da LA STAMPA del 16 novembre 2001
Povertà: le impronte digitali
Nell'era della globalizzazione, il villaggio non è affatto globale. Anzi. Il fossato tra ricchi e poveri, tra inclusi ed esclusi - scavato nei decenni dal disuguale possesso dei beni alimentari, delle materie prime, della risorse finanziarie - rischia di ampliarsi a dismisura con il divario digitale.
Da anni lo predicano, con Jeremy Rifkin, i profeti della net economy. Ma non può trattarsi di un semplice fenomeno di fondamentalismo tecnologico se il fantasma del Digital Divide - vissuto come un nuovo muro di Berlino destinato a spaccare in due la società mondiale nel terzo millennio riassumendo e rilanciando, come ha sostenuto Carly Fiorina (ceo di Hewlett-Packard), tutte le ineguaglianze culturali, economiche, sociali, generazionali, geopolitiche lasciateci in eredità dal '900 - riesce a moltiplicare le angosce dei Paesi in via di sviluppo e a turbare il sonno di quelli avanzati.
Pronti (almeno pare) ad interrogarsi, nell'ambito delle maggiori organizzazioni internazionali - dall'Onu alla Banca Mondiale, dall'Ocse al G8, al Forum economico di Davos - sulle vie per trasformare il divario digitale in opportunità.
La prima mossa concreta è di Kofi Annan che ha chiamato 36 rappresentanti di governi e di multinazionali a formare la Ict Task Force dell'Onu: un organismo ristretto che, coniugando input politici e know how della business community internazionale, dovrà individuare l'equazione per rendere il mondo più giusto. La Ict Task Force dell'Onu si riunirà per la prima volta a New York domenica e lunedì prossimi.
Tra gli otto esponenti dell'industria dell'hi-tech, un italiano: il ceo della St Microelettronics, Pasquale Pistorio. Che all'appuntamento si presenta con una proposta concreta: indurre le multinazionali e, più in generale, tutti i grandi gruppi ad investire l'uno per mille delle ore lavorate e dei ricavi per concorrere ad abbattere il Digital Divide.
Quasi una provocazione, con gli attuali chiari di luna della congiuntura.
«Un po' di provocazione c'è, ma la sensibilità su questi temi aumenta. Il mercato, specie in Usa, ha incominciato ad apprezzare le imprese che sanno riconciliare la missione finanziaria per cui esistono con la missione sociale. È già successo con le aziende impegnate, come la St, a preservare l'ambiente».
Ridurre il divario digitale presuppone un impegno meno timido dei governi dei Paesi avanzati. Dove si può concentrare il contributo delle imprese?
«La partita si gioca sul terreno della conoscenza la cui diffusione oggi è resa più semplice e meno costosa proprio dalle nuove tecnologie. È qui che possono entrare in gioco le imprese: con le ore lavorate insegnando agli insegnanti, formando i formatori dei Paesi terzi in cui operano; con i quattrini raccolti acquistando i Pc, e pagando gli allacciamenti alla rete e a Internet».
Quando il Digital Divide è diventato una priorità?
«Quando si è capito che la e-society non è un'opzione, ma una via obbligata. La digitalizzazione e la rete hanno annullato spazio e tempo, imponendo un cambiamento profondo e permanente nel modo di vivere delle persone e il modo di operare delle aziende cambia. Cittadini ed aziende possono disporre di un'ampiezza di comunicazione, di uno spettro di analisi, di un accesso al knowledge prima impensabili. La velocità enorme del processo di innovazione indotto dall'accesso diffuso alla conoscenza garantisce ai sistemi economici che possiedono il controllo delle nuove tecnologie vantaggi incommensurabili: chi non possiede l'accesso rischia invece la marginalizzazione senza ritorno. Il possesso della conoscenza che si autoalimenta e rinnova di continuo, rende infatti presto obsolete le professionalità».
Il rischio c'è anche nei Paesi ricchi.
«Esattamente. Il Digital Divide crea delle povertà potenziali ovunque. Con un'aggravante rispetto alle ineguaglianze del passato: i mutamenti sono di una velocità tale e il gap può essere di una dimensione tale da creare veramente vastissimi strati di emarginazione nella popolazione mondiale».
Fare del digitale il terreno di sperimentazione di nuove forme di intervento su scala planetaria per combattere la povertà e stimolare la crescita delle aree depresse, è davvero eccezionale. Non le pare?
«Ma è eccezionale anche il fatto che, senza rapidi correttivi, si vada verso un mondo invivibile. Lo dimostra il dilagare del terrorismo che ha il suo brodo di cultura nella disperazione, nella fame, nell'ignoranza. Non è accettabile che 3 miliardi di persone vivano con meno di due dollari al giorno; né che nel mondo ci sia un morto di fame ogni tre secondi e mezzo».
Inaccettabile sul piano etico. Che posto ha l'etica in un mondo mosso in prevalenza da interessi economici?
«L'etica è in primo piano perché, altrimenti, sarebbe difficile definire il concetto di essere umano: ma paga sempre di più anche in generale. Quanto al mondo che si profila, è inaccettabile anche sul piano economico: fratture e diseguaglianze tanto drammatiche portano con sé sconvolgimenti sociali di tale entità da bloccare lo sviluppo. Per questo sono proprio i Paesi più ricchi - per difendere la loro qualità della vita - ad avere tutto l'interesse che il Digital Divide non diventi esplosivo e non si trasformi in un fenomeno distruttivo ma in un'opportunità. Perché ciò avvenga necessita l'impegno di tutti e tanta lungimiranza dei governi».
