da il Giornale del 30 novembre 1999

Troppi dilettanti nella Borsa italiana

Con rapimento da baccanti i neocapitalisti italiani hanno adottato la Borsa valori come un simbolo della buona salute dell'economia e della ricchezza del Paese. Ogni giorno si apre con un diluvio di commenti giornalistici e televisivi, radiofonici e telefonici sull'andamento dei titoli azionari, sull'indice Mibtel e sulle quotazioni di Wall Street. Questo entusiasmo da neofiti nasconde purtroppo una grande superficialità di fondo degli investitori italiani che in pochissimo tempo si sono convertiti dai Bot e i Cct, a rendimento garantito dallo Stato, al grande gioco della Borsa.

Alcuni anni fa, appena all'inizio della «liberalizzazione» dell'economia sovietica, fu inaugurata con grande pompa da Gorbaciov la Borsa di Mosca. Un osservatore appena smaliziato non poteva non rendersi conto del bluff gigantesco che l'operazione rappresentava. Il problema di fondo di una società capitalista è quello di avere regole certe in grado di inquadrare, gestire e controllare un sistema che, lasciato libero, tende naturalmente a divenire una sorta di «stato di natura», un nuovo Far West dell'economia. Come a Mosca, così in Italia i cittadini non capiscono esattamente quel che stanno facendo quando investono i loro risparmi in Borsa. Da noi la decisione di investire in Borsa è intimamente legata a un concetto di speculazione. Le nuovissime «slot machines» delle società quotate; il «superenalotto» dei tam-tam porta a porta di chi se ne intende; la sapiente (per la verità becera) propaganda sui titoli che «sono destinati a salire». Tutti fatti che in uno Stato che riconosce l'etica del capitalismo e la certezza delle leggi e del controllo sono semplicemente vietati, e puniti.

Da noi l'investimento in Borsa non è determinato dal reddito stabilizzato di un certo titolo, dalla credibilità del management, dal dividendo annuale. Ma è determinato dall'attesa del capital gain, dalla speculazione, dal mordi e fuggi sui titoli, dalla scommessa alla lotteria. É illegale in America praticare quello che viene chiamato insider trading. É un delitto punito con pene molto severe in quanto si specula sulla buona fede del cittadino, soggetto economico e soggetto politico. Chi froda il risparmiatore, o abusa delle informazioni che possiede in funzione della sua carica nella società di capitali a proprio vantaggio, è punito severamente dalla legge americana. Da noi in Europa, e in Italia in particolare, c'è un'ampia casistica di reati contro la pubblica amministrazione che sono giustamente condannati e perseguiti dalla magistratura. In Usa questi reati riguardano principalmente la trasparenza del mercato e la conseguente illegittimità di comportamenti fraudolenti verso i cittadini risparmiatori. In buona sostanza è qui che risiede la vera differenza tra un Paese dalla cultura statalista e un Paese dalla cultura liberista. Nel primo si tutela la formale correttezza verso lo Stato; nel secondo la sostanziale correttezza verso i cittadini.

RUOLO DI SUPPLENTE

Le Authorities in America hanno un ruolo molto penetrante e incisivo nella vita economica del Paese. Da noi la magistratura ha finito con l'assumere un ruolo di supplenza estremamente forte nella vita economica e sociale. La mancanza di altre autorità, o la loro sostanziale inefficienza, ne ha legittimato l'operato agli occhi della pubblica opinione. Ma in economia il problema non riguarda tanto la morale quanto l'efficienza e il risultato per i cittadini e per gli azionisti. Pertanto le organizzazioni preposte alla tutela, all'informazione, alla trasparenza e al controllo debbono avere il massimo dell'autorità con il massimo della competenza. La supplenza giudiziaria può portare al paradosso di un capitalismo selvaggio e privo di regole al riparo di una morale pubblica esemplarmente garantita dai giudici ordinari (civili e penali). Certamente la Sec americana è molto più temuta di qualunque giudice in quel Paese. Il mercato azionario in Italia rischia di essere «drogato» dalle aspettative di guadagno speculativo. E si sa bene che in questi casi le eventuali perdite non sono certo sopportate dai veri speculatori o dai grandi fondi di investimento. Per stabilizzare il mercato azionario, per rendere appetibile la Borsa, non occorre premere l'acceleratore sulle attese di profitti da rivalutazione, cioè sulla speculazione, bensì sulla redditività del titolo a fine anno, sulla cedola e sul dividendo distribuito.

Assistiamo al paradosso di molte aziende appartenenti alla pubblica amministrazione quotate a valori di quaranta o cinquanta volte l'utile annuale atteso. Multipli inpensabili per qualunque società seria, in un Paese serio, con investitori coscienti. Il toto-lotto della Borsa italiana rischia prima o poi di lasciare molte vittime sul terreno. La Borsa non è una lotteria; in primo luogo conta la stabilità del titolo e il dividendo distribuito. Solo così si potrà avere una società sana o inserita nell'economia globale in maniera paritetica con i Paesi più sviluppati. Altrimenti il rischio di un Paese centauro, metà capitalista e metà collettivista, rimarrà sempre attuale e la foglia di fico della pubblica morale non sarà in grado di coprire le vergogne dei vizi privati.

