da la Repubblica dell'8 gennaio 2000

Il piccone liberista

I due promotori del sistema referendario, Pannella e la Bonino, sono due vecchi politici imprendibili, indefinibili, di cui non si può esattamente dire se sono passati dalla sinistra alla destra o viceversa. Quale sia l'obbiettivo che si sono prefissi con il lancio dei ventun referendum è però chiaro: lo hanno fatto per sfiducia nella politica parlamentare, per aggirare le sue lungaggini, e superare i suoi contrasti opportunistici, per essere leader. Sono anche due propagandisti aggressivi e navigati per cui chiunque non sia d'accordo con la raffica referendaria è uomo della prima repubblica, che non si capisce bene perché sia un'accusa visto che la prima per molti aspetti è stata migliore della seconda, o di questo suo esordio. Il governo in carica non farà ricorso sui referendum ma il suo presidente non ha potuto esimersi dal dichiararsi ostile a interventi in campo sociale che rappresenterebbero un grave colpo allo stato sociale e a quanto è stato fatto in questo paese per creare un contraltare al gioco puro e semplice degli interessi economici.

Non è facile di questi tempi opporsi alla gran moda liberista, ogni giorno appaiono interviste in cui comunisti e socialisti in servizio permanente dichiarano la loro conversione liberale, e ci spiegano che anche le organizzazioni sindacali, anche le difese dei lavoratori devono adattarsi agli interventi miracolosi della flessibilità, della libertà finanziaria ed economica nel mercato globale. Ma i miracoli, neppure quello liberista, non esistono nella storia e il riformismo ragionevole sembra ancora la soluzione migliore o la meno dannosa.

Il grande problema del momento, il problema della transizione, dell'adattamento della società alla rivoluzione tecnologica è di salvare i beni sociali nel mutamento delle tecniche e degli affari. I promotori della campagna referendaria saranno indefinibili o difficilmente definibili quanto a personaggi politici, ma i referendum proposti lo sono in modo chiarissimo, sposano in pieno il neoliberismo economico e finanziario, affossano i sindacati, incoraggiano la rassegnazione e la dispersione del movimento operaio. Passare dalle giuste revisioni del sindacalismo istituzionalizzato sotto il controllo della "triplice", introdurre maggiori libertà di scelta nel mondo del lavoro è giusto, ma arrivare in pratica a impedirne il finanziamento e a vanificare gli interventi è altra e rischiosissima faccenda.

Con i referendum liberisti si arriva a un rovesciamento delle parti: non è più l'imprenditoria selvaggia e anarcoide che da un giorno all'altro può trasferire le fabbriche nel Montenegro o in Thailandia o in Romania, che può, con la selettività, disporre a suo piacere dell'occupazione, che può impiegare i profitti in giochi finanziari incontrollabili, ad essere un pericolo, una minaccia, ma le organizzazioni dei lavoratori che devono arrendersi e consegnarsi alla buona volontà del padronato.

Sono fiorite di questi tempi, nell'infatuazione liberista, delle teorie assurde. Per esempio che la formazione di oligopoli - perché di questo si tratta - nel campo dell'energia come dell'informazione, assicuri risparmi per i consumatori e maggiore libertà di intrapresa. Come se non fosse documentato dalla nostra storia recente e anche contemporanea che gli oligopoli dell'energia imbracano il mercato invece che liberarlo, come se non fosse evidente che gli accordi oligopolistici si imporranno e che non sarà neppure necessario, come dice chi li conosce, che ci siano accordi scritti o telefonici: i prezzi della benzina e del gas e dei telefoni si allineeranno automaticamente, a favore dei produttori assai più che dei consumatori.

I referendum sono affidati al sentimento vago degli italiani al desiderio, in molti latente, in alcuni esplicito, di sostituire lo Stato incapace e la politica delle contraddizioni e delle lungaggini. Ma chiunque conservi un minimo di buon senso capisce che la funzione degli Stati nazionali, dei sindacati nazionali è ancora, e lo sarà per anni, l'unica possibile regola di un mercato che, come si è visto anche in occasione del terremoto borsistico, segue gli "animal spirits" della speculazione, senza preoccuparsi minimamente dei loro effetti. Non si capisce per quale assurda speranza persone colte e intelligenti, dopo aver constatato di persona e attraverso la storia, che gli uomini lasciati a sé preferiscono gli istinti alla ragione, i sogni e le promesse alla realtà, debbano poi predicare che l'unico giudice delle azioni umane è il mercato, vale a dire la somma di tutti gli istinti aggressivi e di tutti gli imbonimenti.

Lo Stato va riformato ma non distrutto, ha detto il presidente del Consiglio. E che altro sarebbero le liberalizzazioni dei contratti, del collocamento, dei patronati se non gli ultimi colpi a uno Stato sociale già traballante? Quel poco di serio, di sodale, di democratico che la Repubblica ha costruito in mezzo secolo è messo a repentaglio per un giudizio spontaneo di popolo su questioni che gli sono sconosciute, giudizio che ogni costituzionalista democratico ritiene demagogico e pericoloso. Incapaci di organizzare un partito, un sindacato, un movimento riformista, i referendari credono di poter cavalcare il responso popolare in tutti i campi, anche in quello sociale. Ma non c'è già troppo disordine sotto il cielo?