Flavia Podestà
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da l'Unità del 2 agosto 2002
Sinistra, impara da Porto Alegre
È possibile lottare per una «globalizzazione etica», come propone Mary Robinson, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani? La risposta non può essere che una: sì, è possibile.
A questo fine è necessario riabilitare la politica, basata su principi e valori, impedendo all'economia di sovvertirne le basi. C'è di più: la politica deve indirizzare l'economia e metterla al servizio della comunità. Bisogna correggere le disparità create dal libero mercato attraverso l'applicazione di politiche sociali coerenti e capaci di proteggere i più deboli.
Qualche decennio fa, questi problemi potevano essere affrontati nell'ambito degli Stati nazionali. È stata questa la chiave del successo delle socialdemocrazie nordiche nel dopoguerra, ed è questo l'obiettivo del cosiddetto modello sociale europeo, che è necessario conservare. Ma oggi, con la compenetrazione delle economie nazionali e la globalizzazione selvaggia e sregolata imposta dal neoliberismo, sarà difficile avviare un riordinamento socioeconomico muovendosi solo nell'ambito dello Stato-Nazione.
La risposta a una globalizzazione disumana può essere fornita soltanto da una cittadinanza altrettanto globale. Questo significa concepire la democrazia non solo come un fenomeno nazionale e locale, ma anche nel contesto delle organizzazioni internazionali. Allo stesso modo, i partiti politici e i sindacati, per sopravvivere come elementi vivificanti della democrazia, si vedranno sempre più obbligati a stabilire legami e rapporti a scala mondiale.
Sono convinto che le manifestazioni e i dibattiti a cui ho avuto l'onore di assistere il gennaio scorso a Porto Alegre durante il secondo Forum sociale mondiale siano i germogli di un fenomeno inedito: sta infatti nascendo un nuovo tipo di cittadinanza globale. Intellettuali, economisti, giuristi, alcuni politici, rappresentanti delle organizzazioni non governative che si occupano di problemi umanitari o ambientali, della difesa dei diritti umani e dei consumatori, organizzazioni religiose e laiche: queste diverse realtà si danno appuntamento ogni anno a Porto Alegre per confrontarsi nei dibattiti, riconoscendo il diritto alla diversità, a diverse forme di partecipazione e di affermazione della società civile.
È un grande movimento, che ha fiducia nella possibilità di un futuro diverso e che mette in discussione le proprie idee - alcune contraddittorie - senza preoccupazioni partitiche, con un evidente tono di antiamericanismo (l'«asse del male» è un concetto difficilmente digeribile dalle mentalità aperte).
I partiti di sinistra, soprattutto quelli che si ispirano al socialismo democratico, così come la stessa Internazionale socialista, possono trarre molti insegnamenti dalla profonda conoscenza di questo nuovo fenomeno di cittadinanza globale.
Qual è il significato della crisi dei partiti politici a livello mondiale, legati come sono alle aziende multinazionali con degli appoggi che non sono affatto trasparenti (pensiamo per esempio ai casi Enron o Worldcom)? D'altro canto, quale importanza riveste il crescente protagonismo della mediatizzazione e del marketing politico, fenomeni che condizionano i partiti e i loro leader, nonché le stesse elezioni? A mio parere tutto questo dimostra chiaramente come l'economia stia esercitando una forte pressione per sovrapporsi alla politica: in poche parole, avviene esattamente il contrario di quello che da sempre è stato l'obiettivo del socialismo democratico.
Fare la carità ai più poveri e ai più deboli è un valore cristiano estremamente rispettabile. Ma essere socialista (o socialdemocratico) è un'altra cosa: significa essere convinti che la giustizia sociale è un obbligo dello Stato, che si devono trasformare le realtà sociali e correggere le disuguaglianze create dal mercato. Lo si deve fare attraverso delle politiche nell'ambito della previdenza, dell'occupazione, della sanità e dell'alloggio, dell'istruzione e della cultura, del rispetto per l'ambiente e dei diritti umani.
Allo stesso tempo, bisogna stimolare le economie di mercato perché queste possano raggiungere alti livelli di produttività e di competitività, senza cadere nella trappola dell'economicismo e senza essere subordinati alle esigenze degli interessi delle multinazionali.
Se non sarà capace di raggiungere questi obiettivi, il socialismo democratico perderà la sua ragion d'essere. Perché a fare delle politiche di destra, distruggendo quanto resta del modello sociale europeo, sono sicuramente molto più bravi i partiti conservatori che non quelli di stampo socialista.
Questo semplice dilemma, che nel recente passato comportava delle scelte che venivano prese solamente dagli Stati, assume - in questi tempi di globalizzazione dell'economia, dell'informazione e delle conoscenze - un'innegabile dimensione internazionale. Perché il pianeta è diventato la nostra casa comune e ormai nessuno può rinchiudersi all'interno di frontiere o «riserve private», nessuno può ignorare i problemi degli altri e contemplare con indifferenza il caos che si fa strada in un mondo deregolamentato e insicuro. L'egoismo si paga, e il suo prezzo è sempre più alto.
