebbe avere diritto al voto in occasione delle elezioni presidenziali americane? Più recentemente, la sicurezza interna - attualmente chiamata in Europa gestione della giustizia e degli affari interni - è divenuta oggetto di attività internazionale congiunta, che spazia dallo scambio di informazioni alla cooperazione politica e alla creazione di nuove istituzioni giudiziarie internazionali. Ancora una volta, la natura delle problematiche è andata oltre lo spazio politico della nazione- stato. I Paesi possono rifiutare di adeguarsi alle decisioni degli enti preposti alla politica internazionale, ma così facendo corrono il rischio di pagare un prezzo proprio a proposito della sicurezza che essi intendono garantire ai loro cittadini.
Questo ci porta al nocciolo della questione: cosa succede alla democrazia quando problemi e decisioni esulano dalla nazione-stato per inoltrarsi in spazi politici, per i quali non disponiamo di istituzioni adeguate? A rigore di termini, la risposta non può essere che: la democrazia ha perso. È difficile persino identificare i "governi" responsabili di decisioni negli ambiti dell'economia e della sicurezza, e impossibile destituirli con mezzi costituzionali. Non esiste una platea adeguata, in cui possa svolgersi un dibattito coerente riguardo questo tipo di problematiche. La gran parte dei cittadini semplicemente non esiste come comunità. Quindi, l' internazionalizzazione significa invariabilmente e, a quanto pare, inevitabilmente, la caduta della democrazia. Quello che non può essere attuato nelle nazioni-stato, non può essere responsabile dell'affrancamento dei cittadini che agiscono all'interno di una costituzione basata sulla libertà. La democrazia vive e muore con la nazione-stato.
Queste sono affermazioni forti e forse eccessivamente dogmatiche. Fra tutti i tipi di obiezioni, una domanda spontanea sorge obbligatoriamente nella mente dei cittadini dell'UE: che cosa succederà dell'Unione Europea? Non potrebbe rappresentare, con sempre maggior probabilità, un esempio di democrazia al di là del concetto di nazione-stato? È una domanda che mi pongo. È stato detto qualche volta per scherzo che mentre la UE richiede istituzioni democratiche dai nuovi membri, non potrebbe far accettare la propria ammissione se essa stessa chiedesse di entrare nell'UE. Le istituzioni fondamentali, la Commissione e il Consiglio, sono chiaramente antidemocratici, e il Parlamento europeo non soltanto dispone di poteri molto limitati, ma soprattutto si trova di fronte alla situazione che non ha un demos, da cui essere legittimato. È un Parlamento non soltanto senza autorevolezza, ma senza una struttura a sostegno della sua rappresentatività.
Infatti, non esiste democrazia degna di questo nome al di fuori della nazione-stato. Al tempo stesso, le decisioni prese in consessi più ampi non possono essere lasciate in sospeso o nelle mani di funzionari irresponsabili. Cadremo vittime di una nuova tirannia impersonale, ma non per questo meno influente, se non identificheremo metodi, in base ai quali prendere decisioni a livello internazionale. La libertà richiede che almeno i principi fondamentali, sui quali si basano le istituzioni democratiche - responsabilità nell'interesse dei liberi cittadini - siano applicati nel nuovo mondo delle decisioni globali. La domanda è come ciò possa avvenire se la democrazia parlamentare non è la risposta.
Fortunatamente esistono risposte a questa domanda, anche se, al momento attuale, soltanto a livello di ipotesi. Una di queste risposte è vecchia come la democrazia stessa, l'applicazione della legge. Quando la democrazia fallisce, si può ancora ricorrere alla legge per verificare se le persone al potere non abbiano ottemperato ad alcune regole concordate. La stessa applicazione della legge deve essere attuata in ambito internazionale. Fortunatamente, tuttavia, ci sono dei punti di riferimento. Esiste la Carta delle Nazioni Unite e la Commissione preposta. Esistono i tribunali dell'Aia, che attualmente hanno potere giuridico sui criminali di guerra. Si sta sviluppando un clima internazionale, non da ultimo provocato dal caso del generale Pinochet, che alimenta la consapevolezza dell'applicazione delle leggi e un certo grado di apprensione fra coloro che la devono temere. Un numero sempre maggiore di Paesi ha ratificato lo statuto per l'istituzione di una Corte internazionale per i crimini di guerra.