Giorgio Bocca

 
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da la Repubblica del 10 gennaio 2000

L'assalto al welfare

Molti liberali chiedono alla sinistra politica e sindacale di non aver paura dei referendum radicali. Usando a proprio comodo un "bisturi" politico, individuano in quei quesiti un filone riformista che, sulle materie del lavoro e del Welfare, è fecondo in altre democrazie economiche (soprattutto Gran Bretagna e Stati Uniti) ma ancora sterile in Italia. Non hanno torto. Sulla flessibilità, sulle politiche assistenziali, sulla qualità e l'equità della spesa sociale, il nostro Paese è in ritardo. In tre anni di governi di centrosinistra, questo ritardo non è stato azzerato.

Prodi prima, D'Alema poi, hanno cominciato a inseguire il convoglio della modernizzazione economica, ma non sono riusciti ancora a salirci sopra, con le riforme incisive che servono.

Ma i liberali che oggi dichiarano di non temere il "piccone liberista" imbracciato da Emma Bonino e Marco Pannella con i referendum, non possono limitarsi a isolare, tra i 20 quesiti proposti, solo i pannicelli caldi. É vero: non c'è niente di politicamente eversivo né di socialmente pericoloso, nei referendum con i quali si propone la fuoriuscita dal monopolio pubblico del collocamento, la liberalizzazione del lavoro interinale o del part-time. Di questi temi il centrosinistra discute da tempo, senza la minaccia del "piccone liberista" dei referendari, ma finalmente (anche se tardivamente) sedotto dai formidabili successi di altri Paesi più coraggiosi e innovativi del nostro. Nella ricca e felicissima Olanda il lavoro a tempo parziale copre oltre il 30% dell'occupazione complessiva. Negli Usa l'invenzione del lavoro in affitto ha consentito a un'agenzia specializzata come la Man Power di diventare un colosso, e soprattutto di impiegare più di 20 milioni di americani da quando è nata ad oggi. E su questi temi, come giustamente ricorda il ministro del Lavoro Salvi, il centrosinistra ha anche fatto e sta ancora facendo, se è vero che sui 266 mila nuovi occupati italiani nel periodo ottobre '98-ottobre '99 la quota dei lavoratori "atipici" copre addirittura l'85% del totale. Sotto questo profilo, non spaventa poi tanto nemmeno il referendum sull'eliminazione dell'obbligo della riassunzione forzata nei licenziamenti individuali. Il progetto di sospendere i vincoli dello Statuto dei lavoratori nelle imprese che vogliono crescere oltre la soglia dei 15 dipendenti non è stato forse uno degli azzardi politici più forti tentati finora da D'Alema?

Quello che il "bisturi liberale" non può fare è prelevare i quesiti sociali più morbidi, appropriandosene, e sulla base di quelli salvare l'intero corpo referendario assemblato dai radicali, invitando la sinistra ad abbracciarlo a sua volta. Non può farlo, perché in quel corpo, dopo un'operazione del genere, restano comunque i quesiti più insidiosi e destabilizzanti dal punto di vista del progetto politico e della coesione sociale. Il referendum sull'abolizione del Servizio sanitario nazionale, quello della Lega contro la legge per gli immigrati, quelli sull'eliminazione dell'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e delle pensioni d'anzianità. In questi quesiti, di cui stranamente molti liberali non parlano, c'è molto di più che una semplice "sfida riformista". C'è un disegno politico complessivo, quello dei radicali, che mira a disarticolare un modello sociale, destrutturando i soggetti che lo gestiscono e penalizzando quelli che ne beneficiano. Che oppone il valore della competizione individuale a quello della solidarietà collettiva. A tutti i livelli, e in tutti i settori. Non che non ci sia bisogno, in Italia, di una qualche contaminazione tra questi due valori.

Ma nel momento in cui si propone di abolire la sanità pubblica, partendo dal presupposto che ogni cittadino potrà coprirsi le spese sanitarie con le strutture e le assicurazioni private, e si invoca la fine dell'obbligo di assicurarsi presso l'Inail per gli infortuni sul lavoro, affidando ai singoli la facoltà di rivolgersi alle compagnie private, si deve sapere che si sta chiedendo l'abbattimento puro e semplice dei principi costitutivi dello Stato Sociale, che in qualunque Paese ruotano attorno all'universalità delle prestazioni. Un "Welfare" in cui questo principio non c'è più, e ogni individuo si tutela come sa e come può, senza più preoccuparsi di chi non sa e non può, non è un "Welfare riformato": semplicemente, non è più un "Welfare". Di questo, oggi, la sinistra non può non aver paura.

La sinistra sindacale per bocca di Sergio Cofferati bolla come "odiosi" i referendum radicali. Anche se sta ben attento a dire il contrario, il leader della Cgil sa bene che i quesiti della Bonino e di Pannella sono invece una pistola puntata sulla tempia del sindacato. Anche se indeboliti in termini di rappresentanza, i sindacati restano comunque l'ultimo ostacolo, strutturato e coeso, per chi come i radicali investe politicamente sull'individualismo sociale.

