da L'Espresso (luglio 2000)
Vi farò una rivelazione sconvolgente: a Monaco si ricicla denaro sporco
Quel che colpisce nell'alta finanza non è che rubi, cosa vecchia quanto il mondo, ma che ogni tanto simuli sdegni e stupori. Ci vuole una bella faccia di bronzo a scoprire - come il governo francese - che il principato di Monaco, uno dei più noti paradisi fiscali, è "il regno del riciclaggio". Che altro fu il matrimonio del principe Ranieri con un'attrice americana appartenente alla buona società della costa atlantica, dov'era allora concentrata la ricchezza degli States, se non l'inizio di un nuovo corso, immobiliare e finanziario, esentasse che doveva sostituire il gioco del Casinò, ormai ridotto al lumicino? Il nuovo corso ha riempito il principato di palazzi e di residence e ha ampliato i quartieri residenziali fin sopra il mare. Perché mai tutti i palazzinari d'Europa e tutti i campioni sportivi plurimiliardari hanno preso la residenza nel principato? Perché l'aria è buona e fanno bene la pisciadella, che è una pizza locale?
Lo scandalo di Monaco nel turbocapitalismo globalista è un fatto normale, i paradisi fiscali nel mondo sono duecentotrentasette, li creano i privati come gli Stati, nella Cipro turca sono spuntate decine di banche che non ti chiedono neanche il passaporto e ti amministrano il denaro in tutto il mondo; alle Virgin Islands ci sono più banche che abitanti; nel Liechtenstein perfino nella corte granducale c'è chi si occupa di riciclo. Non scherziamo. Un capitalismo che - con la globalizzazione - ha spianato le dogane e le frontiere, che ogni giorno fa passare sulla nostra testa un'enorme nuvola di miliardi (che corrispondono solo nella misura del tre per cento a un cambio reale di merci), che ha fatto cadere il muro di Berlino e fatto della nuova Russia un socio in affari non dovrebbe assicurarsi una piena e totale libertà nella circolazione e nella ripulitura dei soldi? Sull'Herald Tribune, giorni fa, si faceva un'altra sensazionale scoperta: Internet, la grande passione contemporanea, la grande liberazione celebrata dai Soru o dai Grauso in banda stretta o in banda larga, ha, tra le funzioni finanziarie, il riciclo del denaro sporco.
Guido Rossi, che questa finanza la conosce, ha scritto: "Mafie, grandi traffici criminali, droga e carne umana, delinquenza dei colletti bianchi, corruzione politica hanno bisogno del segreto bancario. Le banche centrali non hanno mai scoraggiato l'apertura di filiali off shore da parte delle aziende di credito vigilate".
La velocità e la ubiquità di Internet, che i governi raccomandano come studio alle nuove generazioni, hanno centuplicato il crimine. Il Fondo monetario internazionale ha mandato un fiume di dollari alla banda mafiosa di Eltsin, subito rispediti in America e investiti negli affari dei mafiosi locali: questa dei mafiosi è una globalità che funziona. Tutti sanno che gli aiuti al Terzo mondo (compresi quelli amministrati dai nostri socialisti) sono finiti nelle tasche delle borghesie emergenti. Si corre il rischio, parlando di questi misfatti notori, di cadere nel paleomarxismo di Brecht quando diceva che la fondazione di una banca equivale a una rapina, ma certo il grande affare del secolo, anzi dei millenni è sempre lo stesso: pescare nelle casse pubbliche per trasferire in quelle private. La privatizzazione delle quattordicimila aziende della Germania dell'Est è stata colossale nella quantità come nel ladrocinio, le aziende sono state vendute ai privati a prezzi di assoluto favore, come le fabbriche di cemento spagnole o greche comperate da nostre aziende con mance miliardarie agli amministratori.
E ora - incredibile! - il governo francese e la banca di Francia scoprono che a Monaco si ricida il denaro sporco e si evadono le tasse. Curioso principato: è il luogo del mondo più sorvegliato, lo custodiscono centinaia di poliziotti, vagabondi e malintenzionati vengono arrestati, carcerati, espulsi prima ancora di entrare nel sacro recinto. A protezione degli evasori e dei riciclatori.
Giorgio Bocca
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Da la Repubblica del 24 giugno 2001
La guerra di classe dei poveri del mondo
Parlavo qualche giorno fa con un imprenditore bolognese che è anche uno dei vicepresidenti della Confindustria e ha il pregio di esporre le sue convinzioni con chiarezza e senza infingimenti. Il tema era quello della spinta verso la modernizzazione, della quale gli imprenditori si sentono - a giusto titolo - protagonisti e delle difficoltà che a essa si oppongono non solo in Italia ma in tutto il pianeta. Sicché ci venne naturale allargare il discorso al G8 di Genova e al popolo di Seattle che lo contesta, quale di quei due schieramenti meriti d'esser definito innovatore e quale sia più aggrappato alla difesa dell'esistente, chi percepisca con maggiore lucidità un progetto concreto del bene comune e chi invece si perda nei fumi dell'ideologia e dell'utopia.