Mario Soares*
*presidente del Portogallo dal 1986 al 1996
(Copyright Ips)
traduzione di Sara Bani
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da FAMIGLIA CRISTIANA nº 40 del 6 ottobre 2002
Contro la società brutta
Solo protestando possiamo salvarci dal "Dio della civiltà mondiale", l'economia. A patto che impariamo una nuova forma di protesta: quella estetica, che è reazione a tutto ciò che abbruttisce le città, la società e noi stessi. James Hillman, uno fra i più illustri psicanalisti contemporanei, ha sempre saputo valorizzare al meglio la sua esperienza terapeutica per mettere a fuoco i mali del nostro tempo e proporre soluzioni che, certo, non peccano di originalità.
Nel suo ultimo saggio, Il potere (apparso per Garzanti nel 1996 e ora ripubblicato da Rizzoli), afferma che l'economia ha imposto i suoi princìpi a ogni settore della nostra esistenza. Tuttavia, aggiunge il pensatore americano, una via d'uscita c'è.
Professor Hillman, come si manifesta oggi il potere dell'economia?
«In molteplici modi. Potrei fare un lungo e articolato discorso per dimostrare che le leggi del business plasmano ogni comportamento, ma preferisco fare alcuni esempi. Se abbiamo problemi di salute, il medico ci prescrive medicine. Ora, è certo che quel medico è stato invitato da un'azienda farmaceutica per una vacanza gratuita, ha giocato a golf, è stato coccolato in ogni modo..., in una parola, è stato influenzato dal Business, con la B maiuscola. Un altro esempio: l'inquinamento è una delle grandi questioni della nostra epoca, sappiamo tutti che l'aria che respiriamo è piena di sostanze tossiche a causa delle emissioni delle automobili. Gli scienziati ci dicono che nell'atmosfera ci potrebbero essere meno agenti inquinanti, perché sono disponibili carburanti ugualmente potenti ma più puliti. Però continuiamo su questa strada, perché l'industria del petrolio vuole così».
Eppure l'impero dell'economia può esser colpito al cuore, come dimostra l'11 settembre...
«In realtà proprio questo evento dimostra la logica implacabile dell'economia. Gli Stati Uniti si sono subito preoccupati di progettare la ricostruzione delle Torri gemelle, mentre stavano ancora crollando, almeno da un punto di vista psicologico e politico. Hanno assorbito nel sistema anche quell'evento, invece dovrebbero lasciare quello spazio vuoto, per meditare e riflettere. Anzi, la gente avrebbe dovuto protestare contro questa urgenza di ricostruzione».
In che senso?
«Siamo abituati a protestare per ragioni economiche: le pensioni, gli stipendi, il posto di lavoro. Non concepiamo nemmeno altre forme di protesta, ma sbagliamo, perché oggi più che mai c'è bisogno di una protesta estetica».
Che cos'è una protesta estetica?
«È una reazione al brutto, in senso lato. Ogni reazione estetica è anche un'azione politica ed etica. È un errore credere che la protesta estetica sia fine a sé stessa, contemplativa: è una risposta al mondo, a ciò che accade intorno a noi. È importante che la popolazione sia coinvolta in questioni estetiche, che si senta obbligata a rispondere esteticamente alle grandi sfide della nostra società. Il pericolo di lasciarsi anestetizzare è sempre in agguato».
Può fare un esempio?
«Prendiamo il problema del traffico. Manifestare contro il traffico è una forma di protesta estetica, che ha al tempo stesso implicazioni politiche ed etiche».
Nel libro Il potere lei dedica alcune pagine alla figura del leader. Che caratteristiche deve avere un leader?
«Deve avere sensibilità per le occasioni storiche, come la ebbe Boris Eltsin nel 1991. Deve avere idee di giustizia, e soffrire per queste, come Nelson Mandela, Gandhi, Vaclav Havel, Martin Luther King. Deve avere un'autorità innata, che non gli deriva dalla funzione che ricopre. In questo senso, Bush e Berlusconi sono leader ridicoli».
Paolo Perazzolo
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da FAMIGLIA CRISTIANA nº 40 del 6 ottobre 2002
Le regole non bastano, ci vuole più giustizia
L'economia mondiale è in lenta ripresa, i benefici della globalizzazione non sono stati distribuiti equamente, il Fondo monetario internazionale deve intensificare il proprio processo di cambiamento. Horst Koehler, il direttore del Fmi, ha sintetizzato così il dibattito degli Annual Meetings che la Banca mondiale e il Fondo hanno concluso questa settimana, incontrando a Washington Governi, imprese e società civile. Koehler sembra in sintonia con chi da più parti chiede un governo della globalizzazione che renda le opportunità disponibili per tutti e non solo per i cittadini dei Paesi più ricchi.
In effetti, senza un adeguato quadro di regole la ricerca del profitto senza scrupoli porta agli scandali Enron e Worldcom, che recano danni a tutti. Ma l'assenza di regole porta anche metà della popolazione mondiale a vivere con meno di due dollari al giorno. Gli scandali finanziari provocano perdite che prima o poi i mercati assorbono, ma le donne e gli uomini dei Paesi impoveriti, che non hanno cibo, scuole e medicine, hanno bisogni drammatici che chiedono risposte immediate.
