da il Giornale del 21 dicembre 2000
Perché va temprata la forza del liberismo
Nella stagione della crisi delle ideologie ne sta nascendo una nuova, per molti aspetti certamente meno pericolosa di quelle che hanno funestato il XX secolo ma altrettanto insidiosa per il suo carico di individualismo sfrenato. Ci riferiamo alla nuova ideologia del mercato che, lasciato a se stesso, rischia di produrre, accanto a ricchezza e sviluppo, anche ingiustizie sociali e pericolose riduzioni di libertà a onta della parola «liberale», termine con cui spesso viene confuso. Dopo la vittoria sul collettivismo comunista, il liberismo sta assumendo giorno dopo giorno i contorni di una nuova fede sull'altare della quale ogni cosa sembra si possa sacrificare. In politica, però, ogni fede di per se stessa è pericolosa perché priva ciascuno di noi di quella capacità critica che resta il cuore di un vero sistema liberale. Angelo Panebianco in un lungo articolo sul Corriere della Sera critica un po' tutti, ma in particolare Silvio Beriusconi per aver smarrito la bussola «liberale» (libertà, libertà, quanti delitti nel tuo nome!) che pure lo aveva guidato alla vittoria nelle elezioni politiche del '94. A riprova di queste accuse Panebianco cita, tra le altre, tre questioni: a) la permanenza della proprietà pubblica della Rai; b) una presunta resistenza della Casa delle libertà sulle privatizzazioni e in particolare su quella dell'Eni e dell'Enel; c) la difesa delle fondazioni bancarie.
Per dirla in breve, Panebianco, e con lui un autorevole filone culturale ed economico largamente minoritario del Paese ancorché molto potente, ritiene che privatizzare la Rai, vendere subito e per intero tutto il patrimonio pubblico e ridurre il ruolo delle fondazioni bancarie a quello delle arciconfraternite sarebbe, di per sé, la garanzia di una società più libera. In Italia è, invece, esattamente il contrario. E spieghiamo il perché. Vendere la Rai significa, nel migliore dei casi, farla acquistare da quelle tre o quattro famiglie che già oggi controllano l'80 per cento della grande stampa di informazione. È questa la garanzia liberale di cui parla Panebianco? Saremmo curiosi di sapere in quale altro Paese a democrazia matura in uno stesso gruppo economico vi è il controllo di grandi catene di giornali o televisive, industrie automobilistiche, proprietà bancarie e grandi società nei settori delle «public utilities» (elettricità, acqua, telecomunicazioni, gas). È più liberale sostenere per una società come quella italiana una o due reti televisive pubbliche o affidare anche quell'area dell'informazione televisiva alle poche famiglie del salotto buono del capitalismo italiano? Lo stesso ragionamento vale per le privatizzazioni che sono, è bene dirlo subito a scanso di equivoci, una strada senza ritorno per qualsiasi Paese che voglia imprimere un'accelerazione al proprio sviluppo. Detto questo, però, è poco liberale discutere del come e del quando privatizzare? Sono insomma più liberali la Francia e la Germania che stanno solo ora, e gradualmente, privatizzando France Telecom e Deutsche Telekom per meglio posizionarli sui grandi mercati internazionali al fine di garantire insopprimibili interessi nazionali o l'Italia che, invece, ha consegnato alle stesse France e Deutsche Telekom, alla spagnola Telefonica e all'inglese Vodafone parte importante del proprio mercato telefonico senza alcuna reciprocità? E ancora, è davvero liberale un Paese come l'Italia che ha ormai in tutti i propri grandi gruppi bancari come azionista di riferimento o i Francesi del Crédit Agricole o gli spagnoli del Banco di Bilbao o i tedeschi della Deutsche e della Commerz Bank o gli olandesi della Abn Amro mentre nessuna banca italiana ha partecipazioni di rilievo all'estero? E potremmo continuare ancora per molto con gli esempi disastrosi in cui la mancanza di una politica, capace di coniugare tempi e forme delle privatizzazioni con quel tanto di interesse nazionale, ha finito col trasformare l'Italia in un Paese economicamente colonizzato e ai margini del grande riassetto capitalistico che si sta realizzando nell'Europa comunitaria.