Ci scaldammo un poco in quella discussione come spesso avviene tra persone di buonafede, fino a che il mio interlocutore mi disse quasi gridando: "Io mi sveglio ogni mattina sapendo che anche quel giorno devo produrre ricchezza per la mia azienda perché questo è il mio compito e se non ci riesco non potrò mantenere lavoro e reddito per i miei dipendenti. La mia moralità d'imprenditore è di produrre ricchezza. Se la ricchezza aumenta i benefici si diffonderanno gradualmente sull'intera società, ma se non aumenta è impossibile sperare in un benessere equamente distribuito".
Ci scambiammo ancora qualche battuta, poi convenimmo che, al fondo, ci trovavamo d'accordo sugli obiettivi anche se avevamo idee alquanto diverse sul come raggiungerli; infine ci salutammo con la promessa di rivederci presto.
* * *
Discussioni di questo genere avvengono sempre più spesso perché sempre più spesso la società civile, la parte più consapevole della società civile, s'interroga sul proprio futuro. Un tempo l'orizzonte era assai più domestico; oggi è planetario perché la tecnologia ci ha trasferiti quasi di colpo in questa dimensione.
Quali siano i vantaggi, i danni, i rischi connessi alla dimensione planetaria entro la quale ci muoviamo anche se volessimo restare abbarbicati tra le pareti della nostra casa, è chiaro a tutti. Pochi giorni fa "Repubblica" ha pubblicato un articolo del segretario generale dell' Onu, Kofi Annan, che affronta il tema con una spietata sincerità. L'articolo è intitolato "Il pianeta spezzato". Di solito gli interventi dei rappresentanti di grandi istituzioni internazionali sono noiosamente generici, affermano principi ripetuti infinite volte, moniti diventati luoghi comuni, terapie mai attuate e forse inattuabili. Ma pianeta spezzato descritto da Kofi Annan contiene una drammaticità che mi ha profondamente colpito.
Mi auguro che molti l'abbiano letto e abbiano riflettuto sulle cifre che documentano quella descrizione. «Una larga parte della popolazione mondiale - scrive il segretario generale dell'Onu - in questo momento è completamente fuori dal mercato globale. Non consuma e non produce praticamente niente. Ha bisogni enormi e un desiderio di beni e servizi pari a quello di chiunque altro; ma non è in grado di pagare nulla perché non guadagna nulla».
Volete le cifre? Eccole. Un miliardo e 175 milioni di persone vive (vive?) con meno di un dollaro al giorno; più o meno è lo stesso numero di quindici anni fa, eppure la ricchezza globale è fortemente aumentata in questo periodo.
Tre miliardi di persone, metà della popolazione mondiale, campa con due dollari al giorno; dieci anni fa la cifra era la stessa anzi inferiore di cento milioni. Un miliardo e mezzo di persone non ha acqua potabile né fogne.
Un miliardo di persone non sa leggere né scrivere.
Ed ecco una tabella che confronta il reddito complessivo di alcuni paesi e il fatturato di alcune multinazionali (nell'articolo di Maurizio Ricci, qui pubblicato venerdì scorso): General Motors 164 miliardi di dollari, Thailandia 154, Norvegia 153, Ford Motor 147, Mitsui 145, Arabia Saudita 140, Mitsubishi 140, Polonia 136, Itochu 136, Sudafrica 129.
Mi tornavano in mente, mentre leggevo queste cifre, le parole del mio interlocutore di pochi giorni prima: «La mia moralità d'imprenditore è produrre ricchezza. Se la ricchezza aumenta i benefici si diffonderanno gradualmente sull'intera società».
Quante volte ho sentito ripetere questa indubbia verità? Anch'io sono certo che di una verità si tratti, ma è su quell'avverbio che bisogna spostare l'attenzione, su quel gradualmente. Quanto gradualmente? Dieci anni, vent'anni, cent'anni? Una generazione o cinque generazioni? La tecnologia non ha soltanto accorciato e quasi annullato lo spazio, ma anche il tempo. Ecco il vero punto della questione e se non lo si capisce, se non lo si considera la questione essenziale su cui la gente si divide drammaticamente, la variabile che rende l'oggi così profondamente diverso da ieri, si rischia una guerra di classe da fare impallidire il ricordo delle lotte sociali che fin qui hanno punteggiato la storia moderna. La tecnologia opera in tempo reale, il passato (la memoria) è stato di fatto abolito, il presente viaggia con la velocità della luce e copre di fatto il futuro, si vive attimo per attimo.
In queste condizioni che cosa vuol dire che la ricchezza prodotta si diffonderà gradualmente su tutta la società? Ripeto la domanda di prima: quanto gradualmente?
I poveri sono pazienti e hanno imparato ad aspettare, ma le masse appena al di sopra del livello di povertà sono in grado di fare i confronti. Da quanto tempo aspettano che quel gradualmente divenga realtà effettiva? E quanto ancora dovranno aspettare?
***
L'Italia è un paese ricco, uno dei più ricchi d'Europa, cioè del mondo.
Ma anche qui ci sono milioni di poveri e ancor più numerosi sono i quasi poveri, quelli appena al di sopra del reddito di sussistenza.
Alcuni mesi fa ebbi occasione di partecipare a un dibattito organizzato dalla Confindustria nel convegno di Parma, quello in cui fu fischiato Rutelli e applaudito come un divo Silvio Berlusconi.