Per intervenire in modo efficace occorre ricordare che l'economia non è avulsa dalla vita sociale. La comunità definisce obiettivi e regole, e fra questi la diffusione del benessere materiale. Quindi sceglie il mercato per organizzare la produzione e lo scambio dei beni, lo regola per evitare monopoli che impediscano la libertà e, attraverso il prelievo fiscale, ricava le risorse per ridurre le disuguaglianze e garantire la soddisfazione dei bisogni fondamentali ai più vulnerabili. Con questa gerarchia di ruoli, formalizzata nella Costituzione, l'Italia è uscita dalla povertà della guerra e ha raggiunto il benessere diffuso che conosciamo.
La sfida di oggi è fare altrettanto nel pianeta. Per riuscirci occorre svegliarsi dall'ubriacatura fondamentalista del neoliberismo. Servono regole forti che ci rendano liberi davvero, non la giungla "deregolata" che ci ha regalato le crisi finanziarie e permette movimenti di capitali che finanziano mafia e terrorismo.
Ma non bastano le regole, occorrono istituzioni democratiche. Fmi e Banca mondiale stanno cambiando, ma finché al loro interno i Paesi voteranno in base al Pil, lasciando al G7 la maggioranza assoluta, mancherà consenso autentico alla loro azione.
Accanto alle regole e alle istituzioni occorre anche un po' di dignità. Continuamente si sente dai Governi ribadire l'impegno a finanziare lo sviluppo con lo 0,7 per cento del Pil, ma in quasi tutti i Paesi non si raggiunge lo 0,2. La redistribuzione è per noi talmente importante da citarla nella Costituzione e rendere il prelievo fiscale obbligatorio. A livello internazionale, senza obblighi, ridurre le disuguaglianze è lettera morta.
Gli strumenti per un'economia a misura d'uomo esistono, le istituzioni internazionali ne dibattono, ma occorre il convincimento dei Governi nazionali, ancora troppo scarso. Diventa importante il ruolo dei cittadini, con la partecipazione e gli stili di vita. Pratiche di consumo e risparmio responsabile possono essere molto utili per influenzare i comportamenti degli operatori e dei responsabili politici.
Seguitare a ignorare queste urgenze e affidarsi fideisticamente al mercato significa votarsi a vivere in continua tensione con il mondo esterno, difendendosi dai concorrenti, dagli immigrati e dai terroristi. Operare per uno sviluppo equo significa creare lavoro nel Sud del mondo ed eliminare la disperazione e l'ignoranza che alimentano il fondamentalismo.
È possibile vedere negli altri una minaccia. È molto più pratico vedere in loro dei fratelli.
Riccardo Moro (Direttore della Fondazione Giustizia e solidarietà)
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da la Repubblica del 7 ottobre 2002
Il New Deal sudamericano
SAN PAOLO - Quale che siano le colpe e i meriti dell'ideologia liberista fin qui applicata dal Fondo monetario, le elezioni brasiliane sono il segnale definitivo che in America latina quel modello soffre di una grave crisi di consenso. Spaventa il ceto medio, non convince gli imprenditori, pare all'improvviso scontentare anche quei settori che ne erano stati a lungo affascinati. E comportando per i governi forti rischi politici, è difficilmente riproponibile, almeno con la rigidità ideologica del passato.
Questo scacco comincia ad essere evidente anche ai consiglieri più illuminati della Casa Bianca, come Richard Haas, il quale suggerisce di ripensare quella filosofia del Fondo e del Tesoro americano denominata Washington consensus. Ma in futuro, cosa? Il Sud America sembra indicare due tendenze opposte. La prima è il nazional-populismo del venezuelano Chavez, con i suoi ardori per Cuba e la pericolosa tendenza a occupare lo Stato e a svuotare di senso le istituzioni. Per quanto il tentativo di alcuni generali di rovesciarlo l'abbiano reso più pragmatico e prudente, Chavez tuttora esprime una vocazione autoritaria, nazionalista, anti-americana e no-global che in Sud America non dispiace a larghi settori della sinistra e della destra populista. Allo stesso Lula vengono rimproverate eccessive simpatie per l'ex colonnello venezuelano. Ma al di là del fatto che per ragioni petrolifere un buon rapporto con Caracas è da tempo una linea-guida della politica estera brasiliana, il "chavismo" non è affatto l'orizzonte di Lula. Il suo principale consigliere economico, Guido Mantega, indica in un americano, Franklin Delano Roosevelt, l'esempio da seguire: "Nel mezzo della depressione degli Anni Trenta, Roosevelt remò contro la marea, vinse la lotta contro la miseria e impiantò negli Usa un Welfare state".
È difficile immaginare che il New Deal rooseveltiano sia ripetibile nelle stesse forme oggi in Brasile, ma è significativo che la nuova sinistra brasiliana elegga quel capitalismo americano a proprio modello. In questo è perfettamente in sintonia con l'economista statunitense Joseph Stiglitz, particolarmente amato nella cerchia di Lula (simpatia ricambiata: nelle scorse settimane Stiglitz ha dichiarato che i rischi per l'economia mondiale venivano dalla politica di Bush, non dalle elezioni brasiliane). Infatti Stiglitz contesta al Fondo monetario d'aver esportato e imposto nel mondo una versione falsa del modello americano più autentico, tutt'altro che ultra-liberista. Come ha spiegato Stiglitz nella recente prolusione pronunciata a Santiago del Cile, dove gli è stata conferita una cattedra, i crociati del liberismo dogmatico non avrebbero mai capito cosa fa funzionare davvero il sistema americano, e cioè "hanno sottostimato il ruolo che il governo ha giocato, per esempio con le politiche industriali, dall'agricoltura all'hi tech", così come non hanno compreso "che le politiche regolatorie sono decisive per il funzionamento del nostro sistema bancario". Che il Fondo abbia o no esportato un gigantesco equivoco, è indubbio che pericolosi malintesi oggi ingombrino il campo.