Un ambito ugualmente difficile, anche se meno sviluppato, è quello delle regolamentazioni che governano i rapporti economici internazionali e, in modo particolare, le transazioni finanziarie. Questo è un terreno molto delicato. Non ha senso invalidare nuove forze produttive esercitando su di esse un controllo troppo rigoroso. Parimenti, al momento attuale, è generalmente accettato che le istituzioni finanziarie stesse debbano essere salvaguardate da abusi.
Un aspetto del controllo, sotto questo e altri profili, è l'auditing. Certamente, nell'Unione Europea, la Corte dei Revisori ha almeno la stessa autorità del Parlamento. I revisori sono in un certo senso esperti contabili. La loro funzione non può essere ricoperta da esperti con cariche di potere, ma, a meno che non condividano questa competenza con altri, non possono esercitare il loro lavoro di controllo. Questo è ben lungi dal vecchio sogno di democrazia e da quello dell'uomo della strada, il cui senso comune è perfettamente in grado di esprimere giudizi su argomenti di pubblico interesse. Ma quando ci addentriamo in problematiche e decisioni che vanno al di là della nazione-stato, il senso comune diventa sempre meno determinante. I cittadini devono affidarsi ai revisori, a controller addestrati o addirittura a professionisti, con tutte le ambiguità e le tentazioni che la loro posizione comporta.
In questo contesto bisogna ricordare un altro fattore, cioè la creazione di un'organizzazione pubblica mondiale, o, più modestamente, di una comunicazione pubblica transnazionale, come mezzo di denuncia degli illeciti. La resa pubblica di informazioni è il primo requisito fondamentale. Questo si è imposto particolarmente, anche perché Internet ha assunto una funzione "democratica": con Internet ognuno è in grado di attingere informazioni importanti ed esiste un'alta probabilità che fra i molti vi siano alcuni che sappiano come trarne profitto. Un'organizzazione come Transparency International regolamenta l'uso di tali informazioni per combattere la corruzione. Il pubblico delle varie nazioni non dispone di una struttura adeguata e di istituzioni per esprimere le proprie opinioni; tuttavia, è un'entità reale e può influenzare il futuro delle persone al potere. Non soltanto i quotidiani avranno accesso alle informazioni, ma anche gli azionisti, i politici a tutti i livelli, membri di organizzazioni non governative. Quello che non è tenuto segreto, viene a far parte di uno spazio a diffusione mondiale sotto la stessa sigla, e mantenere segreto qualcosa diventa sempre più difficile.
Così, non tutto è perduto. Ma la grande conquista della civiltà, la democrazia parlamentare, ha perso molto della sua forza. Dobbiamo ricordarci il suo principio, la responsabilità dei governi, e fare uso della nostra immaginazione per individuare istituzioni funzionali per il XXI secolo.
Ralf Dahrendorf
(Traduzione a cura del Gruppo Logos)
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da L'Espresso (febbraio 2000)
Cari credenti del Web, vi regalo qualche dubbio
Al principio del novecento, negli anni ruggenti della rivoluzione industriale, i suoi entusiasti cantori affermarono che si era aperta una nuova era, provvidenziale e salvifica. E fu l'era delle guerre mondiali, dei lager, dei fascismi e dello stalinismo. Ora i cantori della rivoluzione informatica e del mercato globale mi accusano di essere afflitto da un "pessimismo cosmico". Ma, quando li sento proclamare che siamo a una nuova era "di creazione e liberazione", mi sento percorrere da un brivido nella schiena. E mi vengono alcuni dubbi che qui espongo. Non c'è qualcosa di storto in questo mercato che giudica di maggior valore Tiscali della Fiat, cioè un'azienda che dà lavoro a duecento persone (e sinora non ha versato una lira di dividendo) rispetto a una che, in modo diretto o indiretto, resta una struttura portante dell'occupazione? Il fine dell'economia non è quello di dare lavoro, cioè identità e quanto occorre per vivere, agli uomini? Il protezionismo dell'Italia monarchica e poi fascista era cosa detestabile per i nostri liberisti, ma, come mi diceva Roberto Olivetti, «senza non ci saremmo stati», né ci saremmo dati un'industria dell'automobile, della gomma, della chimica, dei cantieri navali.