Chiesi al presidente della Confindustria, che giustamente lamentava la perdita di competitività dell'economia italiana, quale fosse stato il livello dei profitti delle imprese nel decennio 1990-2000. Ma non ebbi risposta.
Eppure bisognerebbe dirle queste cose perché nel decennio che ci sta alle spalle il livello dei profitti è stato molto elevato in termini nominali e reali.
Non risulta però che la maggior ricchezza si sia rapidamente diffusa sulle fasce deboli della società e se una certa diffusione c'è infine stata, ciò non si deve agli automatismi del mercato ma ad alcuni interventi redistributivi promossi dalla politica, contro i quali è insorta la protesta dei vittoriosi del 13 maggio.
Adesso siamo al punto di svolta perché i vittoriosi del 13 maggio, tra i quali metto in prima fila il ceto imprenditoriale, dovranno passare dalle parole ai fatti.
I fatti avranno un inizio che piace molto ai vittoriosi: la Tremonti bis: detassazione dei profitti reinvestiti nelle aziende. Meno tasse e più investimenti per produrre maggiore ricchezza.
Quale tipo di investimenti? Aumenteranno l'occupazione o risparmieranno occupazione? Quale tipo di ricchezza? Finanziaria o reale? A quali livelli di salario?
Nel Dpef d'imminente redazione il governo dovrà fissare il tasso dell'inflazione programmata sul quale si regolerà il livello salariale dei contratti nazionali. Questo, per chi non l'avesse ancora capito, è il punto di scontro che oppone in questi giorni la Confindustria e la Cgil: i modi e i tempi con i quali quella diffusione della ricchezza prodotta da graduale diventerà attuale.
***
Sono problemi domestici e, per fortuna, riguardano uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma s'inquadrano anch'essi nella dialettica che oppone i globalisti e il popolo di Seattle. Il problema è sempre stato e continua ad essere quello del tempo. I ricchi vivono nel presente la loro ricchezza e cercano di preservarla per il futuro; i meno ricchi vogliono la diffusione del benessere tutta e subito. I poveri pazientano anche perché chi teme di crepar di fame non riesce neppure a sollevare la testa dalla ciotola di minestra che gli offre il volontariato.
Manu Chao canterà a Genova ed è una buona trovata per alleggerire la contestazione, ma non si risolve il problema col ritmo delle canzoni. E non si risolve neppure con una Tremonti bis: se per produrre maggiore ricchezza bisogna dare incentivi e premi agli imprenditori (e forse è bene farlo) che cosa si fa per i lavoratori, per i giovani, per i pensionati? E quando, quando si fa? Il tempo, come la legge, non dovrebbe essere eguale per tutti?
Eugenio Scalfari
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da la Repubblica del 9 luglio 2001
Quando il padrone si chiama Wall Street
Aerei, televisione e computer hanno accorciato le distanze nel mondo. Lo scambio economico tra i popoli è in aumento. Un fenomeno chiamato globalizzazione, da analizzare più da vicino per mostrarne vantaggi e svantaggi. I mercati del lavoro sono ancora in gran parte regionali. è vero che aumenta la mobilità delle figure professionali altamente specializzate, ma la stragrande maggioranza della popolazione mondiale vive e lavora nel Paese in cui è nata.
La migrazione della forza lavoro provoca tensioni sociali. Per questo gli Stati europei, nell'allargamento a est, vogliono garantirsi una limitazione dell'immigrazione di forza lavoro a basso costo. Anche i mercati dei beni sono prevalentemente mercati regionali. Gli scambi nel commercio estero dei grandi blocchi economici mondiali coprono circa il 10%. L'attività economica è centrata in gran parte sul mercato nazionale. Globali sono solo i mercati finanziari. La possibilità di trovare in pochi secondi la migliore collocazione del capitale in tutto il mondo è il cambiamento più importante verificatosi negli ultimi decenni. Inoltre, all'inizio degli anni '70 è stato abolito il sistema dei tassi di cambio fissi. Oggi, sono i tassi di cambio flessibili e la libera circolazione dei capitali a determinare il sistema della finanza mondiale.
Le crisi finanziarie in Messico, Asia, Russia, Brasile e Argentina hanno rivelato l'instabilità dei mercati finanziari internazionali. Non vi sono dubbi che le crisi finanziarie hanno provocato un aumento considerevole della disoccupazione e dell'impoverimento sociale. L'organizzazione non governativa Attac, che prende parte alle dimostrazioni antiglobalizzazione, manifesta contro l'instabilità dei mercati finanziari. Questa organizzazione si batte per la regolamentazione dei mercati finanziari internazionali e per una maggiore tassazione del reddito da capitale. è contro l'evasione fiscale e chiede, con l'introduzione di una tassazione sulle operazioni finanziarie a breve termine (Tobin tax), di rallentare la circolazione dei capitali e di stabilizzare il sistema finanziario.
