dal CORRIERE DELLA SERA del 16 dicembre 2000
Stock option, fine di un'era
Le difficoltà in Borsa delle aziende della New Economy hanno effetti a cascata: nei casi più pesanti hanno portato a veri fallimenti e chiusure, in quelli leggeri all'uso dei tipici rimedi della Old Economy: risparmi, riduzione negli investimenti di marketing e nelle spese per il personale. La diminuzione della pubblicità genera un ulteriore ciclo negativo, aggravando i bilanci delle sorelle «dot com» che basano i loro incassi soprattutto sui «banner» in pagina. Ma un altro fenomeno è ormai evidente: l'appeal delle stock option sui dipendenti è sempre minore; nei colloqui di lavoro e nelle ricerche di personale la domanda torna a essere: «si, ma lo stipendio quant'è?». La Microsoft ha registrato addirittura una certa migrazione di ritorno di suoi quadri e tecnici: avevano lasciato Seattle per cercare l'oro in California e ora fanno il cammino inverso. Anche i nuovi processi di sindacalizzazione che stanno sorgendo corrispondono a questa caduta di illusioni: una campagna ufficiale per aprire sezioni sindacali è stata lanciata presso Amazon.com, trovando una risposta assai innervosita da parte del gruppo dirigente: «Il sindacato ha un ruolo sociale importante, ma da noi non ce n'è bisogno perché tutti sono proprietari». Ma è proprio questo l'elemento che sta saltando: quando le azioni valgono sempre di meno, la disponibilità a erogare lavoro con entusiasmo in vista di benefici futuri ovviamente si raffredda. Quella che prima era una trappola allettante (non risparmiarti, perché sarai milionario) ora viene percepita come una trappola e basta. E quando parte del lavoro viene spostata in altri luoghi - per esempio in India - i dipendenti ai livelli gerarchici inferiori, come quelli dei call center o dei magazzini, cominciano a preoccuparsi. Per loro la festa forse non è mai cominciata.
Franco Carlini
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da il Giornale del 20 dicembre 2000
La new economy è diventata già vecchia
Esattamente un anno fa le Borse di quasi tutto il mondo si apprestavano a festeggiare il più bel Natale degli ultimi anni. Al grido di «Internet avanti tutta». I listini azionari sembravano trasformati in tante batterie di katiuscia che esplodevano senza sosta. Era la nuova frontiera, dicevano, la nuova corsa all'oro del Klondike che di lì a poco avrebbe sconvolto il modo di consumare di miliardi di persone e creato milioni di nuovi posti di lavoro. Sicché in Borsa era caduta ogni inibizione: d'improvviso le quotazioni dei titoli legati alla Rete (qualunque titolo, purché avesse una desinenza in net o in com) sembravano affrancate da ogni regola valutativa. Niente più analisi dei fondamentali, niente più stato patrimoniale: come d'incanto, era diventato un merito il forte indebitamento e un demerito la capacità di produrre profitti secondo le regole della old economy. Bilanci considerati spudorati fino a pochi mesi prima per la modestia delle cifre, ora venivano citati a esempio davanti a platee ululanti di webmaniaci: era l'avvento della new economy, con le sue Tiscali che correvano più della Fiat e i suoi stregoni che predicavano la nuova religione irridendo chiunque avesse osato insinuare dubbi; era l'avvento del trading-on-line, con il suo popolo di adoratori pronto a perdere la vista (e il portafoglio) pur di partecipare alla grande vendemmia punto net; era l'avvento della nuova filosofia societaria fatta di carta, pochi soldi e molte illusioni con i suoi mostri dal nome impronunciabile (come Seat-Tin.it) e dalla missione impresentabile (come Seat-Tin.it).
Da allora è trascorso un anno, ma questa volta il popolo di Internet passerà un Natale mesto. La febbre si è spenta e l'entusiasmo ora è sotto i tacchi: si è scoperto che non esiste Internet separato dal resto del mondo, con regole e codici propri. Internet, il web, la Grande Rete sono cose buone ma ci vuole tempo, tanti soldi e tanta tecnologia perché diventino quella cornucopia di opportunità che molti speravano fosse già a portata di mano. Così i crolli in Borsa sono diventati cronaca quotidiana, perfetto rovescio delle impennate che un anno fa scandivano i giorni e le settimane di listini impazziti e sempre più gonfi. E di nuovo gli uni trascinano gli altri, in una corsa a ritroso che travolge titoli buoni e titoli cattivi senza distinzione alcuna. Proprio come a bordo di una nave quando si diffonde la nausea: alla fine vomitano tutti, anche quelli che non soffrono il mal di mare.