Cose vecchie, bardature insostenibili nel mercato libero? Sarà certamente così, ma tutte queste grandi industrie e il "conosci come", su cui si basa l'autonomia e il futuro di un paese, non sono in via di smantellamento? É una necessità superiore? Un trend inevitabile? Sarà, ma il miracoloso mercato mondiale sembra più incline a chiudere le nostre aziende avanzate che a farle nascere. A Brindisi smantellano la ricerca Olivetti e un sindacalista torinese mi informa che la Dea, azienda leader nel campo delle micromisurazioni passata secondo logica di mondializzazione alla Brown and Sharp, è in via «di lento ma inesorabile processo di trasferimento di conoscenza, ricerca e produzioni negli Usa». Del resto, come potrebbe essere altrimenti, come conferma la chiusura a Latina della fabbrica Good Year? Quando mai il più forte, a lasciarlo fare, ha risparmiato il più piccolo? La superiore necessità, si dice. Lo dice e lo ripete anche il laburista Tony Blair: dice che il condizionamento del mercato è superiore ai principi e ai valori dello stato sociale. Ma se è così, che cosa ci sta a fare il suo partito? A dividersi la torta con i conservatori?
La rivoluzione tecnologica oltre che essere irresistibile, sarà anche liberatrice, come dicono i suoi propagandisti. E il mercato globale sarà sempre più libero, sempre più aperto a tutti. Ma, allora, perché dall'avvento o dall'annuncio di questo libero mercato, si sono formati nei paesi ricchi i più giganteschi monopoli che la storia economica abbia mai conosciuto? perché, con tutte le chiacchiere che si sono fatte sulle leggi antitrust, di grandi fabbriche d'auto ne restano, nel mondo, non più di sei? Perché i colossi della telefonia e dell'energia passano il tempo a fondersi? Non sarà che le burocrazie aziendali, assai più che la suprema necessità, cerchino le protezioni e gli alti stipendi, che la rivoluzione e il mercato insidiano? E questa era nuova del libero mercato mondiale, non sarà per caso una riedizione delle ere medioevali del corporativismo autoritario, in cui i gruppi più forti si accordano o mediano per sopravvivere, possenti e incombenti, mentre chiedono flessibilità agli inferiori?
Fuori dal Web, fuori dalla rete informatica, non si vive, dice la nuova religione. L'efficienza prima di tutto, la comunicazione e la pubblicità prima della produzione. La Coca-Cola, come ci ha spiegato il cavaliere di Arcore, è un esempio di civiltà e di libertà. Una osservazione azzeccata e adatta alla nuova era: vendere in tutto il mondo dell'acqua profumata con delle bollicine, e guadagnarci una montagna di soldi, è stata un'idea geniale in fatto di denaro; ma è davvero difficile capire in che cosa la Coca-Cola abbia aiutato gli uomini a capire se stessi, a esercitare l'ironia e il dubbio, senza i quali non sarebbero uomini.
Giorgio Bocca
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da il manifesto del 26 marzo 2000
Bolle
C'è qualcosa di greve sotto le bollicine che s'alzano spumeggiando dal fiume di parole che leader politici e media, prima durante e dopo Lisbona, ci rovesciano addosso con querula euforia sulla «new economy». Nell'ubriacatura entrano bolle speculative - fra quanto uno spillo sgonfierà la mongolfiera delle azioni Tiscali e soci? - e svaporatezza. Ed è quest'ultima che mostra la massa greve da cui si leva. L'Europa supercompetitiva che si spera, vive fuori del mondo, anch'essa bolla che si gonfia indifferente sopra la «mappa» di milioni di esclusi dai circuiti del dialogo globale telematico. In questi circuiti c'è solo il 2 per cento della popolazione mondiale, avverte il Rapporto sullo sviluppo umano.