L'Enel, ma più ancora l'Eni, sono due società pubbliche strategiche per l'approvvigionamento energetico del Paese e liberarsene senza tenere in alcun conto l'interesse nazionale non è da liberali, è solo un atto politicamente stupido. Cogliere, al contrario, l'opportunità che quelle privatizzazioni offrono per inserire il nostro Paese in alleanze internazionali con una reciprocità che consenta finalmente anche al nostro capitalismo quel ruolo di protagonista che spetta a uno dei sette Paesi più industrializzati del mondo, è un atto di intelligenza politica e non vuol dire certamente essere poco liberali. E infine difendere il ruolo delle fondazioni bancarie, che sono pur sempre espressioni di una vivacità economica e culturale di realtà locali orientandoli verso i settori del «non profit» e verso un ruolo di investitori istituzionali in un Paese che non ha ancora i fondi pensione, significa rafforzare la capacità finanziaria di molte imprese per meglio farle competere in un'economia di mercato e non vuol dire certamente essere poco liberali.
Altro è, dunque, insegnare e predicare, altro è la politica che con il suo carico di responsabilità deve garantire l'interesse nazionale oltre che la crescita di spazi autentici di libertà personali. Sappiamo bene che queste considerazioni possono fare inorridire i liberisti duri e puri come Angelo Panebianco e pochi altri, ma prima che ci sparino addosso desideriamo ricordare loro che spesso inveiscono contro la presenza di molti democristiani nelle file della Casa delle libertà, che furono questi ultimi, e non altri, a difendere con la vita negli anni '70 quell'economia di mercato che è e resta essenziale per lo sviluppo economico e delle libertà personali. Ma è altrettanto vero che il mercato non è né può essere una ideologia e la sua straripante forza in molti casi va temperata e guidata per meglio combattere la povertà di molti e difendere la libertà di tutti.
Geronimo
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Il Sole 24 Ore del 20 febbraio 2001
I limiti del Ponte sullo Stretto
I progetti alternativi vanno seriamente valutati
Il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina nasce 30 anni fa. In un'epoca di forti accelerazioni, alcuni decenni possono essere sufficienti per cambiare tutto. È proprio quello che è successo nel campo delle grandi opere. C'è stata una vera e propria rivoluzione culturale che ha riguardato le idee sullo sviluppo umano e il conseguente rapporto con la natura. Questa rivoluzione ha trovato una fondamentale cornice istituzionale nella legge-quadro sull'ambiente promulgata negli Stati Uniti nel 1970 (Legge Nepa-National Environmental Policy Act). Ispirandosi a questa legge, l'Unione europea, nel 1985, ha varato la prima direttiva sulla Via -Valutazione di Impatto Ambientale.
Dopo oltre 15 anni la Via non è ancora pienamente entrata né nella cultura né, tanto meno, nell'ordinamento italiano. A Bruxelles siamo sotto processo, e ciò che è più grave, il Paese fatica a modernizzarsi.
La Via segna dunque uno spartiacque. Infatti, prima, una grande opera, era nient'altro che la "volontà del Faraone", nel senso che se un Faraone desiderava una "Grande Piramide", essa veniva realizzata; punto e basta. Dopo la Via, la grande opera ha valore e si realizza solo se è considerata un passo avanti verso un processo di "co-evoluzione armonica fra l'uomo e l'ambiente".
Le conseguenze pratiche sono sostanziali: le decisioni non vengono più prese verticisticamente nelle segrete stanze del potere; tutto il processo decisionale diventa pubblico e trasparente ed ogni alternativa al progetto viene sviscerata in tutti i suoi dettagli. Alla fine la decisione risulta ottimale e viene presa col consenso dei cittadini. In questo modo la società moderna mette a frutto le crescenti potenzialità tecniche ed economiche per perseguire ideali più alti e condivisi.