In genere l'America latina considera "di sinistra" le riforme agrarie, e quella condotta dal governo Allende, peraltro assai malamente, fu uno dei pretesti del golpe. Ma gli storici della macroeconomia tendono a spiegare la distanza abissale che oggi separa due nazioni alla fine dell'Ottocento nelle stesse condizioni di partenza, gli Stati Uniti e l'Argentina, con il fatto che la seconda, al contrario della prima, difese ferocemente il latifondo. In altre parole l'effettiva riforma agraria nei piani di Lula non è un esproprio proletario come in genere lo vedono gli agrari (e in parte anche il movimento dei senza-terra, a vocazione marxista), ma in teoria è del tutto coerente con un capitalismo sano, di cui, se funzionasse, sarebbe un volano.
Un equivoco non meno rischioso sta nascendo nel campo opposto, tra i delusi dal liberismo del Fondo. A sinistra come a destra, si diffonde una lettura per la quale il Fondo sarebbe l'espressione di un'oligarchia rapace e disumana che ha fatto violenza alla saggezza e all'umanità del popolo. Eppure nel disastro argentino, per esempio, è difficile scindere gli errori del Fmi dalle colpe di una classe politica regolarmente eletta dal popolo, e nella sua quasi totalità, spaventosamente mediocre. Anche la nuova sinistra brasiliana tende a caricare la parola "popolo" di un senso palingenetico, ma sembra anche consapevole che la questione non può essere ridotta a termini così manichei.
Potrebbe trovare ispirazione in Dani Rodrik, un economista di Harvard che contesta le politiche del Fondo da un'angolazione diversa da quella di Stiglitz. Secondo Rodrik il problema non è quanto globalizzi, ma come. La minore o maggiore apertura di un mercato sarebbe secondaria rispetto alla capacità delle istituzioni di maneggiarla. Dunque l'errore cruciale del Fondo risiederebbe in un economicismo miope. Le sue politiche avrebbero dovuto tendere anche a rafforzare lo Stato di diritto, a riforme delle burocrazie e delle reti di sicurezza sociale, a meccanismi che dessero voce e rappresentanza nel sistema decisionale ai settori che ne sono esclusi (popolazioni indigene, lavoratori, braccianti). Se questi interventi mancano, sostiene Rodrik, l'aumento dell'insicurezza e il moltiplicarsi dei conflitti finiscono per pesare enormemente sulla crescita economica. Un po' di tutto questo riecheggia nel programma di Lula, ma in modo ancora vago. E comunque non è nella filosofia del partner inevitabile del prossimo governo brasiliano, il Fondo. Finché non lo sarà, l'insuccesso della Riforma liberista probabilmente resterà esposta all'esito di una Controriforma che sprigionerebbe populismi, protezionismi e nazionalismi.
Guido Rampoldi
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da la Repubblica del 7 novembre 2002
La lunga marcia dopo Seattle
Le idee contano nella storia, e il Social Forum Europeo che si è aperto qui ieri sera ha a che fare soprattutto con le idee. Dall'inizio degli anni '80 in poi il centro-destra mondiale ha imposto con una velocità sorprendente la propria visione della modernità. Per vent'anni hanno imperato le sue idee: più mercato e meno Stato, egemonia globale americana, imprese transnazionali sempre più potenti, funzionalità del "trickle down effect" - Il teorizzato lento percolare della prosperità dalle parti più ricche del mondo a quelle più povere.
Ci sono molti segnali che questa visione è in forte crisi, e che i neo-liberisti, giorno dopo giorno, stanno perdendo la battaglia delle idee (da cui gran parte del loro rancore attuale). Un esempio per tutti: se il sud-est dell'Asia ha beneficiato, per specifiche ragioni storiche, del vento neo-liberista, altre regioni intere del mondo hanno sofferto moltissimo. Nel 1975 il PNL pro capite dell'Africa sub-sahariana espresso come percentuale del PNL mondiale pro capite medio era del 17.6%; nel 1999 era sceso drammaticamente al 10.5%. Questo è il corpo della tragedia africana, e le nuove baraccopoli di Nairobi sono il suo volto. Come strategia per un'economia politica globale, il neo-liberismo non funziona.
Al suo posto stanno crescendo, mese dopo mese, idee per una strategia alternativa. Mettono l'accento su un fortissimo riequilibrio fra Nord e Sud del mondo. Cercano più democrazia partecipativa, un consumo equo e solidale, una costante attenzione alle questioni ambientali, un governo globale e non semplicemente un dominio americano. Dopo Seattle The Economist ha semplicemente deriso queste idee, adesso le prende molto sul serio. Dalla London School of Economics, cuore del pensiero economico britannico, nasce l'annuario "Global Civil Society". Si cerca di fare crescere tutto dal basso, ma c'è necessità anche di forte rappresentanza politica, laica e riformista. Chi è disposto ad accettare questa sfida in Italia?