Quale «modello di civilta» può tollerare un simile isolamento da gran parte del resto del mondo? E gli esclusi domestici dal dialogo globale? Il nostro new sguardo deve distogliersi anche dai milioni di poveri delle nostre regioni, quelli che vi trascorrono, immigrati, rischiando di essere impallinati, letteralmente e fisicamente, o che vi sprofondano, stanziali, ormai invisibili.
Sul fronte del lavoro - quella «occupazione» di cui si moltiplicano a tavolino, in ogni frangente che lo richieda, come è ora quello elettorale, le cifre - si profila un percorso in consonanza col poco confortevole quadro della «povertà», della società «a due velocità». In ogni svolta capitalistica, quando cadono i vincoli dei precedenti patti sociali, e ciascuno si trova sempre più solo ad affrontare gli eventi, c'è sempre una parte che ci guadagna: la più piccola. E cè n'è una, crescente, che perde: reddito, ma anche «speranza di vita», cultura, dignità-libertà e diritti soggettivi, che poco hanno a che fare con la benevola assistenza promessa agli esclusi.
Bene, da questo punto di vista, sono appropriate le parole di D'Alema - scritte o orali, nello stop and go che è sua caratteristica - che parlano delle cose di sempre: più flessibilità ossia più lavoro a tempo, più insicurezza. E D'Antoni sul tema ha già tante idee, e sintonia con gli industriali. Cofferati no, ma gli esempi che porta - i contratti fatti o in corso - non sono buoni esempi. Appropriate anche le uscite di Fossa, solo che lui non deve andare alle elezioni, adesso, e dunque può insistere sulla passione dell'imprenditore: voglio licenziare a mio piacimento e senza alcun motivo, se lo decido.
Parole del tutto appropriate, in sintonia con le altre, alate, sulle magnifiche sorti in rete: la new economy sarà infatti al 90% old economy. Corretto, perciò, anche l'esempio concreto fatto da Amato sull'estinzione dell'agente di commercio transumante con «la sua valigetta»: in effetti molte aziende, oltre alle avventure finanziarie, oggi in rete ci stanno già mettendo anche il settore commerciale, clicchi e via, ecco il cliente a portata. Certo spariranno molti colletti bianchi, gli equivalenti degli spegnitori di lumi sardi, spazzati via dall'arrivo dell'elettricità, citati sempre da Amato. Ma siccome, poi, non si può rendere virtuale un hamburger, ci saranno schiere crescenti di pony, un lavoro di non altissimo profilo, ma certo di vertiginosa old-new flessibilità.
Carla Casalini
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da FAMIGLIA CRISTIANA nº 8 del 27 febbraio 2000
Quella globalizzazione ingovernabile
«È giunto il tempo per un New Deal globale». Intervenendo alla Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e sullo sviluppo (Unctad), svoltasi a Bangkok dal 12 al 19 febbraio, Kofi Annan ha scomodato il presidente degli Usa Roosevelt che affrontò, superandola, la Grande Depressione cominciata nel 1929. La globalizzazione ha cambiato i paradigmi dell'economia. Soltanto alcuni Stati (Argentina, Brasile, Cile, Messico, Malaysia, Singapore, Taiwan, Thailandia e Cina) sono riusciti a integrarsi nel processo di mondializzazione, non senza profonde diseguaglianze interne. Ben 48 nazioni, invece, sono ancor oggi di un'arretratezza spaventosa. Per il segretario generale dell'Onu, i Paesi più ricchi devono allora aiutare le vaste aree della Terra che sono rimaste indietro come si trattasse di una loro provincia, giacché il problema di uno è il problema di tutti. La questione principale rimane come "governare" la globalizzazione. L'Onu, l'Organizzazione mondiale del commercio, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale appaiono, per motivi diversi, in difficoltà. Con buona pace degli iperliberisti, questi fenomeni vanno comunque guidati, s'è detto a Bangkok. Per ragioni di equità. E per ragioni di sostenibilità economica.