C'è stato questo cambio di mentalità per il Ponte sullo Stretto? La risposta è decisamente "no". Ma non c'è stato neppure per il "Mose" di Venezia, per le pedemontane venete e lombarde, per la variante di valico dell'autostrada del Sole, per il passante di Mestre, per la ferrovia ad alta velocità Lione-Torino, e così via. Siamo diventati così il Paese del "non fare".
Il Ponte dunque diventa un caso emblematico. Dopo 30 anni di studi e 200 miliardi di lire di progettazione, il Governo ha passato la patata bollente nelle mani di "advisors" internazionali. È immaginabile la meraviglia dei super consulenti PricewaterhouseCoopers Consulting, Certet-Università Bocconi, Sintra, Net Engineering, quando hanno constatato che (pag. 13 del Rapporto Finale): "Un progetto alternativo organico dell'attraversamento stabile non esiste e questo rappresenta una limitazione in generale".
Sembra assolutamente incredibile, ma questa è la situazione: tutto ciò che abbiamo oggi è un progetto preliminare di un ponte sospeso di una campata unica di 3.300 metri. E nient'altro! Si può chiedere al Paese di costruire un'opera di oltre 10mila miliardi di lire e di grande impatto ambientale, ponendo una condizione-capestro: o si fa così o non si fa niente?
Considerando che il ponte proposto sarebbe quasi il doppio di quello più lungo oggi esistente e quindi comporterebbe rilevanti rischi tecnologici, a qualcuno poteva venire in mente di approfondire la soluzione a più campate? No, non ci ha pensato nessuno.
E se proprio si voleva fare un'opera di alta ingegneria, allora c'è da chiedersi perché non è stato dato alcun credito all'affascinante progetto dell'Eni, di un "Tubo di Archimede". Oltretutto legare strettamente l'opera allo straordinario fascino del "Genius loci" avrebbe potuto realmente contribuire a farne l'ottava meraviglia.
Ma la scoperta più imbarazzante è che non è stata spesa neppure una lira per studiare la prima e ineliminabile alternativa al Ponte, cioè il potenziamento del sistema dei traghetti. E niente è stato studiato pure per la totalità delle linee di traffico che hanno origine e destinazione ben oltre il Ponte e che sono ben più importanti e prioritarie del Ponte stesso.
Nessuna traccia infine di una questione oggi decisiva: chi mai ha provveduto a informare e a chiedere il parere di tutti coloro che, a qualche titolo, saranno costretti a partecipare a questa grande e complessa distribuzione di costi e di benefici economici, sociali e ambientali?
Si arriva cosí a una situazione del tutto irreale, messa in evidenza dai supertecnici della Parsons Trasportation Group e Steiman Intemational, che a pagina 3 del loro Rapporto finale dichiarano: "Iniziamo l'esame della funzionalità delle strutture mettendo in chiaro che la configurazione basilare del Ponte fu inizialmente sviluppata sulla base di considerazioni strutturali". In termini non tecnici, ciò vuol dire che il Ponte non fu progettato per l'uso che se ne doveva fare, ma fu dimensionato esclusivamente per reggere se stesso! Ne risulta obbligatoriamente una faraonica "sezione trasversale di 50 metri, dove per occupare l'enorme spazio disponibile, sono state collocate, fra strade e ferrovie, ben 14 corsie! C'è qualcosa di simile in Italia?
Oggi ci sono 6.300 auto e 3.300 veicoli commerciali che attraversano ogni giorno lo Stretto. Con "questo" Ponte la capacità disponibile sarà di oltre 100mila veicoli al giorno. Quando si raggiungeranno? A questo punto comincia a essere intuitivo che è difficile che ci sia convenienza economica per quest'opera. Lo ammettono gli "advisor", sia pure ricorrendo a un linguaggio burocratico. Infatti, a pagina 17 del Rapporto economico, si legge che il Ponte, più che in regime di "Project financing, ai sensi dell'art. 37 bis della Legge 109/94" deve essere realizzato ricorrendo alla "Concessione di progettazione esecutiva, costruzione e gestione ai sensi dell'articolo 19, 2° comma, della stessa Legge 109/94".