Paul Ginsborg
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da l'Unità del 7 novembre 2002
"Per fermare il disastro, fondamentali stili di vita diversi"
PARIGI - «Non andrò a Firenze perché avevo già preso altri impegni. Ma il mio cuore sarà lì». A parlare così è Serge Latouche, professore emerito di economia all'Università Parigi Sud. Attento osservatore delle forme di autorganizzazione della vita di diverse popolazioni africane e critico severo dei connotati e dei demeriti della civiltà occidentale, lo studioso è molto noto anche in Italia dove i suoi libri sono stati tradotti e pubblicati da Bollati Boringhieri.
Professor Latouche, rispetto a "Il pianeta dei naufraghi", arrivato anni fa nel nostro paese, come si è arricchita la sua ricerca sui processi di emarginazione che affliggono il pianeta? Nei decenni passati, le analisi, le polemiche e le decisioni politiche erano dominate dalla contrapposizione Nord-Sud. Oggi questo binomio è ancora una chiave di lettura efficace?
«Basta consultare i rapporti preparati dalle Nazioni Unite per dare alla sua domanda una risposta positiva. Lo scarto dei redditi tra i paesi del Nord e quelli del Sud si è allargato. È vero, assistiamo a una mondializzazione culturale nel senso che tutti dobbiamo parlare inglese, mangiare hamburger, indossare jeans, vedere film e telefilm americani. Lingue e culture locali spariscono e quel che resta diventa merce, oggetto di folclore. Ma sul fronte dell'economia le diseguaglianze tra paesi e poi all'interno dei singoli paesi si sono accresciute. Direi di più: assistiamo a forme di impoverimento relativo e non mi sento di escludere anche forme di impoverimento assoluto. Faccio un esempio: si parla del miracolo cinese e non c'è dubbio che oggi i contadini di quel paese non siano più devastati dalle inondazioni o dalla fame. Ma chi calcola il costo dello sradicamento dalle campagne, della perdita di valori e di culture, del deperimento delle antiche forme di solidarismo? Mi preme però sottolineare questo dato: la mondializzazione crea disoccupati e sradicati, emigrati e rifugiati. Ma dietro la logica della mondializzazione c'è, nello stesso tempo, un accrescimento di quelle che io chiamo le "situazioni diverse". Penso alla mia esperienza africana dove ho visto popolazioni capaci di organizzarsi in maniera del tutto autonoma, dando prova di una creatività culturale e tecnico-economica veramente ingegnosa».
Lei è uno studioso e anche un ammiratore di quella che definisce la "società del cavarsela", un fenomeno che appunto sembra essenzialmente africano. Ma è difficile pensare che un modello del genere possa funzionare per fare fronte ai problemi che affliggono l'Occidente.
«L'Occidente, l'imperialismo occidentale, porta la responsabilità gravissima delle differenze, degli squilibri. Ha distrutto i modi di vivere tradizionali dei popoli del Sud, ne ha destabilizzato anche i meccanismi di controllo demografico con il risultato che i flussi emigratori non si fermeranno. Ha inventato e imposto gli stati nazionali laddove la vita era organizzata su basi di appartenenza etnica creando così il fenomeno dei rifugiati, anche esso destinato a non fermarsi».
Non sarà solo responsabilità del mondo ricco. Ci saranno pure state delle responsabilità locali...
«Sì, quelle delle élites che sono diventate complici dell'imperialismo. Per sopravvivere».
La sua analisi del Nord del mondo è molto severa. Non ci sono speranze di salvezza?
«L'Occidente vive una crisi profondissima, è simile a un bolide che corre all'impazzata senza autista e senza freni. Siamo sull'orlo della catastrofe. Evitarla sarà molto difficile. Ma dobbiamo riuscirci. Per noi occidentali e per il resto del mondo».
Ci sono iniziative possibili?
«Io vedo tre percorsi possibili. Innanzitutto mi pare che per noi che viviamo in Occidente ci sia una necessità di sopravvivenza, il che significa accettare compromessi, senza per questo venir meno alle nostre più radicate convinzioni. Credo poi profondamente nella efficacia dei movimenti di resistenza come questo Forum di Firenze. Avendone però ben chiari i limiti. La contestazione antimondializzazione è tutta e solamente occidentale. Non vi prende parte la Cina, non vi prendono parte l'India o il mondo islamico. E gli africani che vi vengono coinvolti sono nostri amici occidentalizzati ai quali di solito paghiamo il biglietto. Infine la mia piena fiducia va a tutte le iniziative che chiamo di dissidenza e che spingono a sperimentare modi di vita diversi, alternativi. Penso alla Banca etica, al commercio solidale, alla crescita del Terzo settore, alla protesta ecologica. Credo molto alla possibilità che da queste iniziative diffuse, dal "basso", possano scaturire un modo di vivere diverso, un'altra civiltà».