Lorenzo Necci

 
Torna alla lista degli articoli   Uscita Torna alla pagina iniziale   Uscita
 
 
 
 
 
da Il Sole 24 ORE del 21 marzo 2000

Fine della politica? Non se ne parla nemmeno

Una classe dirigente degna di questo nome deve dimostrare di aver capito che la «new economy» e il turbine della globalizzazione impongono un rafforzamento delle capacità istituzionali e di governo

La querelle tra new e old economy; l'estinzione della sovranità rappresentativa e la sua dissoluzione in una somma di sovranità personali; la fine dello Stato di diritto e l'annuncio di un diritto senza stato; le impennate delle Borse, che da un paio d'anni non rispondono più alle sollecitazioni delle Banche centrali; infine (perché no?) gli imperativi categorici dei diritti umani, che comminano "ingerenze umanitarie" e bombardamenti per beneficenza, ci stanno trasportando di peso da un'epoca all'altra.

Forse non ce ne siamo accorti, ma è probabile che con il 1992, anno in cui sulle ceneri dell'Urss si è scatenato l'uragano dei mercati finanziari, abbiamo dato l'addio all'Evo Moderno, avviato nel l492 con la scoperta dell'America. La consonanza dei numeri suggerisce significative scansioni, oggi ipotetiche ma non impensabili nella storiografia del futuro. Infatti: come Colombo, Carlo VIII di Valois e Ludovico il Moro entrarono nell'Età Moderna senza saperlo; così è possibile che noi, senza saperlo, ne usciamo, insieme a Eltsin, Clinton e papa Woytila, a dispetto degli inviti alla modernizzazione e dell'aggettivo "postmoderno", coniato per usi assai più modesti.

Non basta. L'invisibile meridiano che ci separa dagli ultimi cinquecento anni di storia è stato scavalcato mentre ancora ci risuonava nella testa un altro pendant numerico: l'assonanza tra il 1789 e il 1989, inizio e fine di una gigantesca operazione di credito al futuro, che si è aperta con l'avvio della Rivoluzione francese e si è chiusa con il fallimento di quella russa. Il secondo Ottantanove ci ha portato l'euro e riportato l'unità tedesca; ma ha asportato l'Urss, squartato la Jugoslavia, spinto la Cina a inseguire lo sviluppo reprimendo la libertà politica in cambio di liberismo economico, suscitato in America ambizioni imperiali e impulsi isolazionisti, inebetito il Giappone, scassato l'Africa, esautorato gli Stati nazionali, instaurato una potenziale dittatura dell'economia e della scienza sulla politica e su tutte le altre attività umane, cultura e religione comprese.

Il continente storico sul quale stiamo muovendo i primi passi sembra prometterci la possibilità di influenzare la forma del cranio dei nostri figli, manipolando geni e cromosomi, ma non di turare il buco dell'ozono. Ci offre nomi per conflitti che non ci sono più e conflitti per i quali non abbiamo nomi. In ogni caso, la banca del futuro non concede più crediti garantiti dall'ideologia: sicché gli avanguardismi politici e forse anche artistici (che certo non mancano né mancheranno) hanno perso, con lo sfacelo dell'Urss, la loro polizza di assicurazione.

Il nuovo continente storico è più una giungla che un'ordinata ecumene. Così almeno appare dopo il primo decennio di esplorazioni. In questa foresta gli Stati evaporano ma i nazionalismi rinascono dalle loro ceneri, speziati da furenti subnazionalismi; e dovunque l'alternanza illuministica del principio di eguaglianza e del principio di differenza lascia il posto al concerto dissonante e contemporaneo di entrambe, sicché avanza l'anarchia fondata sulla differenza di tutte le eguaglianze. Una di queste differenze (di genere, di cultura, di status) prevarrà sulle uguaglianze (o viceversa), ma intanto l'Europa e il mondo giocano entusiasticamente sulla roulette dell'avvenire.

Sembra un paradosso ma, sottraendo certezze illusorie e abitudini inerziali, la caduta del Muro di Berlino ha rilanciato il gusto della profezia deduttiva, e cioè la tendenza a estrapolare scientificamente il futuro dalle inclinazioni del presente. Sono due secoli che nel mondo occidentale imperversano previsioni sul futuro e prescrizioni al futuro, futurismi e futurologie. Ma sono anche due secoli che le profezie vengono regolarmente smentite dai fatti. All'inizio dell'ottocento si attendeva la nascita di una tranquilla società liberale. Sono arrivati invece militarismo, nazionalismo, imperialismo, la Comune di Parigi, il Manifesto di Marx e il protezionismo industriale. La prima metà del Novecento si è aperta con l'infatuazione per la razionalità scientifica, la fede nella meccanica, il fordismo industriale e il futurismo. Sono arrivate due spaventose guerre mondiali, la rivoluzione russa, il nazismo e un'interpretazione della biologia che ha degradato gli uomini alla loro classificazione razziale. La seconda metà ha preservato la pace grazie all'equilibrio del terrore e ha atteso con trepidazione o ripugnanza l'estensione del socialismo reale all'intero pianeta. Sono arrivati il collasso dell'Unione Sovietica, una rivalutazione del capitalismo che non accetta più obiezioni, la globalizzazione, il liberismo planetario e le guerre etniche.