Nei loro vertici, i capi di governo delle maggiori nazioni industrializzate chiedono regolarmente una nuova architettura finanziaria mondiale. Ma dalle parole non si è mai passati ai fatti. Il motivo? Senza gli Stati Uniti non è possibile realizzare il nuovo ordinamento. Ma neppure il presidente americano può fare ciò che vuole, perché è prigioniero degli interessi finanziari di Wall Street. Dato che Wall Street finanzia le campagne elettorali dei candidati alla Casa Bianca, i presidenti americani si sentono in dovere di riconoscerne gli interessi. Per questo motivo non ha fatto niente Clinton e per lo stesso motivo non farà nulla nemmeno Bush. Ugualmente obbligato si sente il primo ministro della City londinese. Non ci si potrà aspettare alcunché neppure da Blair, che pure ha già avuto modo di invocare una nuova architettura finanziaria.
Le catastrofi ecologiche, come l'incidente al reattore di Chernobyl, il buco dell'ozono e le perdite delle petroliere, hanno ricordato al mondo intero che anche la distruzione della natura fa parte della globalizzazione. Però, come per i mercati finanziari, manca una regolamentazione vincolante per tutto il mondo sull'inquinamento. Gli accordi internazionali sono di natura volontaria. Le controversie sull'accordo di Kyoto mostrano che nel dubbio gli interessi economici contrastano con la tutela dell'ambiente globale. Gli Stati Uniti sono in testa a dare il cattivo esempio. Tra tutti gli stati industrializzati sono quelli con le più alte emissioni di CO2 per abitante. Bush, però, poco dopo la sua nomina ha dichiarato di non essere disponibile a sottoscrivere questo accordo. Il motto "America first" non è mai stato così fuori luogo come nel caso della politica della tutela ambientale.
Una nazione, per quanto grande sia, non può garantire da sola una tutela ambientale efficace, ma è necessaria la collaborazione internazionale. Gli interessi dell'ecologia si scontrano con lo spirito neoliberale. Nella corsa all'oro, nella ricerca di sempre maggiori utili e sempre maggiori guadagni, le norme ecologiche sono un intralcio. E se l'economia energetica contribuisce ai finanziamenti elettorali allo stesso modo dell'industria finanziaria, le conseguenze sono facilmente prevedibili. La debacle finanziaria ha portato la Russia, con regioni già altamente inquinate, a decidere di aprire il Paese all'importazione di scorie nucleari. Per questo motivo è necessario che anche il movimento ecologista Greenpeace faccia parte del movimento antiglobalizzazione. Greenpeace è bene organizzata e si è fatta un nome in tutto il mondo come rappresentante credibile della tutela dell'ambiente.
Come per i mercati finanziari mondiali, anche per la distruzione globale si nota che gli sforzi dei governi sono troppo scarsi. E l'elettore non ancora nato non ha voce in capitolo.
Un ulteriore svantaggio della globalizzazione è la perdita strisciante dell'identità culturale. Dappertutto troviamo i McDonalds, la CocaCola e i jeans. Quando nell'agosto del 1999, il francese José Bové ha distrutto una filiale di McDonalds nella città francese di Millau, è stata un'azione simbolica. Il savoir vivre francese non deve far posto alla cultura appiattita del fast food. La lotta dei popoli di tutto il mondo per la loro identità culturale andrà avanti. In ogni lotta ne va della vera ricchezza del mondo, della ricchezza culturale e un giorno anche gli shareholder capiranno che i soldi non si possono mangiare.
Dice José Bové: "La globalizzazione distrugge il Terzo Mondo e minaccia la civiltà europea. Oggi uccide più uomini di tutte le guerre. Sul suo conto pesano ottocento milioni di affamati nel mondo, le bugie del neoliberalismo devono essere smascherate".
Una di queste bugie è che i tassi di cambio flessibili, la libera circolazione dei capitali e la produzione che distrugge la natura servono al benessere dell'umanità.
Oskar Lafontaine
(Traduzione del Gruppo Logos) (L'autore è ex ministro delle Finanze del governo tedesco)
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da la Repubblica del giugno? 2001
Il pianeta spezzato
Una larga parte della popolazione mondiale in questo momento è completamente fuori dal mercato globale. Non produce né consuma praticamente niente. Ha bisogni enormi e un desiderio di beni e servizi forte, pari a quello di chiunque altro. Ma non è in grado di pagare nulla, perché non guadagna nulla.
Sono donne e uomini paralizzati dalla fame, dalle malattie, dall'ignoranza, dall'isolamento. Insomma, dalla povertà. In molti luoghi la loro stessa esistenza è minacciata, dalla violenza o dal degrado ambientale. Eppure, potrebbero vivere in un modo completamente diverso.
Il nostro pianeta è benedetto da risorse che potrebbero nutrire tranquillamente i sei miliardi di persone che vi abitano, e anche di più.
Ma almeno un miliardo di bocche non hanno cibo, mentre derrate in eccesso marciscono nei magazzini dei paesi ricchi.
Le malattie per cui tanta gente nel sud del mondo soffre e muore la malaria, la turbercolosi, e perfino l'Aids sono prevenibili e curabili. Ma meno del 10 per cento della spesa per la ricerca è destinata a curare queste malattie "da povero". I paesi in via di sviluppo possono spendere soltanto tra i 5 e i 10 dollari procapite all'anno per i propri cittadini, lì dove ce ne vorrebbero almeno 60 a testa per assicurare servizi minimi accettabili.