Eppure non c'è da stupirsi: la Borsa si è sempre mossa per eccessi e nel medio periodo i titoli buoni non hanno mai deluso. Si vedano, in proposito, i robusti recuperi di alcuni valori espressione della tanto vituperata old economy. Ma esistono titoli buoni tra quelli quotati al Nuovo Mercato? Esistono titoli interessanti tra i «figli» di internet? Certo che esistono: sono quelli che, oltre alla tecnologia, dispongono di mezzi adeguati per sviluppare il business promesso. Per questi ultimi i crolli di questi giorni non sono un problema, per gli altri sono campane a morto.
Osvaldo De Paolini
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da L'Espresso del 28 dicembre 2000
Occhio alla mela
La festa non è più quella di un anno fa, le quotazioni dei titoli tecnologici sono cadute della metà, il "parco buoi" (i piccoli risparmiatori) hanno subito tosature feroci. Ma ogni tanto la speculazione si riaccende, una piccola banca di affari, una modesta società di ricerca informatica si quotano in Borsa e parte la caccia al tesoro, il popolo dei risparmiatori di azzardo si disputa le azioni al di sopra di ogni ragionevole valutazione. Perché?
Perché un cronista come il sottoscritto, che dell'alta finanza e della Borsa ha le modeste conoscenze dell'uomo comune, ha potuto - usando solo il normale buon senso - prevedere che la festa non sarebbe durata all'infinito, capire o cercare di capire che cosa c'è sotto la rimbombante propaganda neo-liberista e scriverci su anche un libro (debitamente liquidato, da chi la gran festa la dirige, come i vaniloqui di un ottuagenario)?
Il punto di partenza è sempre quello, mitico ma terribilmente decisivo: la caduta del muro di Berlino, il fallimento del comunismo reale, la scomparsa di ogni alternativa in un tempo ragionevole. Ne sono derivati un capitalismo pseudo-liberista e globalista, uscito dall'incubo comunista e pronto a prendersi la rivincita, e un potere economico-finanziario che in questi anni ha giocato avendo in mano tutte le carte vincenti: il sistema bancario, la Borsa, l'informazione. Le banche, che hanno tutto l'interesse a ricavare laute provvigioni da un mercato in rialzo; la Borsa che, appellandosi alle regole - non regole del libero mercato, non ha esercitato il minimo controllo; l'informazione che, già poco trasparente, ha subito con scarsissime resistenze le oscurità e gli inganni di un linguaggio tecnico-ermetico, una sorta di pidgin inglese per grandi esperti (cioè per i complici della speculazione), incomprensibile dai piccoli risparmiatori che, alla fin fine, sono quelli che hanno tirato fuori le lire.
Vorremmo umilmente chiedere al professor Spaventa che presiede la Consob, organo di controllo del mercato azionario: quali strumenti reali di controllo ha un mercato in cui i pochi e potenti dispongono di tutti gli strumenti e in cui si formano quasi spontaneamente le complicità della speculazione? Che cos'è la Borsa? Il tempio del provvidenziale e insindacabile libero mercato o una roulette truccata? Il professor Gianni degli Antoni, guru dell'informatica, mi ha mandato una lettera in cui dice: "Internet potrà darci un mondo migliore; una grande rivoluzione, ma se la date in mano ai soliti noti mi dite come cambierà?"
Già, il problema, il "verme nella mela", è proprio questo: che i soliti noti trasformano ogni rivoluzione benefica in un affare. L'elettronica, dice il professore, si riduce di prezzo dieci volte ogni cinque anni, mille in quindici, diecimila in venti. Ma i soliti noti sanno come porre riparo a questa deprecabile tendenza: quando un prodotto dell'elettronica è alla portata di tutti, lo mandano in soffitta e ne inventano un altro, lanciandolo con campagne pubblicitarie miliardarie che finiscono sul prezzo del prodotto. Perché, assai più dell'elettronica, per sostenere il mercato contano la dabbenaggine, le mode, le mimesi e l'inesauribile capacità umana di crearsi nuovi bisogni.