Alberto Chiara
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dal CORRIERE DELLA SERA del 30 maggio 2000
Bocca: fate Resistenza contro la new economy
«Buon compleanno, Bocca. Scusi per l'anticipo; lo sappiamo che gli ottant'anni li fa il 18 agosto, ma, siccome ieri quelli del Premio Saint-Vincent l'hanno invitata al palazzo del Quirinale per festeggiare...»
Il Bastian Contrario non si smentisce: «Ma io mica ci sono andato. Non è un riconoscimento alla carriera, non è un riconoscimento al mio lavoro da giornalista; è un riconoscimento alla mia vecchiaia e, però, non mi sembra divertente essere riconosciuto vecchio».
«Come non detto, Bocca. Parliamone, allora, di questo suo lavoro da giornalista: che cosa significa essere anticonformisti, oggi?»
«Se parliamo del presente, vivo in una sorta di congelamento. Una volta, quando facevo il bastian contrario, avevo delle reazioni dall'editore e dal direttore del mio giornale. Adesso il mio bastian contrario è una voce che vaga in campi che non interessano più».
Anche dieci anni fa molti giornalisti erano andati da Giorgio Bocca come si va da un Vecchio Saggio per festeggiare il suo compleanno e sentirlo parlare di informazione.
«Dove eravamo rimasti, Bocca? Al potere economico, diceva allora, che condizionava sempre di più i mezzi di comunicazione...» «E adesso mi pare che la questione sia sostanzialmente identica, però meno chiara per via della rivoluzione tecnologica, di Internet, dei portali». «Tutti figli della New Economy...» «Cioè di qualcosa che non esiste, la più grande immaginazione collettiva che sia mai stata proiettata sul mondo: l'invenzione di nuovi mercati per bisogni inventati. Il capitale, in un Paese che continua a piangere miseria, s'è inventato il fatto che gli italiani dovranno presto spendere 50 mila miliardi per nuovi telefonini. Siamo passati dall'epoca della sopravvivenza a quella dello spreco. E, intanto, il nuovo presidente di Confindustria se la prende con i sindacati. Ma come si fa ad attaccare il sindacato italiano che è il più remissivo del mondo? Qual è l'opposizione operaia in Italia? Inesistente. Qual è la lotta di classe in Italia? Non c'è più. Che cosa vuole ancora D'Amato? Che si calino tutti le braghe?».
«Dove eravamo rimasti, Bocca? Al vedere e capire per poter raccontare e interpretare: dai suoi viaggi nel cuore del capitalismo durante gli anni della ricostruzione alle analisi sul terrorismo, questo è sempre stato il suo metodo di lavoro.» «E c'è ancora, ma diventa sempre più difficile. La rivoluzione tecnologica fa di tutto per non farsi capire. Essendo diventata strumento di profitto e di propaganda, ti racconta delle balle, continuamente. Tu, cittadino, sai perché sia necessario avere questi nuovi telefonini che servono anche da computer? Tutte manovre di mercato per aumentare le vendite. E, quindi, non te le spiegano, non possono spiegartele. Io capisco Bill Gates: è uno che ha inventato tecniche nuove. Ma come si fa a capire Colaninno? Io, un presidente della Telecom che si vanta di poter licenziare per farsi bello davanti agli azionisti, non lo capisco proprio. Uno che ha inventato solo nuove tecniche per scalare le società. Puo darsi che sia molto abile, anzi è certamente molto abile, ma per l'economia italiana non vedo il vantaggio di avere dei Colaninno al posto degli Agnelli o dei Pirelli. I nuovi turbocapitalisti stanno vincendo, vinceranno; però, nel loro imbroglio non ci casco. Una intera generazione di giornalisti ha dovuto adattarsi al superpotere economico e, adesso, questo superpotere ci predice che tra poco non esisteremo più, che potrà fare a meno di giornali e di libri, che l'editoria la farà con le sue macchine. E, nel frattempo, i giornali continuano a essere al servizio dei padroni. Presenti e futuri. Berlusconi compreso: lo si tratta bene, non lo si critica più, perché lo si vede già vincitore al prossimo giro».