Simile la situazione dell'istruzione. Con una spesa di 7 miliardi di dollari all'anno potremmo assicurare le scuole elementari a tutti i bambini dei paesi in via di sviluppo che ora non possono accedere ad alcuna forma di alfabetizzazione.
Investimenti anche più limitati basterebbero per rompere l'isolamento di tante comunità povere. Questo grazie alle nuove tecnologie, dai telefoni cellulari a Internet. Già oggi questi strumenti stanno consentendo alle contadine del Bangladesh di commerciare i loro tessuti, e ai pescatori dello Stato indiano Kerala di vendere a prezzo migliore il loro pesce.
Non voglio naturalmente dire che cambiare questa situazione sia facile. Ma sono certo che se governi, imprese e società civile collaborassero, il mondo potrebbe essere più ricco e più sicuro, insomma un posto migliore in cui vivere. Una differenza che converrebbe a tutti.
Chi fa affari, ad esempio, ha bisogno di consumatori, gente, cioè, con il denaro in tasca. E poi di lavoratori, che può addestrare direttamente, ma solo a patto di poter dare per scontata un'istruzione di base. E infine anche di un ambiente naturale integro, necessario per attività che durino nel tempo. Pensare a tutte queste cose, mi potrà rispondere qualcuno, è compito dei governi. Ma non tutti gli obiettivi sociali possono essere raggiunti semplicemente tassando e stanziando fondi. Anche i governi hanno bisogno di partner, non solo nel mondo del business ma anche nella società civile e nel volontariato. Fondazioni caritatevoli, gruppi di pressione, "think tanks", università, agenzie umanitarie. Persone unitesi volontariamente per uno scopo comune, più o meno ambizioso, in cui credono.
In molti paesi è abbastanza normale per queste tre forze business, governi, e società civile lavorare insieme per rafforzare la comunità locale o nazionale. Se tutto questo è vero a livello nazionale, dove ci sono governi veri e propri con potere e autorità sufficienti per imporre leggi e fornire servizi sociali, questo deve essere vero nella comunità internazionale le cui regole si basano proprio sulla cooperazione volontaria.
I governi, per lo più, rimangono ancora saldamente ancorati a preoccupazioni locali, mentre il mondo degli affari e la società civile diventano sempre più "globali". È dunque dovere di chi vuole fare affari nel mercato globale fare tutto ciò che è possibile per creare e sostenere la comunità globale. Questo potrà sembrare un ragionamento astratto e teorico, in realtà è assolutamente pratico.
Né i governi né gli imprenditori hanno la bacchetta magica. Ma lavorando insieme, e insieme alle organizzazioni del volontariato, possono costruire il cambiamento.
È così anche per la sfida ecologica. Soltanto i governi possono mettere a punto e far rispettare regole di tutela dell'ambiente, possono prevedere incentivi perché il mercato rispetti la natura. Ma serve il settore privato per inventare e produrre tecnologie sostenibili.
In caso di guerre, ovviamente la responsabilità maggiore è dei governi. Ma le aziende hanno il dovere di non fomentare o sfruttare il conflitto per motivi di lucro. E spesso possono giocare un ruolo importante per risolvere o prevenire uno scontro, per esempio offrendosi come canale riservato di comunicazione tra gli avversari o affiancando ai loro investimenti in miniere e petrolio finanziamenti per lo sviluppo sociale delle comunità dei luoghi in cui fanno affari.
Al Forum economico di Davos ho proposto il "Global Compact", un patto con cui le aziende si impegnino a rispettare diritti umani, standard internazionali di lavoro e
l'ambiente. Molte sono già state le compagnie che hanno risposto positivamente al mio
appello. Ora io chiedo ad altri di seguire quell'esempio. E credo di aver chiarito perché accogliere questo invito non significhi rinunciare ai propri interessi corporativi.
Chi fa business, anzi, dovrebbe diventare anche un difensore di politiche di governo illuminate. Chi fa "affari globali", dovrebbe sollecitare l'apertura dei mercati affinché i prodotti dei paesi poveri possano raggiungere i paesi ricchi, dovrebbe perorare una generosa remissione dei debiti, chiedere nuovi aiuti per i paesi che effettivamente si siano impegnati a migliorare le condizioni dei propri popoli. Questo ruolo sociale va percepito sempre di più come complementare e non contraddittorio rispetto agli sforzi per realizzare profitti.
Insomma, occorre capire sempre di più che il mercato globale richiede una cittadinanza globale.
Kofi Annan
L'autore è Segretario generale dell'Onu
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da la Repubblica 9 novembre 2001
Commercio mondiale e le regole da rifare
Sono in pochi a mettere in discussione i benefici del commercio internazionale e dato che i mercati globali necessitano di istituzioni internazionali capaci di sostenerli, l'Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) è un'istituzione preziosa, sotto molti aspetti davvero quella più compiutamente sviluppata. Non solo è riuscita a dar vita ad una normativa internazionale, ma anche a definire controversie e a far rispettare le proprie decisioni.