Nel suo messaggio antidepressivo il professore coglie anche dei segnali di speranza: "Alcune imprese dichiarano i propri bilanci non solo in dollari, ma anche in termini di inquinamento: l'attenzione all'ambiente si generalizza e rende possibile che le imprese in qualche caso vengano preferite se segnalano la loro attenzione all'ambiente anche in Borsa". Conclude: "Con gli auguri di felice anno nuovo". E l'avventura continua...
Giorgio Bocca
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da L'Espresso del 5 gennaio 2001
Che bello il tecno-miraggio
L'accoglienza del sistema informativo al mio saggio sul miraggio della new economy è stata: è un vecchio brontolone, non conosce le nuove tecnologie, è un pessimista, un bastian contrario. D'accordo, ma con il bagno di sangue dei titoli tecnologici come la mettiamo? Come la mettiamo con tutte le assurdità, gli inganni, le truffe che sono state appese al mito della rivoluzione tecnologica? Internet è, come dice il fondatore di Tiscali Renato Soru, una rivoluzione più dinamica e innovativa di quella industriale?
Può darsi, ma il tipo di società che ne vien fuori sembra avere tutti i vizi della vecchia moltiplicati dalla rapidità e dalla pervasività delle nuove tecniche. Perché le tecniche cambiano, ma gli istinti umani di rapina - a quanto pare - sono gli stessi.
Internet sarà una grande, grandissima novità ma l'uso che se ne è fatto, la grande truffa a cui a volte serve? Sta di fatto che una tecnologia capace di calcoli istantanei e superiori alla mente umana, al servizio di una scienza economica superinformata, non ha saputo o non ha voluto controllare il valore delle aziende tecnologiche che mettevano i loro titoli sul mercato. Ed essendo evidente che molte di esse non davano utili, e avevano spese altissime, questa pseudo-scienza se l'è egregiamente cavata con i futuribili, con la ricchezza che non era ma che sarebbe sicuramente venuta. Si è così confermato che la pseudo-scienza economica e finanziaria è sempre o quasi al servizio dei poteri costituiti.
Nel nuovo mercato delle aziende tecnologiche, dell'informazione universale, delle opportunità eguali per i ricchi come per i poveri, dell'intelligenza che sostituisce il denaro i vecchi poteri hanno cercato - tanto per non smentirsi - di fare i soldi sull'eterna disposizione dei gonzi a farsi truffare.
A questo punto dell'avventura il vecchio e oscurantista testimone che sono si chiede: ma che socità civile è mai questa in cui la Borsa, il provvidenziale mercato, continua a essere una roulette truccata? In cui il sistema bancario continua a spingere il "parco buoi" verso i bagni di sangue pur di lucrare sugli scambi, sulle pseudo-consulenze, sulle provvigioni? In cui la politica può autofinanziarsi stando al gioco delle privatizzazioni e delle fondazioni senza più correre i rischi di tangentopoli? In cui il confine tra società legale, economia legale e criminalità organizzata è sempre meno visibile?
Nella storia non sono mai esistite età dell'oro. Nella storia si sono alternati periodi di dispotismo feroce a periodi di tregua, di rinascimenti umanistici, affidati, nei regni come nelle repubbliche, a delle classi dirigenti degne del nome.
Ma che classe dirigente è questa partorita dal neoliberismo, che usa le supertecniche dell'informazione per coprire con delle cortine fumogene o con dei miraggi la realtà?
Che invece di potenziare l'autonomia delle istituzioni e delle scienze, e i loro reciproci controlli, fabbrica un sistema implacabile di complicità e incoraggia, anziché correggere, i peggiori istinti?
Che senso ha la repressione invocata dai moderati, ma coltivata anche dalla sinistra, se tutto il sistema informativo - e la televisione in particolare - segue, giustifica, incoraggia la voglia di fare soldi in fretta e senza merito, con vari miraggi tipo "Grande fratello" o con infiniti quiz di varia incultura?