Forse bisogna riflettere sul metodo con il quale guardiamo al futuro. Perché: è certamente vero che ogni epoca naviga sull'onda visibile di una tendenza dominante dalla quale sembra destinato a scaturire ciò che verrà dopo. Ma è anche vero che ogni tendenza provoca una controtendenza. Ogni colpo genera un contraccolpo. Ma il colpo è noto e visibile, il contraccolpo invisibile, ignoto e perciò fortissimo. E il futuro si genera dalla imprevedibile combinazione tra l'uno e l'altro. Oggi i telescopi puntati sul XXI secolo stanno sfornando una valanga di nuove e facili profezie che sicuramente non si avvereranno. Sicché, senza aspettare la smentita dei fatti, si può cominciare a mettere ordine almeno nelle impressioni. Tanto per cominciare, di fronte alla tempesta che unifica i mercati, estirpa sovranità radicate e genera paure irragionevoli o attese fantasiose, non è forse inopportuno tentare di insinuare prudenza almeno nei nostri giudizi.

Il terrore per la globalizzazione in atto non è meno ingiustificato della esaltazione trionfale con cui la descrive il Pensiero Unico. La globalizzazione è un evento buono e ineluttabile come ineluttabile e buona fu l'industrializzazione. Ma "buono" non significa al riparo da rischi. Alla fine del Settecento, quando l'energia a vapore e l'industria sostituirono la manifattura, l'Europa si trovò di fronte a un orizzonte simile. Si affacciava un nuovo modo di produrre ricchezza, una rivoluzione tecnologica destinata ad aumentare in termini esponenziali le risorse materiali del mondo; ma il progresso che ne conseguiva non attenuava e anzi accresceva i conflitti e le turbolenze sociali. Da quelle turbolenze saltarono fuori, alla fine, il totalitarismo novecentesco e il socialismo reale.

Oggi siamo in una situazione analoga. L'unificazione del mercato mondiale non è né una catastrofe né una benedizione, ma può produrre disastri o benefici a seconda di come viene interpretata e guidata.

Una classe dirigente sociale (se c'è o se si sta formando in Italia) dovrebbe dimostrare di aver capito tre cose: 1) che l'economia senza la politica è cieca, così come la politica senza l'economia è vuota; 2) che la stessa virulenza della globalizzazione e la cosiddetta new economy impongono non già l'estinzione delle responsabilità istituzionali e di governo, ma una loro precisazione e un loro rafforzamento: 3) che la politica resta anche oggi la sintesi di tutte le attività pratiche destinate a garantire la nostra sopravvivenza sulla terra. Questa comprensione sarà naturalmente rafforzata dalla rinuncia del ceto politico alla pretesa, accampata fino a ieri, di "fare il tempo" dell'economia, di decidere cioè quando e dove far piovere o splendere il sole.

Del resto nessun marinaio pretende di dominare venti e tempeste. Deve certo conoscerli, ma non è in suo potere influenzare le onde, anche se può orientare la prua e tenere in ordine macchine e fiancate. Il suo compito è governare la nave, non il mare. Però: chi ritiene che la politica e gli Stati abbiano esaurito il loro ciclo dimentica che una nave ci vuole e che a nuoto non ci si salva.

Saverio Vertone

 
Torna alla lista degli articoli   Uscita Torna alla pagina iniziale   Uscita
 
 
 
 
 
da Il Sole 24 ORE del 24 marzo 2000

ll caso Echelon: ipocrita lezione di moralità

Vi abbiamo spiato per anni, ma l'abbiamo fatto per il vostro bene: l'incredibile affermazione è di James Woolsey, ex direttore della Cia: chi la pubblica è il «Wall Street Journal Europe» del 22 marzo. Che non solo ospita l'articolo dell'ex capo dei servizi di spionaggio americani, ma autorevolmente ne ribadisce i contenuti con un editoriale. Dunque tutte vere le rivelazioni del giornalista inglese Duncan Campbell su Echelon, il sofisticato sistema di satelliti e computer utilizzato dagli Usa per spiare le attività di aziende europee.

L'articolo contiene un'ammissione e una giustificazione. Quanto alla prima, è la conferma di un fatto di inaudita gravità: spetta ai Governi europei reagire in modo adeguato: e c'è da attendersi che anche le associazioni di categoria delle imprese oggetto di spionaggio facciano sentire la loro voce.

Ma non meno grave è la giustificazione. Woolsey ed il «Wall Street Journal» non mostrano nessun imbarazzo, anzi. Se le imprese europee, per ottenere commesse all'estero, corrompono i Governi locali, se alcuni Governi europei le incoraggiano considerando le spese per tangenti come fiscalmente deducibili: allora l'attività di spionaggio, questa la tesi che sostengono, è solo una lecita contromisura. «Perché pagate tangenti?», ci chiede l'ex capo della Cia. «Non è perché la vostra tecnologia è intrinsecamente inferiore: è perché il vostro santo patrono è ancora Jean Baptiste Colbert, mentre il nostro è Adam Smith. Invece della dura disciplina necessaria per ridurre il vostro dirigismo, trovate più facile pagare tangenti». Woolsey monta in cattedra, e vuole "educarci": una lezione sul Foreign Corrupt Practices Act, e una per insegnarci che, per le economie del 21º secolo, Adam Smith è guida migliore che non Colbert.