Ma le dislocazioni che hanno caratterizzato l'economia dell'ultimo decennio, accoppiate alla mancanza di reti di sicurezza sociale adeguate nei paesi meno sviluppati, hanno creato enorme rancore nei confronti della globalizzazione. Mentre gli stati membri si preparavano all'incontro di oggi nel Qatar, il Wto è diventato il bersaglio primario degli avversari della globalizzazione. Essi sono fuorviati nel loro obiettivo, limitare i poteri del Wto o mandarlo a picco.
Il Wto, come ogni altra istituzione, ha i suoi difetti, ma non può essere destinatario diretto delle critiche più pesanti. Il compito del Wto è di stabilire regole di base per il commercio internazionale, non quello di perseguire altri obiettivi, di carattere sociale. I problemi quindi non sono tanto imputabili al Wto, quanto alla mancanza di istituzioni altrettanto potenti ed efficaci deputate alla realizzazione di questi altri obiettivi sociali. In realtà il problema fondamentale dell'ordine globale di oggi è che la produzione di beni privati ha la precedenza sullo sviluppo sociale, cioè la fornitura di beni pubblici.
Non solo il Wto non è fatto per occuparsi della protezione dell'ambiente, della sicurezza degli alimenti, dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori, ma il suo modus operandi non è adatto alla fornitura di beni pubblici. La forza del Wto risiede nel meccanismo impositivo che gli stati sono disposti ad accettare perché intendono trarre benefici dal commercio. Non sono disposti però ad accettare imposizioni in altri campi. Come si può pensare che la Cina (a breve paese membro) accetti che vengano inclusi i diritti umani? E che gli Stati Uniti si ammorbidiscano sull'ambiente?
L'applicazione di norme concordate non si rivela quindi adatta a realizzare obiettivi sociali perché molti paesi non dispongono delle risorse necessarie a soddisfare gli standard internazionali. Invece di imporre requisiti, sarebbe molto meglio fornire risorse per mettere in grado i paesi poveri di adeguarsi su base volontaria. Prendiamo il lavoro minorile. Invece di introdurre una norma Wto che lo metta al bando, dovremmo fornire risorse finalizzate all'estensione universale dell'istruzione elementare. Potremmo quindi pretendere che i beneficiari degli aiuti eliminino nel tempo il lavoro minorile. Questo approccio sarebbe molto più efficace del tentativo di costringere i singoli stati ad adeguarsi al divieto.
Bisognerebbe però tenere conto delle critiche serie e modificare significativamente le regole del Wto. In un certo senso l'Organizzazione Mondiale del Commercio è vittima del suo successo. Esso è praticamente l'unica istituzione internazionale cui i paesi si subordinano volontariamente e diventa di conseguenza troppo potente, perché le norme del Wto relative alla liberalizzazione del mercato hanno la meglio sulle norme interne mirate ad altri importanti obiettivi sociali.
È giusto quindi cambiare questo status regale del Wto. In primo luogo, se vogliamo evitare di peggiorare la situazione, l'ordine di precedenza tra Wto e legislazioni nazionali dovrebbe essere invertito. Per come stanno oggi le cose, nessun paese può usare sanzioni commerciali per imporre i propri standard a un altro paese quando un prodotto importato ha le stesse caratteristiche di quello nazionale. Ad esempio, mettere al bando il manzo di importazione trattato con ormoni, è vietato se non viene dimostrato che è diverso da quello nazionale. Viene fatta eccezione solo nel caso in cui esista un accordo internazionale sottoscritto da entrambi i paesi, ma accordi del genere sono difficili da raggiungere.
Propongo di invertire questo ordine di preferenza: i paesi dovrebbero poter imporre i rispettivi standard nazionali più elevati sia sulle merci importate che su quelle di produzione nazionale, a meno che un comitato di esperti sotto l'egida del Wto reputi che questi standard nazionali siano da proibire o semplicemente superflui. A differenza di quanto avviene nel sistema attuale, in cui i paesi con bassi standard di tutela lavorativa ed ambientale non sono incentivati a negoziare accordi internazionali che impongano standard più elevati, la nuova regola ristabilirebbe l'equilibrio tra commercio ed altri valori, fornendo stimoli a concludere accordi internazionali appropriati.
In secondo luogo, il Wto forse si è spinto troppo oltre entrando nel merito dei diritti di proprietà intellettuale. Questi ultimi hanno contribuito a trasformare la scienza in business e il business, naturalmente, è motivato dal profitto. Non è errato sostenere che questo processo ha oltrepassato i limiti, ostacolando la ricerca importante per il mondo in via di sviluppo. Oggi ad esempio si spendono molti più soldi per studiare nuovi cosmetici piuttosto che per curare le malattie tropicali.
La soluzione completa di questo problema, che richiede nuovi incentivi per stimolare la ricerca su medicinali necessari ai paesi meno sviluppati, va al di là del potere del Wto. Il Wto dovrebbe però riconsiderare il suo ruolo in quest'ambito. Brevetti e tutela del copyright sono necessari, ma questa tutela costituisce una limitazione al commercio. Fino a che punto si tratta di una limitazione giustificata? La risposta è molto diversa per i paesi tecnologicamente avanzati che beneficiano delle innovazioni (e fanno pressioni affinché siano protette presso e attraverso il Wto) e per i paesi meno sviluppati che devono pagare per beneficiarne. I paesi meno sviluppati hanno buoni motivi per risentirsi della posizione attuale del Wto espressa nell'accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale (Trips, Trade related aspects of intellectual property rights).