La sinistra politica ha un atteggiamento più ondivago. D'Alema annuncia una dura battaglia politica contro i referendum sociali, ma rinuncia alla costituzione in giudizio davanti alla Consulta. "Per non condizionare la Corte", spiega il premier. Ma in realtà questa scelta - che Sergio D'Antoni ha definito "pilatesca" - sembra nascere innanzitutto dalla necessità di evitare problemi nella "gestione" degli altri quesiti, e questo sarebbe per certi versi comprensibile. Quelli elettorali, sui quali la maggioranza, pur divisa al suo interno, è in prevalenza favorevole. E soprattutto quelli sulla giustizia, che il governo avrebbe dovuto aggiungere a quelli "sociali", là dove avesse deciso di costituirsi in giudizio presso la Consulta, pena la sicura rivolta dei magistrati, che avrebbero a buon diritto accusato il governo di una palese disparità di trattamento rispetto ai sindacati. Ma c'è chi sospetta che questa scelta nasca anche dal calcolo tattico di un premier debole che non vuole bruciarsi i ponti con la lista Bonino, per giocarsi i suoi voti in funzione anti-Polo alle regionali. E questo sarebbe invece assai più inquietante. La sinistra, oggi, è chiamata a una scelta. Tra il "piccone liberista" e il "bisturi liberale" c'è una terza via: fare le riforme subito, senza ulteriori compromessi, ma con i propri strumenti politico-culturali. In nome della modernità, ma anche della solidarietà.

Massimo Giannini

 
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da la Repubblica del 29 febbraio 2000

Ma il lavoro flessibile non può essere immorale

E se la flessibilizzazione della «nuova economia» degenerasse in un'etica flessibile? Cioè in un'etica perversa, priva di regole morali? È un grande banchiere, il governatore Fazio, che ha elevato in questi giorni un pacato ma fermo monito sui limiti morali della globalizzazione.

Va bene la flessibilità dei mercati. Ma degli uomini? Questo è il tema che il sociologo Richard Sennet ha affrontato tracciando in un agile recente saggio il ritratto inquietante dell'Uomo flessibile del Duemila. Anzi, i ritratti di un campione di uomini e di donne flessibili americani: una serie di schizzi di esperienze vitali diverse. C'è Enrico, figlio di Rico, un immigrato italiano. C'è Rose, una intraprendente barista. C'è il fornaio Rodney.

Nel giro di due, e talvolta di una sola generazione, il contesto sociale di quelle esperienze individuali è radicalmente cambiato, come fossero passati non anni, ma secoli. Dalla fabbrica di Enrico, un operaio alla Cipputi, fedele all'azienda e al sindacato, legato per decenni al suo posto di lavoro, una routine prestabilita, una famiglia stabile, una prospettiva motivante e credibile dell'avanzamento sociale del figlio; al vagabondaggio professionale del figlio, culturalmente evoluto, progettista mutante da un contratto all'altro, da un padrone all'altro, da un aeroporto all'altro con l'immancabile personal sulle ginocchia e cellulare all'orecchio, ma senza un progetto vitale suo proprio tranne quello di massimizzare i guadagni a breve e di dominare l'angoscia della sconfitta. Dal baretto all'angolo gestito da Rose, luogo un pò noioso e cupo di frequentazioni abituali interrotte solo dal ciclo vitale, alla sua nuova missione di promotrice di bevande soft in un'agenzia rutilante e concitatissima di Madison Avenue. Dalla panetteria fordista-taylorista di Rodney, dove poche ed immutabili forme vengono impastate con tecniche imprescrittibili dalle grosse mani e avanbracci di uomini bianchi; alla grande panoteca computerizzata, ove si digitano asetticamente tutte le possibili combinazioni di forme panificate da parte di immigrati multicolori.

Chi era, chi è più felice? I Cipputi o i Tipucci? La Rosa antica o la Rosa «american beauty»? L'impastatore di pagnotte o l'operatore di cornetti cibernetici? Che domanda oziosa!

Certo, Sennet ha ragione di sottolineare il passaggio da uno spazio di relazioni sociali stabili a uno di superficiale indifferenza; e da un tempo di prospettive prevedibili a uno di precarietà ansiosa. E il suo monito finale (quale società può resistere a lungo a quella indifferenza, a quella precarietà) non può lasciarci «indifferenti».

Ma chi si sognerebbe di suggerire come antidoto a questi rischi (indipendentemente dalla sua fattibilità tecnico-economica) il ritorno al buon tempo antico del fordismo-taylorismo? Alla marionetta Charlot ossessivamente impegnata a stringere bulloni sulla catena di montaggio e poi bottoni sul tailleur dell'impeccabile segretaria? All'uomo massa? All'automa eterodiretto? Alla folla solitaria?

La verità è che il capitalismo si regge su un giusto equilibrio tra impresa e mercato, tra cooperazione e competizione. Ambedue, come il padre Adamo (Smith) ci ha insegnato, discendono dalla matrice dell'economia, la divisione del lavoro. E ambedue comportano, non solo dal punto di vista dell'efficienza, ma anche da quello dell'etica, i loro meriti e i loro guasti (il «dolce commercio» esaltato da Montesquieu e lo spirito bottegaio denunciato da Smith, per quanto riguarda il mercato; l'educazione cooperativa esaltata da Diderot e la stupidità ripetitiva denunciata dallo stesso Smith, per quel che riguarda l'impresa). Insomma, tra lo scambio competitivo e l'organizzazione cooperativa deve esserci equilibrio perché il capitalismo prosperi. Un'eccessiva flessibilità e un'eccessiva competitività non gli fanno bene, perché pregiudicano quel minimo di fedeltà e di continuità nel rapporto tra il lavoratore e l'impresa che è necessario perché quest'ultima non si dissolva nel mare magnum del mercato.