Chi, come il sottoscritto, è convinto che la lezione sia corretta, si sente colpito dal vederla così impropriamente usata. E trova la distorsione di valori e di principi ancora più intollerabile dell'arroganza con cui è espressa.

Quanto alla legislazione anti-tangenti, il signor Woolsey non può ignorare che essa è legata allo scandalo Lockheed: un fatto avvenuto alquanto tempo dopo Adam Smith. Woolsey ne trova certo notizia negli archivi della Cia, perché quello scandalo rischiò addirittura di destabilizzare un paio di Paesi alleati. E negli stessi archivi si immagina che abbia trovato notizie su altri episodi: che riguardano il petrolio del Medio Oriente, o il caffè dell'America Latina. O magari il rame del Cile: le tangenti non sono il solo mezzo per raggiungere i propri obiettivi.

Ma a chi scrive è la relazione tra trasparenza e liberismo che maggiormente interessa. Una relazione che certamente esiste, ma che non opera nella maniera meccanica che Woolsey vorrebbe farci credere. Anzi proprio per nulla. Il Transparency International Bribes Payers Index (un indice della corruzione), elaborato annualmente dall'osservatorio indipendente Transparency International sommando il giudizio di 770 senior executives di 14 Paesi emergenti, vede in testa alla graduatoria della correttezza negli affari l'iperstatalista Svezia con un punteggio di 8,3 su 10. Dal quarto posto in poi sono tutti Paesi europei: Austria, Svizzera, Olanda, Regno Unito, Belgio. Per trovare gli Stati Uniti, bisogna arrivare al nono posto, ma a pari merito con la Germania dell'economia sociale di mercato.

Quanto al merito, è proprio da un Paese come il nostro che da un lato ha leggi e istituzioni ancora troppo poco liberiste, dall'altro ha vissuto il travaglio di tangentopoli, che può venire una riflessione sulla corruzione e sui modi per combatterla. Noi abbiamo imparato che, a sconfiggere la corruzione, non serve il moralismo; e non basta la scure della giustizia, che colpisce casualmeme - uno su cento - ma lascia inalterate le determinanti economiche dei comportamenti illeciti, al massimo vale a renderli più onerosi.

Se non si rafforzano i sistemi di incentivi e di disincentivi che agiscano dall'interno dell'attività economica, non sarà il tintinnar di manette che produrrà l'osservanza di pratiche di trasparenza. È indubbiamente vero che l'efficienza dei mercati finanziari e la contrapposizione di interessi nei mercati concorrenziali sono un potente aiuto alla trasparenza e alla correttezza delle pratiche commerciali: ma è una ben strana mano invisibile quella che ha bisogno di essere guidata dall'alto dai satelliti spia; e mostra di non crederci troppo chi se ne avvale. È indubbiamente vero che l'estendersi dell'economia di mercato è il migliore antidoto alle pratiche di corruzione: ma allora questa la si promuove non solo spiando la Thompson in Brasile o Airbus in Arabia Saudita, bensì anche a Seattle, evitando di cavalcare il protezionismo per blandire i sindacati, come ha fatto in quell'occasione l'Amministrazione americana.

Perché dovremmo credere alla moralità di un comportamento immorale? Chi garantisce che i satelliti intercettino solo le cifre delle tangenti delle gare truccate e non trucchino anche le gare intercettando i prezzi? Se mai dovesse nascere il sospetto che una qualche Mani pulite "oggettivamente" procura un vantaggio comparato alle industrie di un altro Paese, sarebbe l'azione stessa dei magistrati a essere delegittimata. Nessuno deve poter pensare che la lotta alla corruzione risulti in un danno per le imprese europee: Lisbona, dove i capi di Governo europei si riuniscono per parlare di disoccupazione e di crescita, è la sede adatta e l'occasione opportuna per una protesta di adeguata fermezza. L'Europa sa di avere molto da apprendere da Adamo Smith e dall'America: ricorda la lezione di Reagan, confida nei nuovi amici di Al Gore, ma certo non ha nulla da imparare dai vecchi amici di Lyndon Johnson.

Franco Debenedetti

 
Torna alla lista degli articoli   Uscita Torna alla pagina iniziale   Uscita
 
 
 
 
 
dal CORRIERE DELLA SERA del 28 marzo 2000

La new economy resta fordista

È possibile lanciare una critica alla Nuova Economia, senza per questo essere considerato un conservatore luddista o un nostalgico delle ciminiere? Approfittando di un momento di riflessione che anche la finanza sta riservando ai titoli tecnologici e multimediali, è opportuno esaminare quanto di reale si nasconda dietro allo sfarfallio multimiliardario e miracolista dell'economia incorporea e come spesso le vecchie tradizioni del mondo industriale si ritrovino dietro alle infatuazioni dell'organizzazione emergente.