«Vedere e capire per poter raccontare e interpretare. Ai tempi di Internet...» «Questo è il periodo più anti-umano che abbia conosciuto. Persino con i terroristi si potevano applicare dei criteri umanistici, psicologici, per capire perché esseri umani potessero agire in maniera così folle. Oggi non c'è nulla da scoprire; i turbocapitalisti te lo dicono subito: tutto si fa per il profitto, tutto è diretto dal mercato; che cosa vuoi star lì a tentar di capire?». «Un dio profitto destinato a sostituire il dio delle religioni?» «No. Ma può sostituire l'Apocalisse. Può portare all'affossamento dell'umanità. Tutto ruota attorno a quanti telefonini venderemo, allo sviluppo della rete. Ma che cosa capiterà all'uomo? Che resterà disoccupato? Che non conterà più niente? Che non avrà più ragion d'essere? La teoria è: questo sistema aumenterà la ricchezza del mondo e la ricchezza, prima o poi, si ridistribuisce a tutti. E tutti staranno meglio. Invece, non è vero: questo è un capitalismo onnivoro che divora tutti per ingrassare solo se stesso. E quelli che fanno i giornali, come quelli che fanno politica, vivono una forma di smarrimento: non sanno più in che mondo vivono e non sanno più che strumenti devono usare».
«E lei, Bocca, come naviga di questi tempi?» «Mi sento abbastanza forte da resistere ai mutamenti, alle mode, ai padroni». «Resistenza. Come ai tempi del giovane partigiano...» «Se non altro, la mia gioventù e la guerra partigiana sono due parametri per capire la distanza siderea che c'è tra me e uno della New Economy. A volte mi metto lì, a freddo, e penso a che cos'ero a diciotto anni: vivevo in provincia, in una casa in cui il salotto diventava camera da letto, in cui non c'era il telefono, ma, allora, avevo intorno un ambiente assolutamente puro: andavo a fare i bagni nei fiumi, andavo in montagna, andavo al mare e trovavo sempre una natura stupenda. E adesso non la trovo più, hanno distrutto tutto. Vale anche per la società: sono nato e cresciuto nel regime fascista: be', allora, una società c'era. Adesso ci sono dappertutto i nipotini della Thatcher. Quelli delle privatizzazioni di tutto, quelli che quando gli chiedono quali sono i problemi sociali rispondono: "La società non esiste". Per loro esistono solo i soldi. Trovo tutto ciò angosciante. I partigiani, anche nei loro errori, mettevano al centro l'uomo, non i soldi, non le macchine. Qualunque cosa si facesse si pensava: come sarà la società che faremo? Non è che dicevi: se vinciamo noi faremo centomila automobili in più. Del partigiano Bocca mi è rimasto il carattere. Nella vita devi avere la conferma che non sei un vile, che sei abbastanza forte per resistere ai mutamenti, alle mode, ai padroni». E, per non smentirsi, il Bastian Contrario su Internet e dintorni sta scrivendo il suo prossimo libro. L'idea gli è venuta quando ha cominciato a leggere un po' troppe parole in lode della New Economy.
Francesco Cevasco
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da FAMIGLIA CRISTIANA nº 22 del 4 giugno 2000 pag. 17
Capire il presente, inventare il futuro
La scorsa settimana a Genova, come nel dicembre scorso a Seattle negli Stati Uniti e prima o dopo a Parigi, Davos, Ginevra, Washington e così via, una manifestazione di protesta contro un raduno internazionale della new economy (in particolare un forum sulle biotecnologie in campo agro-alimentare) ha dato luogo a scontri con la Polizia. Domenica 21 maggio, nella frana complessiva dei referendum rimasti ben al di sotto del quorum, uno dei quesiti proposti agli elettori sarebbe comunque finito con la vittoria, sia pure platonica, dei No: quello relativo all'abrogazione della disciplina legislativa sui licenziamenti senza giusta causa.