Inoltre: lo stesso mercato è insidiato da una eccessiva mercatizzazione. Questo tema paradossale è stato proposto, dibattuto, travagliato da legioni di economisti «liberali». Ricordo per tutti Kenneth Arrow e Fred Hirsch: l'efficienza del mercato dipende essenzialmente da norme e da comportamenti che non appartengono al mercato. L'essenza del mercato sta nella fiducia, che non è un sentimento mercantile (anche se lo sviluppo del mercato può a sua volta facilitarne la crescita). Insomma, le regole del gioco non possono far parte del gioco stesso. La cosa vale per l'economia, come per il calcio, per la giustizia e per la politica. Quelle regole, almeno, non devono essere flessibili. E perché vi sia sufficiente fiducia vi deve essere un minimo di assicurazione sociale contro il rischio dello scacco, del fallimento, della rovina. Come dire, una minore flessibilità della gente. Questa è la ragione «mercatistica» del welfare. Nessuna struttura di mercato può sussistere a lungo su una base brutalmente darwiniana. (Del resto, lo stesso darwinismo è stato ampiamente travisato da quei «sociobiologi» che ne hanno colto il messaggio competitivo, trascurandone l'altrettanto forte messaggio cooperativo). Dunque, la logica di un mercato efficiente esige una maggiore, non una minore solidarietà; una maggiore, non una minore protezione sociale. Equità del welfare ed efficienza del mercato sono perfettamente compatibili, sempre che il primo sia reso più «flessibile», più aperto alle scelte e alla partecipazione individuali, più collegato alle responsabilità individuali.

Infine. Che razza di modello etico, per una società che non intenda ridursi a un mercato, può costituire quello dell'homo flexibilis? Perché dovremmo accettare il paradosso per cui società sempre più ricche dovrebbero mettere sempre più alla frusta i loro individui sotto la sferza di una competizione sempre più angosciosa che non trova mai, se non in sé stessa, il suo fine? Una legge economica imprescrittibile? Ma dove sta scritta? Una maledizione biblica? Ma chi l'ha pronunciata?

Sono le istituzioni sociali, e non le leggi naturali, che rendono il costante aumento della competizione un imperativo autofrustrante. Pedalare, pedalare. E fino a dove? E fino a quando?

Una società più ricca, sempre che non impazzisca per colpa dei soliti saggi, dovrebbe essere meno contratta dalla necessità e più aperta alla libertà. All'espansione, non al restringimento delle sue scelte, delle sue chances di vita, come dice Dahrendorf; delle sue «libertà eguali», come dice Amartya Sen. Dovrebbe essere più, non meno, capace di destinare risorse crescenti alla cultura e all'educazione. Più, non meno attenta agli imperativi della solidarietà. O no?

Giorgio Ruffolo

 
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da LA STAMPA del 13 giugno 2000

Stregati da Internet

«Questo è progresso senza sviluppo», dice Domenico De Masi, sociologo, commentando i dati dell'Istat.

Secondo l'Istat, nel '99 gli italiani hanno speso l'1% in meno rispetto al '98. Cosa sta accadendo?

«L'Italia sta pagando il prezzo che prima o poi non poteva non pagare dato l'attuale tipo di azione delle imprese che stanno terrorizzando i propri dipendenti con la minaccia dei licenziamenti. Si è innescato un meccanismo che produce progresso senza sviluppo e che opera in un mercato ormai globalizzato e può permettersi di produrre un numero sempre maggiore di beni con un numero sempre inferiore di lavoratori e una distribuzione sempre minore dei guadagni».

In realtà sembra che gli italiani, pur consumando meno, spendano di più: lo 0,6% in media.

«Si, ma che cosa aumenta? Soprattutto le spese in settori come l'informatizzazione o la new economy, settori che a loro volta creano nuove spese. Quando ci si gloria del fatto che più del 30% degli italiani ha il telefonino bisogna mettere in conto il fatto che di certo non lo tengono spento».

Dunque, anche se hanno meno soldi in tasca, gli italiani rinunciano al vestito nuovo ma non al telefonino?

«Esatto. C'è stata un'operazione massiccia di imbonimento dell'informazione. Cinque anni fa le pagine dei quotidiani erano piene di richiami alla moda, oggi tutto è Internet, computer, new economy. Siamo in presenza di un'azione premeditata e onnivora per deviare il poco potere di acquisto rimasto agli italiani verso nuovi settori. Se non è la new economy è la Borsa, divenuta una vera e propria roulette che non chiude mai».

Quanto pesa l'inflazione nel comportamento degli italiani?

«L'Italia ha un'inflazione ancora piuttosto bassa. In ogni caso, se anche un rincaro dei prezzi ha un peso sui consumi ne ha uno molto maggiore il fatto che i soldi non circolino. Ci sono sempre più ricchi e sempre più poveri mentre la classe media - che è sempre stata il polmone dell'economia - è terrorizzata all'idea di perdere il posto di lavoro. Per non parlare del 12% degli italiani formato da disoccupati e dunque che cosa può spendere? Lo stesso per coloro che fanno lavori temporanei: sollevano le cifre dell'occupazione ma non quelle dei consumi».

Gli anziani, con le loro pensioni, mantengono il 24% delle famiglie italiane.

«Accade l'opposto di quello che normalmente si dice e cioè che sono i giovani a mantenere con il loro lavoro gli anziani. In realtà nelle fasce più basse di reddito i giovani non hanno alcun lavoro e sono i più anziani gli unici ad avere uno stipendio o una pensione».

Qual è l'immagine che si ricava leggendo i dati dell'Istat?