La rappresentazione mass-mediologica dell'economia dell'informazione sembra infatti aver definitivamente sepolto le vecchie figure dell'eroe del lavoro sovietico di Stakanov, del minatore del Belgio e dell'operaio alla catena di montaggio della Ford T. L'organizzazione del lavoro tayloristica è infatti caduta nella polvere e l'impresa virtuale dove tutti i dipendenti sono considerati imprenditori è celebrata sugli altari. Nei libri di management e nelle interviste, ai nuovi tycoon post-industriali si sottolinea la rivincita della discrezionalità dei collaboratori rispetto alla ormai sconfitta standardizzazione dei compiti. Nella sede della Microsoft di Richmond, ci dice Bill Gates, tutti i lavoratori partecipano all'incremento del valore dei titoli azionari, e ciò perché essi credono nell'ownership, rifiutando una definizione troppo vincolante dei loro ruoli. I presidenti di Altavista e di Excite teorizzano che a tutti i livelli gerarchici occorre distribuire la medesima percentuale di incentivo sui profitti dell'azienda, perché questo metodo è prioritario tra le leve motivanti. Non c'è più spazio, affermano, per preoccuparsi degli assetti gerarchici e dei rapporti formali: ciò che conta è la soluzione del problema e l'implementazione dell'opportunità. Abbiamo quindi raggiunto un modello organizzativo a forte identificazione e gli individui in azienda sono liberi di spostarsi istantaneamente in direzioni insospettate, magari in business completamente nuovi secondo un allargamento del raggio d'azione mai visto nel XX secolo. Brindiamo dunque a questa nuova economia da Eldorado, che non solo ci rende ricchi grazie a facili speculazioni su speranze prospettiche, ma ci regala una qualità della vita lavorativa molto più coerente con il nostro cervello e le nostre potenzialità!

Questi ottimisti che credono nella funzione liberatrice di Internet dovrebbero però fare un salto nel back office ed esaminare alcune condizioni di lavoro che si ritrovano nei contesti di produzione e di servizio a elevato impiego di tecnologie. Non è il caso di drammatizzare, ma qualcuno ha mai osservato a fondo le mansioni di chi confeziona l'imballaggio in borse termiche riciclabili negli ormai numerosi magazzini dei supermercati on line? E senza andare nella mitica America, sulla base di quali avveniristici metodi produttivi pensate che si svolgano i compiti delle persone che impacchettano e spediscono le mozzarelle e i caciocavallo ordinati presso il sito partenopeo «Latticini. it»?

Se vogliamo entrare un pò di più nell'analisi scientifica, andiamo a verificare i call center, dove si gestiscono le relazioni con i clienti per le fasi di vendita e di assistenza pre e post vendita. Si stima che oggi in italia lavorino più di 60 mila persone su queste mansioni, e la tendenza è verso una crescita robusta di quest'attività. Recenti ricerche sui call center italiani illuminano in proposito: il ritmo di lavoro è definito dalle telefonate in arrivo; l'operatore non può verificare chi sono le persone in attesa, prima che la chiamata arrivi effettivamente alla propria stazione di lavoro; il telefonista è totalmente dipendente dal sistema di smistamento telefonico; i compiti sono definiti a priori con orari, flussi, regole prescritte e non modificabili. Il call center ha la missione di soddisfare i clienti, ma rispettando rigidi vincoli di efficienza. Da un lato, infatti, è necessario massimizzare il volume delle telefonate gestite, ma contemporaneamente esiste il problema di raggiungere questo risultato con un impiego di risorse limitate, in particolare contenendo il numero degli operatori.

Tutto ciò richiama le immagini del lavoro in fabbrica di inizio '900, dove il ritmo dell'attività era imposto dalla tecnologia e la discrezionalità esercitata dagli operatori era pressoché nulla. Tra il fordismo d'allora e il neofordismo di adesso c'è proprio tutta la rivoluzione che stiamo santificando sui giornali? Per equilibrare un pò il clima modernista che ci circonda bisognerebbe forse ricordare che sotto il mito del nuovo mondo continua a resistere l'antico taylorismo di un tempo. E il sogno diventerà realtà quando anche le ultime standardizzazioni saranno definitivamente rimosse.

Severino Salvemini

 
Torna alla lista degli articoli   Uscita Torna alla pagina iniziale   Uscita
 
 
 
 
 
da il Giornale del 31 marzo 2000

Forse anche l'Eni danneggiata dall'intercettazioni

Da qualche tempo, nel grande palazzo di vetro dell'Eur dove ha sede l'Eni, è stata introdotta una nuova regola. Quando si discute di affari riservati non soltanto si spegne il telefonino, ma si toglie addirittura la batteria dall'apparecchio. Sembra che sia l'unico modo per evitare che il cellulare, pure spento, faccia da antenna per il «grande orecchio» di Echelon, il sistema di intercettazioni planetario gestito dalla statunitense National security agency. La regola (informale) vige da quando c'è il sospetto che segreti aziendali incappati nella Rete vengano girati alle imprese americane e da queste utilizzate contro la concorrenza.

All'Eni questo è più che un sospetto. Qualcuno ha addirittura la certezza che il principale obiettivo italiano nelle presunte attività di spionaggio industriale di Echelon, sistema attivo dal dopoguerra, sia proprio il ventesimo piano di quel palazzo dell'Eur dove ci sono tutte le funzioni vitali dell'Eni. La certezza deriva da fatti che avevano già destato l'attenzione dell'ex amministratore delegato Franco Bernabè. Episodi che avevano fatto pensare a semplici coincidenze, ma che alla luce delle rivelazioni sull'esistenza di Echelon potevano essere interpretati sotto una luce ben diversa. Il tema, l'apparizione delle grandi compagnie americane in affari che l'Eni stava trattando con i paesi arabi. Con l'impressione che i concorrenti statunitensi fossero molto ben informati sui progetti della società italiana.