Mettere insieme avvenimenti del genere, così lontani fra loro, non servirebbe a nulla se non a fornire un filo rosso che attraversa una parte dell'opinione pubblica, non solo italiana, che avverte la mondializzazione dell'economia, all'insegna della più estesa liberalizzazione e deregolamentazione del Mercato, come un problema, o come un rischio. Di questa opinione pubblica fanno parte anche movimenti ecclesiali, missionari in particolare, mossi da un'esigenza primaria di natura etica.
Come ha scritto padre Alex Zanotelli dall'inferno di Korogocho a Nairobi: «Seattle ci ha insegnato che se ci mettiamo in rete e se uniamo le nostre forze, possiamo dimostrare che l'impero del denaro, anche se si sente onnipotente, è solo un impero di carta». Gli fa eco il cardinale Lustìger, arcivescovo di Parigi, quando elenca i rischi di una globalizzazione che evita o vanifica ogni controllo democratico dal basso, e conclude: «La storia dovrebbe renderci sospettosi rispetto alla sostenibilità, al prezzo e alla durata di un simile progetto».
Il problema nasce, nelle sue dimensioni più drammatiche e finora limitate al Terzo mondo, dalle ricadute di uno sviluppo concepito illusoriamente ma interessatamente come "durevole" e "sostenibile", rispettoso dei limiti alle risorse naturali della terra, e visto come convergenza di tutti i valori e tutte le attività degli uomini nella continua espansione del Commercio, sia di beni materiali, come avviene da secoli, sia di beni immateriali, come avviene nel tempo di Internet.
Ma dice l'economista francese Serge Latouche, uno dei capifila dell'opposizione intellettuale al "pensiero unico" dominante in questa materia: «La crisi della teoria economica dello sviluppo, iniziata negli anni ottanta, si è ormai aggravata. Andato in frantumi il quadro statale delle regolamentazioni con la globalizzazione, le disuguaglianze si sono sviluppate senza limiti, la crescita economica del Nord del mondo ha lasciato al Sud solo le briciole. Dal 1950 la ricchezza del pianeta è aumentata di sei volte, eppure il reddito medio degli abitanti di oltre cento Paesi è in piena regressione».
E ancora, scendendo più a fondo nell'analisi: «Lo sviluppo realmente esistente è la guerra economica (con i suoi vincitori, naturalmente, ma ancor più i suoi vinti), è il saccheggio senza limiti della natura, è l'occidentalizzazione del mondo e l'uniformazione planetaria; è infine il genocidio o almeno l'etnocidio per tutte le culture diverse, cosa che la mondializzazione/globalizzazione rivela in modo ogni giorno più crudo. In una parola, è l'eccesso» (da un libro di Latouche
molto bello: L'altra Africa. Tra dono e mercato, Bollati Boringhieri).
L'eccesso, appunto, è il rischio non solo per il Terzo mondo, ma anche per noi, società progredite e ormai post-industriali. Si può combattere questo stato di cose, senza ricorrere alla catastrofica mitologia della "lotta armata all'imperialismo delle multinazionali» già tragicamente fallita vent'anni fa? Serge Latouche,
profeta di un'economia radicalmente "altra", fondata su quella che egli chiama una società "vernacolare" o "informale", che si sottragga alla logica puramente mercantile dei rapporti umani, ha parlato recentemente a Torino a conclusione del primo anno di lezioni della "Scuola per l'alternativa" promossa dai Missionari della Consolata con il motto "Capisci il presente, inventa il futuro".
Scopo fondamentale, quello di indicare nuovi stili di vita che ciascuno di noi può intraprendere, seguendo l'invito alla "sobrietà felice" di cui parla con molta eloquenza un libro a più mani dallo stesso titolo edito dalla Emi. Tutto si tiene: la lotta agli sprechi, la difesa della natura e della giustizia nei rapporti di produzione, la salvaguardia della pace in Paesi come quelli africani dove il commercio delle armi, prodotte in Occidente, è un'altra conseguenza terribile della mercificazione di tutto in nome del Mercato senza regole e in ossequio alla religione del denaro.
Beppe Del Colle
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