Detto in chiaro, questo significa che il tanto sbandierato contributo finanziario dei privati difficilmente potrà esserci e che lo Stato, al di là di artifizi contabili, finirà per accollarsi tutti i costi e tutti i rischi dell'operazione. Si rischia di cadere nello stesso pasticcio dell' "Alta Velocità", il cui sostanzíale fallimento è stato pietosamente ratificato raccogliendone le ceneri nell' "Alta Capacità".
Cosa fare ora? Lasciamolo dire agli "advisor" internazionali: "In sede di progettazione dell'opera non è mai stata completata la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale, prevista dalle vigenti norme. La procedura iniziata nel giugno 1991 è stata sospesa nel luglio 1993 su esplicita richiesta del proponente. Di conseguenza lo Studio di Impatto Ambientale, a suo tempo redatto dalla Società Stretto di Messina, deve essere aggiornato ed integrato e quindi valutato dalla competente autorità".
Da parte nostra aggiungiamo che la Via deve essere intrapresa non dopo, ma subito. Il Governo infatti, per non scontentare nessuno, potrebbe rinviare la decisione a dopo il progetto definitivo. Secondo gli "advisor" servirebbero 1,60 miliardi di lire e 2-3 anni di tempo. Ma dopo si riproporrebbero tutti i problemi di oggi, in forma più aggravata. La conclusione è evidente.
Se si vuole realmente fare qualcosa di utile per il Sud, per prima cosa bisogna mettere nel cassetto il progetto del Ponte proposto dalla Società dello Stretto e liquidare la Società. Subito dopo si dovrà dar vita a un nuovo soggetto istituzionale ad hoc che affronti questo problema, realmente importante per il Paese, secondo lo spirito e le procedure europee che già permettono ad altri Paesi di fare grandi opere nel segno di una concordia sociale e di uno sviluppo sostenibile.
Antonio Tamburrino
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da LA STAMPA del 1º febbraio 2002
Enron, il capitalismo malato
Il World Economic Forum in corso a New York e la riunione anti-global di Porto Alegre guardano alla governabilità del mondo in un momento delicato. Si fa il punto economico-politico dopo le stragi dell'11 settembre e di fronte ai primi segni di una possibile ripresa economica. Un esame di coscienza di chi promuove la globalizzazione, una discussione sulle sue prospettive e su come meglio governarla. Su questo sfondo ben si colloca la sconcertante vicenda della Enron. Il fallimento del gigante dell'energia suscita infatti gravi preoccupazioni per le rivelazioni che offre sui rapporti fra economia e politica, per l'impatto negativo che può esercitare sulla ripresa ciclica, nonché per gli interrogativi di base sul funzionamento dei mercati finanziari che alla globalizzazione forniscono la circolazione del sangue. È in gioco la credibilità del capitalismo. Nella sua forma più evoluta e sofisticata esso pone dei problemi di regolamentazione urgenti e concreti. I nuovi mercati e i nuovi strumenti finanziari richiedono nuove regole contabili. Enron è fallita perché è riuscita a nascondere le sue passività. E, si noti, in modo in gran parte lecito. La prima lezione che ne emerge è quindi la necessità di fissare regole di trasparenza valide globalmente, in grado di rassicurare gli investitori. L'organizzazione del capitalismo ha inoltre il problema di gestire una lunga serie di conflitti di interesse. E il caso Enron li evidenzia tutti con forza. C'è quello fra azionisti di maggioranza, investitori di minoranza e management delle imprese. C'è quello interno alle banche che delle imprese sono insieme creditrici (e quindi avvocate di gestioni prudenti), azioniste (e dunque disposte ad avventure rischiose), consulenti (cioè desiderose comunque di buoni rapporti), analiste (cioè pagate da terzi per giudicare le loro prospettive) e procuratrici di fondi che gestiscono per conto dei risparmiatori (che hanno loro propri interessi). C'è il conflitto di interesse delle società di revisione, che controllano e garantiscono i conti delle imprese e delle banche ma che contemporaneamente desiderano la loro benevolenza per ottenere lucrosi servizi di consulenza. C'è il conflitto di interesse delle autorità di vigilanza, fra la severità che disciplina e la tolleranza che mantiene in vita i vigilati. Enron ha inoltre mostrato ancora l'incapacità delle società di «rating» e le carenze nella regolazione dei fondi pensione. E ha messo in luce come, per il solo fatto di non essere esplicitamente un'impresa finanziaria, una società possa operare con la finanza più sofisticata sfuggendo al controllo delle autorità competenti. Ce n'è abbastanza perché del caso Enron non si colgano solo gli aspetti di scandalo politico e di corruzione e perché, sia a New York che a Porto Alegre, non si discuta di capitalismo globale con analisi generiche e polemiche ideologiche ma impostando la sfida a questioni difficili e specifiche. E ce n'è abbastanza perché Ue e Usa collaborino senza riserve per far diventare le regole del gioco del capitalismo mondiale più efficienti, giuste ed omogenee.