Si tratta di circostanze verificatesi ben prima che l'esperto scozzese Duncan Campbell arrivasse a ipotizzare nel suo rapporto al parlamento europeo un ruolo del «grande orecchio» nel sostegno alle imprese americane. E che sarebbero state notate con preoccupazione anche dai successori di Bernabè. Così, in attesa che l'Unione europea dia qualche risposta certa, si è intanto deciso di adottare qualche cautela. Che certamente non verrà meno dopo che gli Usa, chiamati pesantemente in causa, hanno rigettato con una lettera del dipartimento di Stato al commissario Erkki Liikanen le accuse di coinvolgimento dei loro apparati informativi nello spionaggio industriale.

[SRiz]

 
Torna alla lista degli articoli   Uscita Torna alla pagina iniziale   Uscita
 
 
 
 
 
da L'Espresso (marzo 2000)

Gnutti in cattedra

Potenza del denaro. Lunedì 21 marzo, presentando agli studenti dell'Università di Brescia il concittadino Emilio Gnutti, il professor Franco Spinelli, direttore del locale Dipartimento di scienze economiche, ha intonato un autentico peana allo scalatore di Olivetti e Telecom e ha concluso, senza essere sfiorato da un dubbio: «I mercati sono retti da solide e valide regole istituzionali; la Borsa non è un Far West; nella finanza non c'è spazio per la furbizia e la non trasparenza». Lo stesso Gnutti ha avvertito il bisogno di gettare acqua sul fuoco dell'entusiasmo: «Attenzione, perché la Borsa è un animale di assoluta speculazione». Spinelli ha lasciato la Fondazione Lucchini e ora dirige un centro di studi sulla moneta finanziato da Gnutti.

 
Torna alla lista degli articoli   Uscita Torna alla pagina iniziale   Uscita
 
 
 
 
 
dal CORRIERE DELLA SERA del 27 maggio 2000

Visto con gli occhi di un imprenditore

Leggo il libro di Carlo De Benedetti (L'avventura della nuova economia, Longanesi) e ne traggo la convinzione che si tratti di un vero e proprio atto di accusa nei confronti del capitalismo europeo e di quello italiano in particolare. Trattandosi delle opinioni di un imprenditore, e non di quelli minori, confesso che mi piacerebbe confrontare la mia convinzione con l'Autore e con quanti altri si occupano, da noi, di politica e di relazioni industriali.

Negli Stati Uniti, la mobilità del mercato del lavoro è la conseguenza, l'effetto della nuova economia. In Italia, coloro i quali la invocano vorrebbero ne fosse la premessa, la pre-condizione.

Negli Stati Uniti, la mobilità del mercato del lavoro è, dunque, un fatto strutturale, naturale, fisiologico, frutto di una rivoluzione nei modi di produrre (e di vendere) dovuta allo spirito di iniziativa degli imprenditori, alla scommessa del capitale finanziario (venture capital), all'assenza di pastoie burocratico-amministrative, in una situazione di mercato. In Italia, la mobilità del mercato del lavoro, sempre da parte di coloro i quali la invocano, dovrebbe essere un fatto sovrastrutturale, come in passato sono state le svalutazioni competitive, i trasferimenti di risorse, i sussidi, le rottamazioni, frutto di decisioni prese in sede amministrativa e politica.

Negli Stati Uniti, a incamminarsi per primi sulla strada dell'innovazione e del cambiamento, affrontandone incognite e rischi, sono stati gli imprenditori e il capitale finanziario: i lavoratori, che ne hanno beneficiato, trovando nella nuova economia i posti di lavoro che avevano perso nella vecchia, sono arrivati come secondi. In Italia, mi pare di capire che, di fronte alle incognite e ai rischi del cambiamento, imprenditori, capitale finanziario e persino il potere politico inclinino a dire ai lavoratori: «Andate avanti voi, che a noi viene da ridere».

Questa è la convinzione che mi sono fatto leggendo il libro. Poiché credo di aver capito sia anche la convinzione dell'ingegner De Benedetti, mi piacerebbe sentirglielo dire più esplicitamente di quanto già non traspaia dal suo lavoro, così come mi piacerebbe sapere cosa ne pensi il nuovo presidente della Confindustria, Antonio D'Amato, che nel suo discorso di insediamento ha accusato il sindacato di conservatorismo.

Dopo il fallimento del referendum sull'abolizione del reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa e al quale la Confindustria aveva dato, forse un po' imprudentemente, il proprio appoggio, non credo che l'organizzazione degli imprenditori italiani possa, ora, comportarsi come se nulla fosse accaduto. Che piaccia o no, essa ha dovuto registrare una sconfitta. E, se è corretta come credo la diagnosi di De Benedetti, non vedo come possa ignorare che l'esigenza di una rivoluzione tecnologica nel segno della nuova economia bussa anche da noi più alle porte del Capitale, che a quelle del Lavoro.