Che senso ha invocare la legge e l'ordine, la crescita delle intelligenze, dell'informazione e del consenso basato sulla trasparenza dei poteri, se poi non si fa altro che elogiare e portare ad esempio tutto ciò che è mediocre, furbesco, servile?
Tutto ciò equivale a non capire che il formarsi di sistemi di complicità, nella ricerca dei guadagni rapidi e facili, è la premessa di una riduzione progressiva delle libertà e della dignità umana.
Giorgio Bocca
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da la Repubblica del 13 gennaio 2001
Il miraggio chiamato flessibilità
Il creatore di Tiscali, Renato Soru, dice che Internet è una rivoluzione più rapida e innovativa di quella industriale, più del fordismo. È vero, riconosciamolo. Ma chiediamoci quali siano i portati di questa rapidità e innovazione. Tutti, anche quelli poco graditi.
Un effetto poco gradevole delle macchine intelligenti è che anche dove hanno creato nuovi lavori hanno decimato i lavoratori fissi con regolari contratti e civili previdenze, sostituendoli con i lavoratori flessibili con contratti a termine o nessun contratto e l'invito sempre più pressante a provvedere con i risparmi al loro futuro di pensionati.
Così sono i milioni di posti di lavoro creati negli Stati Uniti e così le centinaia di migliaia di casa nostra. Nei primi anni della rivoluzione tecnologica si era formato il nuovo utopismo delle macchine al servizio degli uomini. Un genio dell'economia come Keynes poteva prevedere entro un secolo la fine del «destino di Adamo» condannato a guadagnarsi il pane con il sudore della sua fronte. Entro un secolo, diceva, tre ore di lavoro a testa basteranno a fornire agli uomini tutto ciò che è necessario alla loro vita.
Non sembra che sia andata proprio così. La rivoluzione tecnologica non ha diminuito ma aumentato le ore di lavoro. Statistiche americane citate dal nostro Rampini testimoniano che il tempo del lavoro anche negli Stati come la California, fra i più tecnologici del creato, è aumentato rispetto a dieci o venti anni fa. Ci sono parecchi pregiudizi e confusione sui temi del lavoro e della distinzione fra quello stabile e garantito e l'altro flessibile. A parte alcuni economisti dell'integralismo capitalistico, per i quali non esistono disoccupati ma solo pelandroni, l'idea generale che gli occupati fissi hanno del vasto popolo di disoccupati o occupati a tempo è che sia gente che tutto sommato per rassegnazione o necessità campa di poco lavoro e ci ha fatto l'abitudine. La realtà è che i non occupati o semi-occupati lavorano moltissimo nella perenne fatica di trovare ogni giorno un boccone di lavoro. Con la flessibilità la civiltà tecnologica ha inventato la maniera perfetta di cavare il sangue anche dalle rape: ha tolto all'occupazione flessibile tutte le garanzie materiali e psicologiche del posto fisso e della cultura di classe tenendola però legata, come gli occupati fissi, alle necessità indiscutibili e praticamente non contrattabili del just in time. Si è avuto, cioè, il superamento padronale dei cicli produttivi: quando si vendono meno telefonini o computer i lavoratori flessibili vanno a casa.
L'indifferenza umana con cui l'informazione economica segue la crisi della new economy è impressionante. Nokia ha licenziato diciassettemila persone, nella Silicon Valley sono stati licenziati in trentamila. Niente paura, troveranno presto un'altra occupazione. Forse in California, ma anche nei paesi mezzo ricchi come il nostro e in quelli poveri?
Il disoccupato è uno che si sveglia la mattina con il rovello di trovare un lavoro. In Puglia i disoccupati che partono ogni mattina per raccogliere in campagna il radicchio o i lampascioni vengono chiamati «gli industriali», per dire che si industriano per campare. Pare che la rivoluzione tecnologica con la sua fame di guadagni enormi e rapidi abbia diffuso nella borghesia imprenditora la convinzione che la fabbrica dei profitti può crescere indipendentemente dai suoi effetti sociali. Come se avesse completamente dimenticato una storia in cui «qui seme la misere récolte la colere». I giornali danno notizia delle imprese del nord che cercano operai e non li trovano. Ci sono volenterosi consiglieri che esortano i disoccupati del sud a venire a Sesto San Giovanni e dintorni. Attenti, dicono, se non venite, le imprese del Nord si trasferiranno in Romania e in Brasile. È una minaccia del tipo harakiri: se non fate quel che diciamo noi deindustrializziamo l'Italia, ce ne andiamo a Montecarlo e la mandiamo alla malora. In altre parole: la globalizzazione intesa anche da rispettabili sociologi come l'anarchia del capitale. Perché non vengono i disoccupati del sud al nord?