«Di un paese sempre più americanizzato senza però le risorse degli Stati Uniti. Abbiamo creato la stessa economia di esclusione, con estremizzazioni fra le classi sociali, ma le imprese producono per un mercato molto inferiore e i lavoratori non hanno nemmeno lontanamente le stesse probabilità di trovare lavoro. Abbiamo creato un'economia squilibrata: abbiamo imparato a produrre ricchezza e disimparato a distribuirla. Un'Italia sull'orlo del collasso con tutte le nevrosi degli Usa».

Che cosa fare per porre rimedio?

«Invertire la rotta. Non essere acriticamente innamorati del liberismo, ma addolcirlo di sistemi che possano evitare il rischio della paralisi».

Flavia Amabile

 
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da FAMIGLIA CRISTIANA nº 7 del 17 febbraio 2002

Fare il bene non basta, bisogna farlo gratis

Il messaggio del Papa per la Quaresima è rivolto a tutto il mondo, ma particolarmente al mondo di chi sta bene: la gratuità è un messaggio controcorrente in un mondo globalizzato che tende al massimo profitto personale e del proprio gruppo, in cui la gratuità non ha senso. Perfino gli aiuti umanitari possono essere strumento di profitto.

Una pubblicazione divulgativa della Comunità economica europea di alcuni anni fa documentava che per un dollaro di aiuto ai Paesi poveri, noi europei portavamo a casa nove dollari di merci, gli americani 12 dollari, i giapponesi 21 e i sovietici 25. E la somma che il nostro Paese guadagnava con la vendita di armi era il doppio della somma che dava come aiuto umanitario.

Del resto, in occasione del recente summit del World Economic Forum, trasferitosi da Davos a New York, il presidente della Banca Mondiale ha fatto una dichiarazione molto significativa: «Gli aiuti ai Paesi in difficoltà sono contributi che hanno il valore di una polizza assicurativa contro il futuro terrorismo. Spendere più soldi per aiutarli a battere la povertà non è solo una questione morale: non possiamo vincere la lotta contro il terrorismo senza aver vinto la pace» (Corriere della Sera, 1º febbraio 2002).

Però la solidarietà, che pure costituisce un valore umano, non riesce a raggiungere la gratuità se non è illuminata e animata dalla fede in Dio. È a questa radice di fede che ci richiama il messaggio del Papa: «Gratuitamente abbiamo ricevuto. La nostra esistenza non è forse tutta segnata dalla benevolenza di Dio? La vita è dono e proprio perché è dono l'esistenza non può essere considerata un possesso o una proprietà privata». Il fatto che "abbiamo gratuitamente ricevuto la vita" porta come conseguenza il dovere di donarla ai fratelli in modo gratuito.

Perciò la Quaresima segna un'occasione per ribaltare la cultura dominante, anche nel nostro Paese. «Il mondo», dice il Papa, «valuta i rapporti con gli altri sulla base dell'interesse, alimentando una visione egocentrica dell'esistenza, nella quale troppo spesso non c'è posto per i poveri e per i deboli».

Il Messaggio tocca direttamente il mondo del volontariato, che sta risentendo in modo problematico la svolta economicistica della nostra società, dove sta affermandosi in modo formalmente democratico con il consenso della maggioranza dei cittadini una evidente tendenza neo-liberista.

Il volontariato, nato come scelta libera e gratuita di servizio a persone in difficoltà, per affrontare bisogni complessi che richiedono struttura adeguata, continuità di servizio e professionalità, ha dato vita a imprese sociali. Le cooperative di solidarietà sociale e spesso le stesse associazioni di volontariato si sono trasformate più o meno chiaramente e completamente in imprese sociali, dando vita all'economia sociale.

Il pericolo è che la possibilità di aumentate risorse economiche soffochi o marginalizzi il valore della gratuità, che, come valore, dovrebbe essere comunque l'anima anche delle cooperative di solidarietà sociale, delle imprese sociali, della stessa economia sociale.

Il ministro per le Politiche sociali, nell'audizione del 17 luglio 2001 alla Commissione Affari sociali della Camera, ha affermato che la linea del Governo è di fondere le tre leggi sul volontariato, sulla cooperazione sociale, sull'associazionismo di promozione sociale, in un'unica legge sul non profit.

Di fronte all'evidente influsso della svolta economicistica della nostra società e dello stesso terzo settore (i portavoce del Forum del terzo settore, il giorno dopo l'approvazione della legge sull'associazionismo sociale, hanno per l'appunto auspicato questa soluzione legislativa), non si può non porsi la legittima domanda: il volontariato gratuito della legge 266/91 resisterà a questa ondata economicistica o ne rimarrà soffocato nel suo valore veramente costitutivo, la gratuità?

Per tutti i credenti, perciò, e per tutte le persone di buona volontà, il messaggio del Papa sulla gratuità acquista un valore di particolare attualità, che va molto al di là dell'ambito specifico del volontariato e del terzo settore.

Mons. Giovanni Nervo

 
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da L'Espresso dell' 11 luglio 2002

La sinistra e il modello americano

Gli esami di coscienza che la sinistra europea dovrebbe imporsi, di fronte alle sconfitte elettorali in Italia e in Francia, e al brivido antisocialista che percorre la Germania, sono molteplici. Ma ce n'è uno più importante degli altri. Nell'ultimo decennio, infatti, le forze politiche continentali si sono fatte sedurre dall'idea di trasformare il capitalismo europeo in una imitazione dell'economia anglosassone. Sembrava impossibile resistere alla ventata d'Oltreatlantico, dopo il lungo ciclo clintoniano: e quindi i partiti di tradizione socialdemocratica, ma anche le coalizioni più genericamente di centrosinistra, si sono fatte trascinare dall'idea che l'unica economia e l'unico mercato possibili fossero quelli, idealizzati, in cui gli animal spirits svolazzano senza freni, con un ridimensionamento profondo delle strutture di garanzia collettiva.