Intervista a cura di Lina Tamburrino
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da l'Unità dell' 8 novembre 2002
La grande minaccia delle privatizzazioni
Secondo giorno. Il Forum sociale Europeo sta entrando nel vivo della sua «storia». Avrete capito che qui si discute molto, anzi, qualcuno potrebbe dire che si «chiacchera» molto. Eppure - forse più difficili da raccontare che non il «colore» del Social forum - ci sono anche molti fatti. Dalle parole alle proposte, alle campagne. Ne scegliamo una. Ci proviamo. Titolo: il Gats, un accordo sconosciuto eppure determinante per la vita di tutti noi, ignari cittadini di un mondo che vive, da Nord a Sud, da Est a Ovest, le stesse distorsioni, le stesse imposizioni. Dalla critica all'Accordo Generale sul Commercio dei Servizi (Gats, appunto) verrà lanciata una campagna di pressione contro le privatizzazioni. È un accordo firmato nel 1994 che tende a liberalizzare tutti i servizi a livello mondiale. Per capire il pericolo che incombe su di noi dovete sapere che per l'Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) i servizi sono tutto ciò che è immateriale: banche e turismo, assicurazioni, acqua, sanità, educazione. Liberalizzare vuol dire eliminare le barriere che circondano i servizi pubblici per far entrare gli investimenti privati. Ci spiega Alessando Pelizzari, sociologo italo svizzero, membro del coordimanento nazionale di Attac svizzera: «Vuol dire ad esempio, permettere a Vivendi (il più grande consorzio mondiale dell'acqua) di comprare acqua in America Latina, alla Rwe, il più grande consorzio elettrico della Germania, di comprare le aziende elettriche comunali. O permettere alle multinazionali della sanità negli Stati Uniti di comprare ospedali in Europa. In realtà il Gats cercherà di generalizzare una tendenza già in atto. Finora le regolamentazioni nazionali non hanno permesso di alzare i prezzi, ma i prezzi sono già stati alzati». Altri rischi: il Gats vorrebbe impedire agli Stati di sovvenzionare i servizi pubblici perché, ovviamente, per la libera concorrenza non è giusto che le aziende pubbliche siano sovvenzionate e le altre no. «In Canada, ad esempio, per gli effetti del Nafta, l'accordo per il commercio del NordAmerica, simile al Gats, la Ups, noto corriere di trasporto, ha portato il governo canadese davanti al tribunale della Wto perché sovvenzionava la posta. "Dovete sovvenzionare anche noi". Il processo è in corso, ma il governo canadese non sovvenzionerà la Ups e per questo dovrà tagliare le sovvenzioni alla posta pubblica». Il meccanismo è infernale e non è facile spiegarlo, ma sostanzialmente avviene questo: ogni paese presenta in sede di negoziato, una lista di settori che vuole aprire al mercato estero, mentre i settori che non sono nella lista restano, diciamo, interni. I negoziati cominciano proprio sulla discussione di queste liste: quello che si vuole e quello che si è disposti a dare. Quando un settore viene liberalizzato (mettiamo l'educazione o la sanità) non è più possibile tornare indietro, il processo di liberalizzazione va avanti sempre più ad ogni negoziato e si può tornare indietro solo a prezzo molto alto. La campagna contro le privatizzazioni viene lanciata ufficialmente dai vari Attac europei, da molte Ong, da tutti i movimenti che avevano manifestato contro il MAI (Accordo multilaterale degli investimenti),da sindacati ed è coordinata dalla rete «Seattle to Bruxells»: «Il Gats resta qualcosa di molto astratto per la gente. Abbiamo già iniziato campagne di sensibilizzazione, ma vogliamo legare tutto ciò a qualcosa di concreto, mettere insieme le lotte che si sono messe in moto in tutta Europa contro le privatizzazioni. Nel seminario che abbiamo fatto qui a Firenze, per tre giorni, abbiamo ascoltato testimonianze da tutta Europa. A Palermo c'è una campagna contro la privatizzazione dell'acqua, così come c'è a Neuchatel, in Svizzera, contro Nestlè che vuole comprare l'acqua della cittadina. Non sapevano di fare la stessa lotta. Un altro punto è: siamo contro le privatizzazioni, ma per che cosa siamo? La risposta non è facile. Faccio un esempio. Se in Italia parli di servizio pubblico, di sanità e proponi un modello pubblico, la gente inorridisce pensando a quel che è stato nella propria storia nazionale e senza sapere a che cosa va incontro con le privatizzazioni. Allora vorremmo mettere in rete anche diverse esperienze di riflessione su possibili alternative». Nasce così lo slogan di discussione «No al privato, no allo Stato, si ad una proprietà partecipativa». Ovvero: controllo sociale sulla produzione dei servizi pubblici. I servizi pubblici sono il nocciolo della questione. Non solo per quanto riguarda l'aumento dei costi, ma anche per quanto riguarda il mondo del lavoro (tagli degli organici, precarietà, peggioramento delle condizioni contrattuali, mobbing) e la qualità dei servizi. Un servizio pubblico partecipativo: sarà il tema di un possibile incontro europeo nel prossimo anno in cui mettere insieme le riflessioni su questo tema.
Antonella Marrone
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da l'Unità del 18 dicembre 2002
Il narcisismo nell'era della globalizzazione
La globalizzazione impone di guardare alla Dichiarazione dei diritti umani universali con occhi nuovi. È precisamente questa l'anima comune di tutti i temi che abbiamo affrontato nel Forum Sociale Europeo. A Firenze, tra le decine di migliaia di partecipanti al Forum sociale europeo, era palpabile la consapevolezza diffusa che la lotta per la globalizzazione planetaria dei diritti è la nuova dimensione della secolare lotta per i diritti che in forme diverse ha impegnato ormai molte generazioni. La parola globalizzazione è ambigua. Ambigua è del resto la stessa parola diritto.
Globalizzazione è un processo storico totalmente nuovo prodotto dallo sviluppo delle tecnologie della guerra, della produzione e della comunicazione. I processi di unificazione del mondo che prima dell'epoca attuale si sono verificati nella storia possono essere accostati alla globalizzazione solo per analogia. Producevano una unità parziale sia territorialmente che socialmente e culturalmente. La globalizzazione invece è una unificazione del pianeta che investe ogni angolo della terra e ogni anfratto della società, della cultura e della vita.