Perché le imprese gli offrono due milioni al mese di salario con cui a stento si paga l'affitto di una stanza e il cibo. Ma non era così negli anni del miracolo economico? Si, era così. I disoccupati del sud venivano nel nord pronti a dormire in quindici in una stanza, a mangiare pane e pecorino. a vivere nelle baracche di assi e di latta delle Coree attendendo anni per trasformarle in casette abusive. Ma ora non è più così. E allora che si fa? Si lascia abbaiare alla luna il celtico Bossi, si organizzano le manifestazioni contro le moschee e intanto si fanno entrare comunque gli immigrati, questi lavoratori perfetti flessibilissimi e anche invisibili una sola volta la settimana dentro le città, il resto nelle loro periferie.
Per dire che è vero come dice Renato Soru che la rivoluzione di Internet è più rapida e innovativa che quella fordista, ma che i suoi effetti non sono tutti rosei e salutari. Forse bisognerebbe ogni tanto ricordarsi che la rivoluzione industriale è costata milioni di morti e dittature feroci e cercare di evitare che gli anni dell'orrore si ripetano.
Giorgio Bocca
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da L'Espresso febbraio 2001
Auto, telefono, computer. Siamo condannati a una sostituzione continua. Storia di una fregatura.
Corri, c'è il nuovo modello
Come corollario della bella favola del mercato regolatore automatico e provvidenziale dell'economia c'è la seducente storiella della concorrenza che riesce nel miracolo di beneficare contemporaneamente produttori e consumatori. Vogliamo vedere come funziona nel campo dell'informatica o della telematica? I produttori di computer e di altre macchine intelligenti sono tanti - e cresciuti nel libero mercato - dove, secondo la retorica della new economy, a tutti è concesso di puntare verso l'alto perché "l'intelligenza è il vero capitale". Accade però che questi liberi e intelligenti produttori, l'un degli altri concorrente, si mettano subito d'accordo per spennare il consumatore.
Come? Con l'obsolescenza programmata delle loro macchine. Non hai ancora finito di pagare il computer dell'ultima generazione che già ne spuntano degli altri, veloci dieci volte tanto ma cari in proporzione. Il marchingegno dell'obsolescenza programmata è che appena arriva il nuovo computer, quello che hai appena acquistato si deprezza vertiginosamente: e se sei uno che lo adopera professionalmente devi passare al nuovo, che può collegarsi al vecchio ma non viceversa. È una continua e assillante rincorsa che viene presentata come un miracolo della concorrenza, perché il costo di un computer nuovo dalle prestazioni mirabolanti è certamente inferiore a quello dei primi computer che erano enormi e pesavano quintali: ma si tratta di progresso che arricchisce i produttori e salassa i consumatori.
Gran parte del benefico e provvidenziale mercato è fatto di truffe programmate a danno di noi consumatori, con l'effetto che si va al capitalismo del debito e al declino di quello del risparmio. Il mercato è pieno di computer, stampanti, registratori, telefax e simili dalla vita sempre più corta perché superati in continuazione da altri modelli con sparizione dei vecchi pezzi di ricambio: il che, in prodotti dall'obsolescenza programmata, equivale a destinarli alla spazzatura.
Il modello di produzione germanico fordista, basato sulla longevità e sulla qualità, è completamente superato da quello della sostituzione continua, cioè da una colossale presa in giro, nel nome di una concorrenza che vanta di migliorare il superfluo. E sono guai per chiunque abbia qualche macchina da far aggiustare: anche le vecchie tagliatrici di prosciutti che sono diventate pezzi d'antiquariato affidate alle cure di rari artigiani inseguiti dagli affezionati al taglio a manovella. L'elettronica sempre più presente nelle macchine intelligenti supera di gran lunga le capacità del consumatore: se si guasta qualcosa non resta che ricomperare a prezzi altissimi.