Terzo, l'accordo sulle misure di investimento attinenti al commercio (Trims, Trade related investment measures) dovrebbe essere rinegoziato per consentire un certo sostegno alle piccole e medie imprese sorte a livello nazionale. Le Trims sono pensate per mettere imprese straniere e nazionali sullo stesso piano ma in un mondo in cui il capitale è libero di circolare questo piano è pesantemente sbilanciato a favore degli investitori internazionali e delle società multinazionali. Le Trims istitutionalizzano e rinforzano questa situazione di privilegio.
Spesso vengono offerti incentivi fiscali e altri sussidi a società transnazionali perché i paesi sono costretti a competere per attirare investimenti stranieri. Le concessioni si acquistano spesso anche con la corruzione. Il Wto non ha fatto alcun tentativo di affrontare questi temi e non esistono norme Wto contro le attività delle imprese transnazionali che risultino dannose per i paesi in cui operano. Le norme Trims non riconoscono neppure la necessità di incoraggiare le piccole e medie imprese nazionali. Anche se gli incentivi per queste attività locali (microcredito e migliore finanziamento) dovrebbero provenire da fonti esterne al Wto, si dovrebbe comunque procedere a modificare le norme commerciali per dare spazio a questo genere di supporto.
I contestatori che vogliono limitare i poteri del Wto o mandarlo a picco secondo lo slogan «limitare o affondare» distruggerebbero la gallina dalle uova d'oro. Dobbiamo respingere con decisione queste istanze, ma anche tenere in considerazione le preoccupazioni legittime e sincere di chi critica il modo in cui queste uova vengono utilizzate e distribuite.
George Soros
(Traduzione di Emilia Benghi)
L'autore è presidente del Soros Fund Management
Copyright: Project Syndicate, 2001
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da FAMIGLIA CRISTIANA nº 45 dell'11 novembre 2001
"Tobin Hood" contro i signori delle borse
Quanto vale una tassa sulle speculazioni? Secondo stime delle Nazioni Unite potrebbe rendere tra i 180 e i 220 miliardi di dollari all'anno. Dati della Banca Mondiale indicano che 225 miliardi di dollari sono sufficienti per eliminare le peggiori forme di povertà e garantire un'adeguata protezione dell'ambiente. Ma allora perché non la si introduce questa tassa?
La storia di un'imposizione fiscale sulle speculazioni dura da trent' anni. Il primo che ne parlò fu James Tobin, economista americano, premio Nobel, consigliere di Kennedy. Tobin, che ora ha 83 anni, intendeva mettere un freno alla volatilità dei tassi di cambio dopo la fine degli Accordi di Bretton Woods sulle parità delle monete del 1971. Nulla a che vedere con l'idea che la tassazione delle speculazioni fosse anche un mezzo per aiutare lo sviluppo dei Paesi poveri. Oggi si preferisce dire "tasse di tipo Tobin" e definirle nell'ambito di un nuovo sistema di cooperazione allo sviluppo, anche perché speculazioni massicce sulle valute possono provocare crisi monetarie gravi con conseguenze terribili sul piano sociale.
Ogni giorno nel mondo vengono realizzate transazioni valutarie pari a circa
1.500 miliardi dl dollari. Poco meno del 99 per cento di questa massa di denaro non ha alcun rapporto diretto con beni o servizi, cioè non serve come mezzo di pagamento e non riguarda ordini commerciali. Sono soldi che vanno e vengono, operazioni di acquisto e vendita speculativa, metà entro sette giorni, metà entro due o addirittura un giorno, a volte di provenienza illecita. Nel 1994 il Rapporto annuale sullo sviluppo umano dell'Onu dava parere positivo all'idea di tassarle. E da dieci anni un movimento mondiale d'opinione sulle tasse di tipo Tobin chiede anche la creazione di un Consiglio di sicurezza economico dell'Onu. Vi sono vari economisti favorevoli alla tassazione. Il loro ragionamento è che una tassa sulle speculazioni può costituire una risorsa di finanziamento mondiale e può aiutare la globalizzazione a diventare una vera politica di redistribuzione del reddito.
Manca il consenso degli Stati
Mille parlamentari di tutto il mondo sono favorevoli a questa tassazione e
qualche mese fa il Parlamento europeo ha respinto una legge sulla Tobin Tax per soli 6 voti. Ma manca il consenso degli Stati. Le difficoltà sono politiche e dietro ai pareri negativi c'è la pressione delle lobby finanziarie che non vogliono che siano controllate le speculazioni.
Alcuni sostengono anche che la tassa moltiplicherà le frodi fiscali, limiterà le operazioni più desiderabili sul mercato finanziario e, siccome l'aliquota non potrà essere troppo alta, non dissuaderà gli speculatori e non fermerà le transazioni sporche. A molte obiezioni i promotori dell'iniziativa hanno risposto con le proposte dell'economista tedesco Bernd Spahn: aliquota di imposta minima su tutte le transazioni ed elevata sulle transazioni speculative a breve termine, che funzionerebbe anche come strumento di stabilizzazione, in presenza di turbolenze sui tassi di cambio.