De Benedetti è un imprenditore e, in quanto tale, sarebbe difficile farlo passare per una quinta colonna della Cgil di Cofferati. Chi scrive, ormai lo sanno anche i sassi, è un liberale, favorevole al mercato e al capitalismo, che, in quanto tale, sarebbe altrettanto difficile far passare per bolscevico. Entrambi, poi, sono spesso in sintonia con uno studioso del mercato e del capitalismo come il professor Guido Rossi che predica da anni nel deserto politico e sociale in favore di una razionalizzazione del mercato e del capitalismo italiani.

Non credo, dunque, che qualcuno accuserebbe il neopresidente di Confindustria di autolesionismo se aprisse una riflessione su questo tema. Continuare ad accusare di conservatorismo il sindacato perchè fa il proprio mestiere, e non fare sempre il proprio, che per un imprenditore degno di questo nome consiste - lo diceva un grande liberale doc, Luigi Einaudi - nell'affrontare la sfida del mercato e della innovazione, non mi pare il modo migliore, da parte dei nostri imprenditori, per legittimare il capitalismo agli occhi di molti italiani che ancora ne diffidano.

Piero Ostellino

 
Torna alla lista degli articoli   Uscita Torna alla pagina iniziale   Uscita
 
 
 
 
 
da Il Sole 24ORE del 25 luglio 2000

America, modello da imitare ma senza miti

Il modello America rischia di diventare per liberisti e conservatori di oggi quello che il Capitale di Marx era per il movimento operaio e socialista del secolo scorso. La presentazione di una realtà economica e sociale in modo parziale e una certa tendenza dei Media a ingigantire un già notevole successo economico anche nel tentativo, un po' ingenuo, di imitarlo. L'Economist del 10 aprile 1999, di cui tutto si può dire fuorché antiamericano, ironizza su questo modo un po' provinciale con cui certa stampa tratta l'argomento America, a cominciare dal titolo del saggio «Desperately seeking a perfect model», alla ricerca disperata di un modello perfetto, a finire con una frecciata alla stessa Gran Bretagna che «avendo fatto il massimo per copiare l'America, è cresciuta nell'ultimo decennio meno di Germania e Francia». Napoleone Colaianni ha trattato lo stesso tema in un ben documentato libro dal titolo «Il miracolo americano: un modello per l'Europa?» (Sperling e Kupfer.2000). Ecco alcuni dati di cui poco si parla e meno si scrive.

1) Non è vero che il Pil americano sia cresciuto nell'ultimo decennio molto più di quello europeo. Solo grazie al boom americano degli ultimi due anni c'è un differenziale di meno di mezzo punto a favore del tasso medio americano di crescita del Pil del decennio (2,8% contro 2,3%) ma, grazie al diverso andamento demografico, il reddito per abitante europeo è cresciuto di più.

2) È vero piuttosto che il successo economico americano - alta crescita di produzione e occupazione con bassa inflazione - è dovuto, oltre alla indubbia capacità di innovazione tecnologica, a due grossi fattori tipici dell'America e solo di essa, il dominio mondiale del dollaro e un livello di immigrazione superiore a tutti i Paesi del mondo, quasi due milioni l'anno tra legali ed illegali. L'America ha da dieci anni una bilancia corrente di beni e servizi in forte passivo, un un debito verso l'estero di più di 1.500 miliardi di dollari e crescente, più di metà dei dollari all'estero come bene rifugio, un risparmio zero di famiglie e imprese che si indebitano per lucrare in Borsa. Sono "fondamentali" che farebbero fallire qualsiasi Paese che non fossero gli Usa.

3) L'altro fattore del "successo" americano è lo scambio tra occupazione e salari. L'occupazione è cresciuta ma a spese dei salari tornati a venti anni addietro e a spese delle condizioni di lavoro.

4) Non esiste un miracolo americano dell'occupazione. Se l'occupazione americana è cresciuta essa è cresciuta in parallelo con la popolazione, 15 milioni di occupati in più nel decennio e 26 milioni di cittadini in più, talché il tasso di occupazione è rimasto pressoché invariato, dal 63% al 64% (tabella 44 di «Monthly labor review» dicembre 1999); in compenso i salari medi sono tornati a venti anni indietro e gli occupati precari senza copertura pensionistica sono aumentati.

5) La potenza militare aiuta. Sarà un caso, ma i quattro decenni di massima crescita del Pil americano nei cent'anni passati coincidono con altrettanti periodi di guerra, gli anni venti e Quaranta (I e II guerra mondiale), gli anni Sessanta (Vietnam) e gli anni Novanta (due guerre del Golfo e la guerra del Kossovo). Oggi gli Usa, col 60% del mercato mondiale delle armi (rivista «Surplus» 2-1999) sono l'unico Paese industriale (Pi) che vende a tutti, spesso a entrambi i Paesi in guerra, perché non aderisce alla clausola dei diritti umanitari, e alla messa al bando delle mine antiuomo.

Il quadro sociale. In una conferenza tenuta tempo fa a Roma presso la Banca d'Italia sui modelli europeo e americano di sviluppo (2 ottobre l997) il premio Nobel Paul Samuelsson descrisse con una espressione pittoresca «cowed trade union» i «sindacati soggiogati», il principale fattore di differenza tra America ed Europa. Il Nlrb (National labor relation board) creato dal presidente Roosvelt nel 1935 per «estendere la democrazia nei luoghi di lavoro» ne è diventato l'ostacolo maggiore. Infatti il diritto a negoziare, una volta acquisito in teoria, deve essere certificato dalla Nlrb, solo ente statale abilitato a dichiarare un determinato sindacato «agente contrattuale». Per ottenere questo diritto è necessaria la volontà espressa in almeno il 50% + 1 dei lavoratori. Se il 49,9% dei lavoratori di una azienda si esprime a favore del sindacato questo non conta niente. In poco più di venti anni la copertura sindacale si è dimezzata e oggi non arriva al 14 per cento.