Il mondo scopre di essere fragile come un nido di pagliuzze nella tempesta di fuoco, esile come un pulviscolo errante nello spazio infinito fra miliardi di miliardi di mondi, ristretto come un piccolo paesino dove ogni sospiro è udito da tutti e dove tutto è intercomunicante. Fino a scoprire che la dimensione spazio-temporale della nostra consapevolezza è parziale e relativa essendo solo una delle dimensioni possibili della nostra esistenza. E lo stesso potere si ritrova nudo e deve faticare come non mai a giustificare e a imporre la propria assolutezza ed eternità.
Al tempo stesso però l'umanità ha l'impressione opposta, quella di stare raggiungendo il culmine dell'onnipotenza. Nessun traguardo è ormai impossibile, nessun segreto inaccessibile: questa la percezione che io però ritengo fallace. L'uomo si sente Dio dal momento che ha raggiunto il cuore stesso della materia, cioè l'atomo, della vita, cioè il Dna, della psiche, cioè l'inconscio, il lato misterioso dell'esistenza. E il potere ha l'impressione di avere il mondo ai suoi piedi. E quando dico potere intendo ogni potere, il sistema stesso del potere, dal piccolo potere dell'uomo-bambino che usa la sua moto o la sua auto come fossero giocattoli della giostra mentre invece sono bombe, al potere dell'uomo e della donna che sognano di diventare eterni riproducendo il proprio Dna con la tecnica della clonazione, al potere dell'attuale sistema finanziario che moltiplica il danaro semplicemente manipolando danaro, pura astrazione, senza passare attraverso la mediazione della produzione materiale, come Pinocchio che semina gli zecchini d'oro sognando germinazioni lucenti, fino al potere dell'attuale sistema imperiale che pensa di chiudere definitivamente la storia col ricatto universale della guerra stellare e delle armi intelligenti.
Forse il senso della limitatezza dell'esistenza e il senso dell'onnipotenza stanno insieme, come stanno insieme la morte e la vita.
Gli psicanalisti ci dicono che il bisogno di vincere l'angoscia della morte ha davanti a sé due strade: una è la strada della accettazione gioiosa e tragica insieme della finitezza e mortalità della vita; l'altra è la strada dell'ansia di sconfiggere la morte con l'acquisire immortalità. Il primo percorso è quello che porta ad accettare la provvisorietà di tutto, a vivere con intensità il presente, a non accumulare, ad accogliere il fluire della storia, a lasciare spazio a tutto ciò che nasce, a costruire cose piccole, eventi senza pretese.
Il secondo percorso è all'opposto quello che porta a costruire piramidi eterne, a innalzare torri e cupole, a realizzare istituzioni indefettibili e potenti, ad accumulare ricchezze, a vivere con l'ossessione della sicurezza, ad accogliere la prole non per se stessa, non come fluire della vita, ma come continuazione del proprio Io, come riproduzione, fino a giungere all'aberrazione della clonazione. La strada della accettazione della finitezza e mortalità della vita porta a riconoscere l'altro, a fargli spazio, ad accoglierlo; la strada della ricerca di eternità del proprio io porta invece ad escludere l'altro, a considerarlo un rivale se non un nemico, a strumentalizzarlo e sfruttarlo fino all'ossessione della «mors tua vita mea». Tutto questo fa parte della storia da sempre. Ora però la globalizzazione ha esasperato la situazione. Ha reso evidente in modo sconcertante la limitatezza e la finitezza del mondo e della vita e al tempo stesso ha estremizzato il senso dell'onnipotenza e della eternità del potere umano.
Una tale situazione è insieme sia estremamente pericolosa sia carica di futuro. È pericolosa se affrontata con la cultura dell'individualismo egoista, competitivo e aggressivo che come si sa è però la cultura egemone nella modernità. È pericolosa perché tale individualismo come si sa tende a espandere la libertà propria, individuale ed egocentrica appunto, fino a rescindere ogni legame, fino ad annullare ogni relazione che non sia la relazione del dominio, fino a eliminare l'altro in quanto alterità. È pericolosa questa cultura dell'individualismo illimitato perché l'individuo nel momento in cui nega l'altro nega anche se stesso, nega l'altro che è in sé, nega la propria possibilità di trasformazione, nega la natura che vive in lui. Il narcisismo è ritenuto dagli psicanalisti la malattia della psiche più pericolosa e meno trattabile. Il narcisismo come cultura è sempre stato pericoloso ma ora, nell'epoca nostra della globalizzazione, la sua pericolosità è estremizzata. Perché l'individualismo illimitato ha oggi a disposizione strumenti talmente potenti di annullamento dell'altro e della natura intera da giustificare previsioni di apocalisse.
Ma la situazione nostra è anche carica di speranza e di futuro se affrontata con la cultura dei diritti universali e inalienabili. Perché la globalizzazione invece che sfociare nell'individualismo radicale può portare a una socialità allargata, dove si attenuano le appartenenze particolari, o meglio dove tali appartenenze confluiscono in un senso di appartenenza universale. Quindi: tendenza a uscire dall'identità imprigionata nelle appartenenze tradizionali, non per negare o rinnegare i valori delle tradizioni ma anzi per affermarli meglio intrecciandoli con le tradizioni altre.
Don Enzo Mazzi
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