da L'Espresso del 19 dicembre 2002

Gli esuberanti tra modello e realtà

Sui lavoratori della Fiat dichiarati in esubero e infine messi in cassa integrazione a zero ore o in mobilità lunga sulla base dell'accordo tra il governo e l'azienda, si sono esercitati in questi ultimi giorni molti belli ingegni. Tra questi va messo al primo posto il nostro presidente del Consiglio il quale, dopo aver vantato i pregi dell'accordo stipulato alle spalle dei sindacati, ha aggiunto che quei lavoratori potranno arrotondare il modesto reddito che gli sarà corrisposto con qualche lavoretto "alla brava" che non sarà difficile trovare per chi lo cerchi con buona voglia e di buona lena.

Tra le tante uscite del nostro presidente-dilettante questa è una perla rara che meriterebbe d'essere eternata in qualche modo. È una voce dal sen fuggita, della stessa intensità rivelatrice della frase attribuita a Maria Antonietta quando, di fronte ad un corteo di donne affamate che protestavano contro la carestia, chiese ad uno dei suoi cortigiani il perché di quel tumulto. «Maestà - le fu risposto - non hanno pane». «Non hanno pane?», avrebbe esclamato stupefatta la regina. «Mangino delle brioches».

Sarà vero, non sarà vero, ma rende perfettamente l'idea del modo di pensare della Corte sul tema dei poveri e della povertà.

Il nostro presidente del Consiglio nella sua versione operaia dimostra la stessa candida e sprovveduta ignoranza della regina di Francia. Per sua (e nostra) fortuna non lo attende nessun patibolo ma indicare la risorsa possibile del lavoro nero come rimedio alla perdita del posto di lavoro ha la stessa efficacia creativa delle brioches al posto del pane. Si tratta evidentemente di un caso limite creato da una figura limite che abbiamo la ventura di vedere al vertice della nomenklatura nazionale.

Ci sono però altri belli ingegni che con ben più solida cultura sociale ed economica si sono occupati del problema. Tra questi metterei il professor Pietro Ichino, esimio cultore di economia del lavoro, e il nostro collega Piero Ostellino che ne ha ricalcate le tesi. Entrambi, nei giorni scorsi, sul "Corriere della Sera".

La tesi è questa: difendere il posto di lavoro in un'azienda in crisi è inutile e anzi dannoso; l'azienda deve ristrutturarsi per rimediare agli errori compiuti; se ha un esubero (appunto) di manodopera rispetto alla domanda dei suoi prodotti, deve poter licenziare. Naturalmente è doloroso (bontà loro) ma è la legge del mercato. Spetterà allo Stato darsi carico degli esuberi esuberanti con opportune provvidenze, beninteso purché non si tratti di provvidenze assistenziali. Gli esuberanti si acconcino ad esser riciclati: potrebbero fare gli infermieri, dei quali pare ci sia carenza negli ospedali; oppure i "badanti", magari al posto dei tanti filippini d'importazione; oppure i pompieri, con tante alluvioni e terremoti che sono diventati la normalità di un clima impazzito. Ci penserà comunque il mercato, infallibile strumento che non lascia nessuno in difficoltà. Purché la voglia di lavorare ci sia e purché ci sia un'adeguata flessibilità a spostarsi dovunque emerga un'occasione, quale che sia l'occasione e quale che sia la retribuzione che quell'occasione offre.

Capisco benissimo il ragionamento del professor Ichino, ricalcato dal giornalista Ostellino. Ho studiato anch'io ai miei verdi anni le leggi dell'economia, il funzionamento del libero mercato, il punto d'incrocio tra l'offerta e la domanda, le equazioni dell'equilibrio generale di Walras, l'utilità marginale della scuola austriaca, le tesi di von Mises e di von Hayek e quant'altro. In un mercato perfetto, a perfetta flessibilità di tutti i fattori di produzione, le cose vanno comunque a posto e non è previsto nessun disoccupato, nemmeno uno, perché esiste nel modello walrasiano e paretiano un livello salariale al quale l'intera offerta di forza lavoro coinciderà con la domanda.

«Ma 'ste fregnacce tu come le sai?», diceva Pascarella.

Ha mai visto nella sua esperienza di studioso, professor Ichino, un mercato che funzioni in questo modo? Lei sa che, per essere perfetto, il modello dovrebbe preliminarmente prevedere che tutti i soggetti siano muniti di potere d'acquisto equivalente, di pari punti di partenza e di piena libertà di accesso. Sa anche che un'impresa antieconomica dovrebbe essere eliminata; che un imprenditore che sbaglia dovrebbe essere penalizzato in proporzione agli errori compiuti; che i monopoli dovrebbero essere impediti e comunque dissolti; che le rendite andrebbero avocate alla comunità.

Tutte queste cose - previste nel modello teorico - non si verificano in natura. La sola cosa che continua a verificarsi da tempo immemorabile è di far pagare ogni crisi alle persone e alle famiglie dei lavoratori che finiscono nel cosiddetto "esercito di riserva" dal quale è dubbio che usciranno mai più.

Lei, professor Ichino, queste cose le sa. Sono sempre avvenute e sempre avverranno. Il mestiere del sindacato è quello di limitare se non di impedire che a pagare sia sempre e soltanto uno dei fattori di produzione. E lo rimproverate pure di questo? Dovrebbe forse anche il sindacato - come il presidente del Consiglio - incitare gli esuberanti della Fiat a cercarsi un lavoretto in nero?

Mi piacerebbe conoscere la sua risposta, professor Ichino. Anche perché poi Piero Ostellino e parecchi altri insieme con lui la ricalcherebbero con generale vantaggio per la giusta stima che hanno del suo bell'ingegno.

Eugenio Scalfari

 
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