Insomma un sistema molto simile a quello del "serpentone europeo" prima dell'euro. La riscossione verrebbe delegata alle varie banche centrali e la ripartizione all'organizzazione delle Nazioni Unite, con la creazione di un'Agenzia speciale. Il progetto in questi mesi è oggetto di uno studio approfondito in vista della Conferenza internazionale sul finanziamento allo sviluppo, prevista l'anno prossimo.
Alberto Bobbio
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da FAMIGLIA CRISTIANA nº 45 dell'11 novembre 2001
O la borsa o la vita
Educare alla "finanza etica" oggi, per ridurre il rischio di disagi e
nuove guerre domani. Con questo spirito l'associazione Volontari nel mondo-Focsiv ha lanciato la campagna "O la borsa o la vita". «Uno slogan provocatorio», spiega il presidente Agostino Mantovani, «che significa lottare contro chi, pur di gonfiare la borsa del denaro, fa fuori la vita degli altri».
Dopo un viaggio lungo la Penisola con tende mobili, cartelloni, filmati e giochi, l'iniziativa è sbarcata nelle scuole. Kit per professori e studenti, cd-rom, schede e diari spiegano ai ragazzi come le scelte economiche di Governi e cittadini di un Paese si ripercuotano pesantemente sulla vita di milioni di persone in altre parti del mondo.
«Il battito d'ali di una farfalla in Asia può provocare un uragano ai Tropici», dice un vecchio detto. «Viviamo in un mondo strettamente collegato», spiegano alla Focsiv, «in cui i mutamenti, anche più piccoli, spostano energie, equilibri e vita». Nelle dodici città italiane in cui è stata montata la tenda, classi scolastiche, giovani, singoli cittadini hanno provato a giocare con la finanza. Per i più piccoli è stato preparato anche il cd-rom Tobin Hood, per lanciarsi, penna in testa e arco sulle spalle, in un'avvincente lotta contro le speculazioni. Il tutto per educarsi ed educare a un uso responsabile delle risorse.
«Questa urgenza è apparsa ancora più necessaria dopo l'11 settembre», sottolinea ancora Agostino Mantovani. «Si è parlato, giustamente, di lotta dura al terrorismo, di caccia ai mandanti degli attentati, di giustizia. Ma è diventato chiaro che giustizia significa arrestare gli assassini, ma anche evitare che la gente muoia di fame mentre intorno c'è tanto spreco. E dunque, occorre intervenire sulla finanza e sulle condizioni di vita di milioni di uomini e donne di questo pianeta. Finché ci sarà un sistema economico che produce povertà, i
mandanti del terrorismo avranno un serbatoio di disperazione cui attingere per compiere le loro follie. Se aiutiamo i diseredati del mondo a raggiungere un maggiore sviluppo, ad avere risposte ai loro diritti, togliamo a questi assassini la materia prima su cui operare. Tutta la nostra campagna si è mossa su questo binario. Perché per chi opera su questi temi era chiaro anche prima degli attentati che bisognava "sminare" una situazione sempre più critica».
Un'analisi che vede d'accordo anche Riccardo Moro, economista e membro del Comitato istituito dalla Conferenza episcopale italiana per la riduzione del debito. Secondo Moro «bisogna regolamentare il mercato ed evitare che crei nuove povertà. Occorre rendersi conto che ogni giorno transitano per le piazze finanziarie circa 1.500 miliardi di dollari. Di questi soltanto 20 miliardi servono per sovvenzionare l'economia reale, il commercio, cioè l'acquisto di beni e servizi. È una situazione che rischia di creare grossi problemi. Introdurre delle regole, come per esempio la Tobin Tax (una tassazione sulle speculazioni finanziarie), non significa essere contro le transazioni, o contro il mercato. Al contrario».
Contro il nuovo colonialismo
«Su questi temi la nostra Federazione è impegnata ormai da anni», aggiunge Mantovani. «Adesso insisteremo con maggior forza e, spero, anche con più consenso. Abbiamo visto, girando con le tende per l'italia, che c'è un largo interesse per questi argomenti. Dopo l'11 settembre l'interesse è andato crescendo. E, con esso, anche il nostro impegno presso le istituzioni. La nostra campagna, "O la borsa o la vita", lanciata in collaborazione con la Cei, persegue uno scopo didattico ed educativo, ma cerca anche di premere per raggiungere due obiettivi: mettere ordine in questa situazione patologica della speculazione finziaria, introducendo la Tobin Tax. E,
anche con i proventi di questa tassazione, creare un fondo internazionale per aiutare i Paesi poveri. Il nostro sistema economico non ha bisogno di essere radicalmente cambiato. Non siamo contrari al benessere e allo sviluppo. Pensiamo, però, che bisogna introdurre correzioni per evitare che faccia del male agli altri. C'è bisogno di depurarlo dagli sprechi, da questo colonialismo in chiave 2000 che alla lunga finisce per nuocere anche a chi lo pratica».
Annachiara Valle
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