Ci sono poi i tribunali che interpretano le leggi, e come sempre accade, dall'epoca Reagan in poi lo fanno quasi sempre a favore delle aziende. C'è una famosa decisione della Corte suprema, la nostra Corte costituzionale, la sentenza «Mac Kay radio», applicabile in tutti gli Usa, in base alla quale «viene consentito ai datori di lavoro di rimpiazzare permanentemente chi sciopera». In teoria non si vieta lo sciopero, in pratica si autorizza l'impresa a licenziare gli scioperanti.

Si aggiunga che, in linea con queste tendenze, la regolamentazione e le raccomandazioni degli Organismi internazionali come Uil (Ufficio internazionale del lavoro) dell'Onu sono regolarmente rifiutate dalla legislazione americana. Per esempio l'America è l'unico Paese industriale a non aver recepito la Direttiva Uil che raccomanda almeno 14 settimane di congedo retribuito per le lavoratrici madri e oggi solo il 4% delle lavoratrici madri gode di «Paid maternity leave», per alcune settimane (tabella 1 «Monthly labor review», ottobre 1999).

Il boom economico degli ultimi anni ha favorito solo gli azionisti e la parte più qualificata dei lavoratori. Secondo il Bureau of Census, a fronte di un Pil pro capite aumentato del 36% negli ultimi 20 anni, i salari reali dei «non supervisory workers», operai e impiegati dei livelli esecutivi, si sono ridotti del 14%, tornando ai livelli del 1972. «I benefici della Nuova economia sono andamenti tutti alla parte più ricca della popolazione, il 20% della popolazione più ricca guadagna nove volte di più del 20% di quella più povera, comparata con rapporti di quattro volte in Giappone e di sei volte in Germania» («The Economist», citato).

II quadro economico. Tra i Bad points del modello America, l'Economist (articolo citato), oltre le disuguaglianze sociali crescenti, mette il basso livello degli investimenti e del risparmio, che ha prodotto tassi di crescita della produttività (Pil per occupato) nel decennio Novanta, inferiori alla metà di quelli europei e giapponesi. La abbondante offerta di lavoro deregolato e a basso costo, agevolato non poco dai quasi due milioni di immigrati legali e illegali (netti) l'anno (come se noi accettassimo 400mila immigrati l'anno), ha consentito di mantenere in vita linee di produzione a bassa produttività abbandonate da altri Pi, di abbassare la disoccupazione a livello fisiologico senza avere alti livelli di inflazione; ma anche l'uscita completa fuori mercato mondiale di tutti i prodotti manifatturieri tranne due, agroalimentare e aeronautico. Anche nei computer la bilancia commerciale americana è complessivamente passiva malgrado l'attivo del software. Il risultato della bassa competitività americana è riflesso da un deficit della bilancia dei conti correnti in crescente passivo da quasi un decennio, oggi a quasi il 3% del Pil, largamente compensata da afflusso di valuta estera per due vie, la vendita all'estero di dollari usati come bene rifugio, per cui se ne stampano il doppio di quelli necessari all'interno e l'afflusso di capitali stranieri per investimenti diretti e di capitale.

Qualità della vita. Un consiglio da dare ai detrattori del nostro Sistema sanitario nazionale, che certo non è perfetto, e a quanti periodicamente decantano i Paradisi di un Sistema sanitario prevalentemente privato, come quello americano, è di dare uno sguardo all'ultimo rapporto dell'Oms: l'America spende quasi il doppio dell'Europa in sanità, 15% del Pil, contro il 9% di Francia e Germania, l'8% di Italia e Gran Bretagna, ma, oltre ad avere tra i 50 e 70 milioni di cittadini senza copertura sanitaria, presenta dati di mortalità infantile superiori del 20% ai nostri, dati di vita media di due-tre anni superiori e così via. Malgrado le decantate politiche di «tolleranza zero», gli indici di criminalità Usa sono di circa cinque volte superiori alle medie europee e il numero di carcerati cresce a ritmi preoccupanti, giungendo ai due milioni della fine del 1999 ...malgrado la pena di morte. Per concludere, prendiamo dai nostri amici americani le tante cose buone, la meritocrazia e l'innovazione finanziaria e imprenditoriale, ma smettiamola di mitizzarne i pregi sottacendo i difetti, quando ci presentano il denaro come l'unica cosa che conta, il libero mercato come religione, la tolleranza zero, la pena di morte e il carcere duro come rimedi supremi alla criminalità, il commercio delle armi come superiore prova di libertà individuale (secondo emendamento della Costituzione), gli ormoni nell'allevamento e gli alimenti geneticamente modificati come le armi più avanzate per combattere la fame del mondo, le crescenti disparità ed esclusioni sociali come medicine necessarie per lo sviluppo.

Nicola Cacace

 
Torna alla lista degli articoli   Uscita Torna alla pagina iniziale   Uscita