Come ha scritto un intellettuale di spicco, Zygmunt Bauman, si è persa di vista la nozione che il welfare state non è semplicemente un apparato che eroga burocraticamente servizi, bensì la concreta forma "etica" che istituisce nessi solidali con la parte svantaggiata della società. Ora, è vero che la politica sembra avere divorziato dall'economia, sicché un buon rendimento in termini di crescita non basta a mantenere il consenso (Jospin docet); ed è anche vero che sono le pulsioni sociali più grezze, in particolare verso l'immigrazione, a muovere il consenso politico.

Quando però il capitalismo americano "produce" gli imbrogli Enron e Worldcom, e l'equilibrio economico mondiale viene incrinato dal tracollo dell'Argentina e dalla crisi brasiliana, viene da chiedersi a che cosa pensa la sinistra, anche quella italiana: ritiene di insistere sulla rincorsa affannata dei modelli neoconservatori? Spera ancora in quell'idealistico equilibrio di mercato che nella realtà non riesce a redistribuire la ricchezza?

Il modello americano ha spremuto ciò che poteva spremere, sia nelle arene nazionali sia su base globale. Gli effetti perversi dell'illusione neoliberista pesano sul benessere anche delle nostre società: le "esternalità" (come le chiamano gli economisti) sono rappresentate dall'esclusione di intere fasce sociali, a cui viene a mancare ogni rappresentanza politica ed elettorale.

L'obiezione secondo cui non c'è alternativa, poiché la competizione globale rende obbligatorie le scelte di politica economica, è in fondo miope. L'Unione europea è nata anche per poter giocare un ruolo dentro la globalizzazione. L'abbandono del modello europeo (l'economia sociale di mercato), è nato dall'infatuazione per le rutilanti performance americane.

Adesso ci si chiede perché le classi dirigenti europee non hanno avuto né il coraggio intellettuale né la consapevolezza storica di valorizzare la propria specificità economico-sociale. Sarebbe curioso che alla fine la sinistra continuasse a scommettere sulle illusioni: lasciando così alla destra liberale il governo dell'economia, e alla destra nazionalpopulista la rappresentazione dei bisogni e delle delusioni degli esclusi.

Edmondo Berselli

 
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da l'Unità del 24 settembre 2002

Destra e sinistra la lezione tedesca

La forte rimonta di Schröder alle elezioni tedesche è cominciata, si può dire, due mesi fa. Allora il Cancelliere annunciò con coraggio che bisognava pagare le tasse per aiutare le città e i paesi colpiti dall'alluvione. C'è qualche insegnamento per l'Italia? C'è qualche insegnamento, dopo la vittoria della coalizione rosso-verde, per il programma dell'Ulivo? Secondo me, sì.

Il programma dell'Ulivo è quella cosa di cui spesso parlano tutti, da Amato a D'Alema, da Fassino a Rutelli, da Nanni Moretti a Massimo Cacciari, ma di cui nessuno si interessa. Il 6 dicembre 1995 fu Romano Prodi in persona che, dopo essersi consultato con alcune decine di esperti, presentò pubblicamente le Tesi per la definizione della piattaforma programmatica dell'Ulivo.

Seguì un ampio dibattito in Assemblee popolari e sui Media (anche il Sole-24 Ore partecipò ospitando dal 12 al 21 dicembre dieci interventi di esperti sulle Tesi e una replica conclusiva di Prodi) e, dopo l'elaborazione di una diecina di documenti intermedi, si giunse al Programma politico dell'Ulivo per le elezioni del 1996.

Perché oggi tutti parlano di Programma e nessuno si muove?

Perché è più facile criticare che proporre alternative, perché non c'è ancora il leader indiscusso dell'Ulivo come allora e perché, dopo il fallimento del socialismo reale e l'accettazione dell'economia di mercato da parte di tutti, sembra più difficile rendere evidenti la differenze programmatiche tra destra e sinistra in senso ampio. Sembra, ma secondo me non è così.

Mai come oggi alcuni grandi eventi come,
a) l'incedere impetuoso della globalizzazione coi suoi risultati economici ma anche i suoi danni sociali,
b) la giustapposizione tra modello americano di Corporate Welfare (per dirla alla Kevin Phillips o alla Robert Reich) e modello europeo di Welfare State,
c) le difficoltà crescenti della classe media e dei giovani in particolare, in tutto il mondo, di acquisire le sicurezze che sembravano conquiste definitive dei loro padri,
rendono evidenti le differenze tra le soluzioni proposte dalla destra iperliberista e dalla sinistra liberal-sociale.

Voglio fare qui solo tre esempi-tesi su Stato e Mercato, Tasse e Stato sociale, Economia di carta ed Economia della produzione e del Lavoro.

Tesi 1. Il mercato non ha sempre ragione. È dovere dello Stato correggere la lotteria genetica.