Gli effetti sociali di questa gara a spennare il consumatore non consistono nella diminuzione o nella selezione dei consumi; ma nella riduzione dei consumatori a debitori che, non avendo i soldi per pagare, ma non resistendo alle seduzioni e ai condizionamenti della pubblicità messa in campo dalla "concorrenza", si indebitano con le banche nella corsa rateale senza fine che toglie loro ogni autonomia e ogni capacità di resistenza.
È questo l'obbiettivo a cui punta, con i suoi giganteschi mezzi di persuasione, la megamacchina - che nessuno riesce più a fermare - in cui i ricchi possono diventare più ricchi con il consenso della maggioranza sempre più indebitata. È questo consenso che permette alla nuova amministrazione Bush di tagliare le tasse dei ricchi e di aumentare la zona d'ombra dei poveri. E già sono all'opera eccellenti economisti, i quali ci spiegano che la divisione sempre più netta fra ricchi e poveri è l'insostituibile motore dello sviluppo. Quello che piace al "presidente operaio".
Giorgio Bocca
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da Italia Oggi del 17 maggio 2001
Quando anche nei call center scatta la voglia di sciopero
Le attività di call center e customer care, soprattutto con il boom del cosiddetto crm (customer relationship marketing), sono divenute assolutamente strategiche per numerose aziende, assorbendo, in molti casi, la gran parte dei lavoratori assunti.
Non pochi osservatori dell'organizzazione aziendale sono però arrivati a definire i call center le «catene di montaggio» della new economy. Ma, come commentano alcuni rappresentanti sindacali, se agli operai in catena era richiesta solo una certa capacità manuale, nel caso dei call center «l'operatore, nel momento in cui si rapporta al cliente, rappresenta tutta l'azienda, deve essere cortese, competente, capace». Insomma, è richiesto un profilo professionale piuttosto elevato (che spesso include un titolo di laurea), per una tipologia di lavoro che, almeno dal punto di vista contrattuale, non è così premiante: tante società utilizzano in maniera massiccia interinali, contratti in part-time, a tempo determinato, in una sorta di giungla sconosciuta, ai più, fino a qualche tempo fa. In tale contesto è maturato lo spirito di scontento che porterà, domani, al primo sciopero dei lavoratori del back office-customer care di Omnitel di Milano.
La protesta, che si innesterà sulle lotte sindacali condotte per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici, mira, come spiegano le rappresentanze Fim, Fiom e Uilm, «a sostenere il malcontento dei lavoratori in conseguenza di recenti iniziative unilaterali dell'azienda. In sostanza, alcuni dipendenti del back office verranno spostati in strutture denominate Nuovi orizzonti, ovvero in gruppi di lavoro più piccoli, messi in forte competizione tra loro, e ciascuno dei quali con un team leader. In futuro, con l'introduzione del Gprs e dell'Umts, i servizi in voce si sposteranno sempre più verso altri lidi, mentre ci sarà più spazio per i servizi tout court. Ma di tutto questo sarebbe il caso che l'azienda parlasse con i sindacati, senza metter in atto decisioni unilaterali». Su circa 2 mila dipendenti di Omnitel a Milano, 650 lavorano all'interno del call center. Sono invece circa 8 mila i dipendenti Omnitel in Italia.
La mobilitazione di domani porterà a una astensione dal lavoro di cinque ore per i part-time e di otto ore per i dipendenti a tempo pieno. (riproduzione riservata)
Claudio Plazzotta
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Da la Repubblica del 26 giugno 2001
L'arroganza ritrovata della nuova Confindustria
Anni fa, a un ballo in casa di amici qualcuno fece delle insinuazioni sulla fedeltà di una delle signore. Ma uno dei «re di denari» presenti intervenne: «La moglie di un manager è al di sopra di ogni sospetto». Sembrò uno scherzo, ma forse era solo una anticipazione. I manager e i loro parenti e amici sembrano fuori discussione nella ideologia globalistica dello sviluppo continuo. Almeno così pare a sentire il presidente della Confindustria, uno di quei napoletani con gli occhi azzurri che promettono il peggio, e spesso lo mantengono. Ha detto in conferenza stampa, dopo il convegno di Santa Margherita, che i contestatori del G8 sono «contro tutto, contro la cultura industriale, inutile dialogare con loro».