Franco Bruni
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da LA STAMPA del 19 febbraio 2002
Etica e affari, una sfida europea
Si conclude il dibattito sui codici di comportamento per le aziende e l'economia
Vi fu un tempo in cui l'uomo, abitante della città terrena, accettava la sofferenza perché sperava nella città celeste. A questo archetipo appartengono il santo monaco, il cavaliere senza macchia e l'inflessibile imprenditore valdese, evocati da Gustavo Zagrebelsky nel suo intervento, che ha preso spunto dalle riflessioni su etica e impresa ospitate su queste colonne qualche giorno fa. Ma l'eroe del nostro tempo, egli osserva, è oggidì l'uomo d'azione che, sotto il dominio totalizzante dell'economia, cerca il successo non come calvinistico premio divino, ma quale mera soddisfazione di pulsioni egoistiche.
Sfido, vien da dire: ammaestrato dalla Raison e dopo le rivoluzioni politiche borghesi, ricordate non a caso da Zagrabelsky, l'uomo cerca ora di realizzarsi per intero nella città terrena, con tanti saluti alla felicità promessa dopo la vita. Venga subito il benessere, senza rinunciare a nulla. E senza spazio per quello spirito di «simpatia» che Gianfranco Dioguardi, nel suo intervento, ha ricordato quale correttivo adottato da Adam Smith, e in generale dagli utilitaristi, pensiamo a Bentham, per mitigare gli eccessi del solo orientamento al bene proprio. Ma la civiltà del benessere, costruita esclusivamente su basi economiche dimentiche di un nomos superiore, è ancora Zagrebelsky a puntare il dito, si scopre senza fondamento, nei panni di un «Prometeo scatenato». È tempo di assegnare un limite e a farlo dev'essere la politica. Quindi ben vengano i codici etici da parte delle imprese, conclude Zagrebelsky, se con questo si dà mostra di avvertire la necessità del limite, purché Prometeo non pretenda di stabilire da sé l'estensione del proprio territorio. Giusto richiamo. Sono importanti, ma si svolgono su un altro piano, le iniziative come il Global Compact promosso da Kofi Annan, di cui ha parlato Maurizio Viroli richiamando l'importanza di avere una élite imprenditoriale motivata da un forte senso di responsabilità sociale. O come l'impegno alla responsabilità sociale recentemente sottoscritto da 36 grandi gruppi multinazionali (Financial Times, 4 febbraio). Intervenga dunque la politica. Ma quale sarà la polis cui affidare il regolamento dei confini della sobrietà contro il consumo e della solidarietà contro l'egoismo: quella dello Stato Nazione mentre il mercato si è fatto globale, o quella più ampia e aggregata, come l'America, o in corso di aggregazione, come è il caso dell'Europa, oppure ancora la polis che coincide con l'universo mondo, nuovo banco di prova dell'Utopia di Thomas More?