Oggi tutti accettano le regole del mercato per produrre ricchezza ed il diritto individuale ad avanzare nella scala sociale e ad arricchirsi, materialmente e spiritualmente secondo i propri meriti. Mentre la destra iperliberista ritiene che questo diritto deve valere di fatto per pochi eletti quasi sempre favoriti dalla nascita, per la sinistra liberal-sociale il diritto ad avanzare ed anche ad arricchirsi secondo i propri meriti deve valere per il maggior numero possibile di cittadini. Se la destra propone l'abolizione della tassa di successione anche per i grandi patrimoni, la sinistra deve battersi per la realizzazione dell'art.3 della Costituzione (è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che... impediscono il pieno sviluppo della persona e l'effettiva partecipazione...), articolo sempre più calpestato dai provvedimenti di questo governo che tende di fatto a rendere «mercatabili» anche beni non mercatabili come istruzione, salute, pensioni e sicurezza. Per la sinistra liberal-sociale il diritto all'avanzamento sociale ed anche all'arricchimento non deve valere per i pochi favoriti dalla lotteria genetica, ma deve valere di fatto per tutti. C'è un solo modo per correggere i danni della lotteria genetica, fare dell'istruzione un diritto effettivo di tutti, così come della salute e della sicurezza. Rifiutare perciò il modello «americano» dove istruzione e sanità sono dominate dal libero mercato ed anche la sicurezza è sempre più privilegio di censo, se è vero come è vero che i poliziotti privati superano in numero quelli pubblici, locali statali e confederali.

Tesi 2. Imposte e stato sociale, botte piena e moglie ubriaca.

Nel Medio-Evo le tasse le pagavano poveri e contadini, dalle tasse sul sale alle gabelle ai dazi di consumo, sia sotto forma diretta che indiretta. Nell'era moderna, sino agli anni sessanta la situazione si era capovolta con le imposte dirette di aziende e singoli cittadini nettamente prevalenti sulle imposte indirette. Negli ultimi anni la situazione sta tornando al passato, aumentano sia le imposte indirette che le imposte dirette pagate dai cittadini lavoratori e produttori rispetto ai detentori di grandi patrimoni: «Le aziende, che mezzo secolo fa versavano allo Stato americano il 27% di tutte le tasse ed il 45% di tutte le imposte immobiliari ne versano adesso appena il 10% ed il 16% rispettivamente. È ciò che l'economista Robert Reich , ex ministro di Clinton, chiama Corporate Welfare al posto del Welfare State» (cit. in Corsera del 19.07.02). È giusta aspirazione dei cittadini di pagare meno tasse possibili e soprattutto vedere spesi bene dallo Stato i soldi che egli gli versa. Allo stesso tempo va detto con chiarezza che non è possibile avere la botte piena e la moglie ubriaca, cioè istruzione, sanità, pensioni e sicurezza per tutti, garantite dallo Stato come in Svezia (50% di pressione fiscale sul Pil) e pagare le tasse come in America (32% di pressione fiscale e pensioni e assicurazione sanitaria solo per chi può pagarsela).

Obiettivo di una sinistra liberal-sociale moderna è quella di far pagare meno tasse possibili compatibilmente col mantenimento di uno Stato leggero, che regola più che produrre nei settori di mercato, ma che gioca un ruolo egemone, cioè regola e agisce, in settori «non mercatabili» (per dirla alla Adam Smith) come l'istruzione, la salute, la sicurezza e le pensioni. Naturalmente il principio della progressività delle imposte, sancita anche dalla nostra Costituzione, va salvaguardata al massimo, a differenza di quel che prevede la riforma fiscale di questo governo che vuol di fatto abolire la progressività, riducendo le aliquote a due, caso unico al mondo.

Tesi 3. L'Italia è un paese fondato su produzione e lavoro, non su carta.

«L'Italia, si può affermare statisticamente, non è più un paese fondato sul lavoro, è un paese fondato sui patrimoni» (G. Alvi sul Corsera del 15.01.01). In questi ultimi decenni infatti il peso di salari e lavoro autonomo sul Pil è passato da tre quinti a due quinti mentre rendite e profitti sono diventati prevalenti. Il problema non è solo italiano ma anche americano ed europeo. La attuale crisi delle Borse non è solo grave in se ma assai più serio, investendo l'insieme dei privilegi di cui, a partire dal 1980 (avvento di Reagan e Tatcher) l'economia di carta ha goduto rispetto all'economia della produzione e del lavoro. Ed il problema della crisi economica mondiale, partita alla fine degli anni ottanta in Giappone, nella seconda metà del 2000 negli Usa e poco dopo in Europa, è grave non solo per le bolle delle Borse, del mercato immobiliare e dell'indebitamento (soprattutto in Usa), ma per le origini molto simili a quelle della depressione del 1929: una redistribuzione dei redditi a favore dei patrimoni e dei ceti più abbienti che produce allo stesso tempo le pazzie e le Bolle di cui si è detto e il calo della domanda aggregata da parte del 70% della popolazione che non ha partecipato alla Bengodi di sgravi fiscali, depenalizzazione di reati aziendali, tasse sempre meno progressive.

Obiettivo di una moderna sinistra liberal-sociale è quello di invertire le tendenze in atto di tassare il lavoro e produzione più di rendite e profitti finanziari.

E l'elenco delle Tesi programmatiche può e deve continuare, insistendo sulle differenze sostanziali e visibili tra destra e sinistra politica, in particolare nel campo del lavoro, tra la flessiblità buona che i sindacati accettano a la flessibilità cattiva che secondo industriali poco intelligenti dovrebbe sostituire quella flessibilità che le svalutazioni competitive hanno assicurato, sino al 1996, alle nostre imprese, allontanandole però dal mondo dei ricchi ed avvicinandole al primo mondo.

Era mia modesta intenzione sollecitare i tanti cervelli della sinistra a non lamentarsi solo della «mancanza di un programma», ma a sporcarsi le mani senza paura di bruciarsele perché il tempo stringe, il 2006 è dietro l'angolo, malgrado i tragici e grossolani errori di questo governo, siamo ancora lontani dall'aver convinto la maggioranza del paese che le nostre idee sono assai diverse dalle loro, migliori ed anche realizzabili.

Nicola Cacace

 
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da Avvenire del 3 ottobre 2002

La middle class non sogna più

Da New York
Nata dai travagli della Depressione, consolidata dal boom degli anni '50 e glorificata da centinaia di telefilm, la middle class è stata per decenni, per milioni di americani, l'incarnazione più realistica dell'American dream, il sogno a stelle e strisce. Per essere middle-class bastavano un lavoro sicuro, una casa di proprietà, un'auto, istruzione media e qualche risparmio per mandare i figli all'università. Fino a qualche anno fa era tutto possibile. Ma quando il mutuo per la casa si mangia il 60 per cento dello stipendio, bisogna indebitarsi per iscrivere i ragazzi al college e non ci si può permettere di andare dal medico, il sogno comincia ad assomigliare a un incubo. La grande piattaforma sicura della middle-class americana negli ultimi anni, complice la recessione e i tagli allo stato sociale, è diventata una zattera alla deriva, dalla quale è facile cadere. Negli anni '70 la classe di mezzo era più di un ceto, era l'America. Il 61 per cento degli americani ne faceva parte e gli altri - quelli dei piani più bassi - aspiravano a entrarci. Oggi meno del 35 per cento delle famiglie di 4 persone guadagna dai 35mila ai 75mila dollari lordi l'anno. Ma quello che la classe media americana ha perso alla fine degli anni '90 è ancora più di un buon stipendio. È il lusso di fare progetti. I dati più recenti (relativi al 2001) mostrano che circa 70 milioni di persone non hanno nulla. Nessuna proprietà, nessun risparmio. Uno stipendio mensile permette loro di andare avanti. Ma non si possono permettere di guardare avanti. Il muro fra moderato benessere e bisogno si è abbassato e ogni anno migliaia di persone vi inciampano contro. Nel 2001 il numero di americani che vivono in povertà è aumentato per la prima volta in 4 anni. Povera è una famiglia di 4 persone con meno di 18mila dollari lordi l'anno, e oggi i poveri negli Usa sono 33 milioni: quasi il 12 per cento della popolazione. In un anno sono cresciuti di 1,3 milioni: un milione e trecentomila persone che si consideravano candidate per la middle class prima di scoprire che la mitica mobilità sociale americana funziona anche all'ingiù. Basta un incidente di percorso come la disoccupazione improvvisa (e negli ultimi due anni centinaia di migliaia di americani hanno perso il posto), anche se una malattia è più che sufficiente per far toccare il fondo quando si vive con il rischio di dover pagare di tasca propria un ricovero in ospedale. Gli americani senza assicurazione sanitaria nel 2001 hanno toccato i 41 milioni e mezzo: 1,4 milioni in più dell'anno precedente. È l'incremento più elevato dal 1997, dovuto a una miscela di economia in frenata e di tagli alle poche forme di sanità pubblica che sopravvivono. Le conseguenze? Debiti. La prova? In America, dove un singolo può dichiarare bancarotta e vedersi condonati parte dei debiti, nel 2001 ci sono state quasi un milione e mezzo di bancarotte individuali, un record: il 19 per cento in più che nel 2000. «Sono membri della middle class», spiega Teresa Sullivan, economista e vicepreside dell'Università del Texas che ha recentemente pubblicato il libro La fragile middle-class. «Sono persone più istruite dell'americano medio. Hanno lavori che pagano più della media. La maggior parte a un certo punto possedeva una casa. Ma tutti, immancabilmente, hanno avuto un problema negli ultimi 12 mesi: hanno perso il lavoro, hanno avuto un incidente d'auto, il coniuge o un figlio si è ammalato». E allora il flusso mensile di denaro si riduce, le spese crescono. Chi va in bancarotta di solito ha debiti pari a tre volte lo stipendio annuo. «Un tempo a fare fallimento erano solo giovani irresponsabili. Oggi sono i 45enni con figli», aggiunge Sullivan. Se la middle class si sta frammentando e assottigliando è perché è stata strattonata da troppe parti, spiega Donald Barlett, giornalista premio Pulitzer e autore del libro: America, cosa non ha funzionato?. «Negli anni '80 il sistema fiscale ha cominciato a spremere sempre di più il ceto di mezzo. Allo stesso tempo il governo per permettere alle grandi aziende di essere competitive a livello internazionale le ha autorizzate a non offrire sanità o pensione e a ridurre gli stipendi minimi». Vent'anni dopo, la prospettiva di un'intera società accomunata dal benessere è diventata un miraggio. Secondo l'Economic Policy Institute un quinto della popolazione possiede più di quattro quinti della ricchezza, mentre la middle-class si divide il 15 percento. È la forbice più spalancata di ogni nazione industrializzata al mondo. Negli Usa stessi per trovare un tale divario fra ricchi e poveri bisogna tornare al 1941. Allora l'embrione della middle class premeva dal basso per conquistare più spazio. Oggi deve lottare per tenersi a galla.

Elena Molinari

 
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