La risposta è sotto i nostri occhi. L'Europa, in questo momento, è il crogiolo del dibattito sulla Corporate Social Responsibility (Csr). Tony Blair accompagna la spinta verso forme più flessibili dell'organizzazione del lavoro con un forte impegno (ignorato sia dai suoi laudatores sia dai suoi detrattori...) sul fronte della responsabilità sociale dell'impresa e non a caso Kim Howells, ministro del Commercio nel gabinetto Blair, dal marzo 2000 è anche Minister for Corporate Responsibility. Ne è derivato un buon esempio di quel possibile incrocio fra politica, legge ed etica che Franco Bruni, intervenendo nella nostra discussione, ha collocato nell'ambito della matrice obiettivi-strumenti dell'impresa. Infatti il governo britannico ha imposto ai gestori dei fondi pensionistici di dichiarare come essi abbiano tenuto conto, nelle loro decisioni di investimento, dei fattori sociali, ambientali ed etici. I fondi a loro volta hanno preso a chieder conto di questi temi alle imprese nelle quali essi investono, e ciò ha fatto sì che queste, in gran numero, siano state forzate a rendere pubblico il loro «bilancio sociale», cioè a dare crescenti informazioni sopra le loro performance sociali e ambientali. Questa strategia, in un quadro di grande impegno governativo sul piano della Csr, ha finito per usare lo strumento della trasparenza, al centro dell'intervento di Bruni sull'etica «interna» degli intermediari finanziari, al fine di premere sulle imprese multinazionali affinché contribuiscano allo sviluppo «sostenibile». In Olanda, in Danimarca, in Germania, i governi stanno operando nella stessa direzione di appoggio e promozione della Csr: al centro dell'impresa si colloca l'individuo. E i valori individuali, come ha notato ancora Dioguardi, acquistano valenza imprenditoriale e sociale. Nel modello europeo altruismo e impresa, anche Viroli è d'accordo, non sono termini incompatibili. Tutto questo avviene mentre gli Stati Uniti sono scossi dal crack Enron, il quale dimostra come poco possano le leggi e i regolamenti - pur essenziali come ricorda Bruni - quando i vertici aziendali abbandonano la regola dell'integrità, con l'aggravante di averla eletta a propria guida con tanto di codice etico. Abbiamo sempre pensato che, a partire dal Securities Act del 1933, e dal Securities Exchange Act del 1934 (la legge che ha istituito la mitica Sec, Securities Exchange Commission), la legislazione americana fosse all'avanguardia nella protezione del risparmio e nel controllo dei mercati. Ora ci accorgiamo che i dipendenti della Enron hanno visto andare in fumo i loro piani pensionistici, e constatiamo, ce lo conferma il recente intervento di Luigi Spaventa davanti alla commissione Finanze della Camera, che la decantata corporate governance in quel caso non ha funzionato e che la disciplina contabile non ha tenuto il passo con la rapidità e la complessità dello sviluppo delle nuove pratiche e dei nuovi strumenti finanziari.
In questo quadro emerge l'Unione Europea come la nuova polis dalla quale ci attendiamo, sperando nel successo di Valéry Giscard d'Estaing e di Giuliano Amato, la capacità di elaborare regole comuni che diano nuovo slancio al Vecchio Continente. Il cammino della Corporate Citizenship, da cui abbiamo principiato a ragionare aprendo la discussione, passa anche e soprattutto dall'Europa e dall'avveramento delle idee lungimiranti degli Altiero Spinelli, degli Ernesto Rossi e dei tanti altri convinti europeisti. A trent'anni e passa dal Défi Américain descritto da Jean Jacques Servan Schreiber, i Paesi dell'Unione si devono preparare, sul piano dello sviluppo e della lotta contro le povertà, a lanciare un arduo, ma indispensabile, Défi Européen. Per il cui successo l'apporto delle imprese, etico nel senso più ampio, sarà decisivo quanto il quadro politico nel quale esse saranno chiamate a operare.
Angelo Benessia
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