I padroni, si dirà, sono sempre padroni, ma questi capeggiati da Antonio D'Amato hanno ritrovato la bella arroganza di un tempo. Eugenio Scalfari riferisce che il vicepresidente della Confindustria gli ha confidato: «Sa che cosa è per me la morale? Che al mattino mi sveglio e penso a come poter assicurare i profitti necessari ai dipendenti della mia azienda». Senza perdere il tempo a spiegare perché sia morale che di questi profitti, secondo i dati dell'Istat, otto vadano al capitale e due ai lavoratori e perché gli interessi di un gruppo vengano prima degli interessi generali. Duole dirlo, ma il livello culturale dei nuovi padroni del vapore sembra piuttosto modesto, più vicino a quello della prima rivoluzione industriale che a quello di Adriano Olivetti o del progetto Pirelli.
La sopravvivenza aziendale è certamente il pensiero primo e preminente di un imprenditore, ma la categoria degli imprenditori non può farne un dogma, non può sottrarlo a ogni giudizio sociale e a ogni controllo. Ora le sue rivendicazioni di autonomia sempre più marcate e quelle delle forze politiche che la appoggiano o la servono non risultano alla prova dei fatti rassicuranti, ricordano il «laissez-nous faire» che il capo dei commercianti parigini monsieur Legendre propose al ministro settecentesco dell'economia Colbert, che voleva dire: lasciate fare a noi della nuova classe proprietaria. Per fortuna della Francia, Colbert era un conservatore con il senso dello Stato, protettore dei beni pubblici.
Dobbiamo essere meno prudenti di un ministro dell'Ancien regime? I fatti non lo consigliano. La tentazione di intraprendere a spese del bene pubblico non sembra diminuita, le novità sull'Alta velocità non sembrano una buona premessa per i grandi programmi di lavori pubblici del nuovo governo. La pratica è sempre quella scoperchiata dalla odiata Tangentopoli: i veleni e i rifiuti vengono scaricati nelle cave pubbliche, si specula sui materiali, non si rispettano l'ambiente e neppure la sicurezza sul lavoro, si spaccia per modernità necessaria ciò che è in massima parte sfruttamento privato del denaro pubblico. E siccome questo avviene nei paesi più ricchi del mondo, se ne deduce, ai fini della propaganda, che questo è l'inarrestabile progresso.
A noi, luddisti impenitenti, sfugge ancora in cosa consista il «progresso» di andare in ferrovia da Bologna a Firenze in quaranta minuti invece che in un'ora, quali vantaggi ne verrebbero al bene pubblico e alla nostra salute; neppure Aristotele o Kant saprebbero dirci a quale imperativo categorico risponda questa fretta nello spostarsi e, soprattutto, che cosa ne ricavi la grande maggioranza che resterà esclusa.
Appare invece sempre più evidente che il rapporto fra ceto economico e Stato non è più identitario, di partecipazione a una gestione comune, a una comunità di diritti e di doveri, alla difesa di una cultura, di una lingua, di una storia, ma una nuova fabbrica di affari, una integrazione fra il mondo della politica e quello degli affari. La nuova cultura è una cultura degli affari, con tutti i dogmi tradizionali della cultura affaristica, e cioè: lo sviluppo è la premessa dell'eguaglianza, si può distribuire solo quello che si è prodotto, il globalismo giova ai paesi ricchi ma apre il progresso anche al terzo e al quarto mondo, la rivoluzione tecnologica libera i deboli. Davvero? Che se ne possa e se ne debba discutere è ovvio, possibilmente fuori delle serate di beneficenza e delle partite di calcio fra cantanti e corridori di automobili che guadagnano miliardi; ma la discussione, il confronto, il dialogo non piacciono, disturbano i nuovi «manovratori».
«Questi contestatori», ha detto il napoletano con gli occhi azzurri che dirige il sindacato dei padroni, «sono contro tutto, non gli va bene niente, hanno una cultura antindustriale». Un delitto? Si parla molto e inutilmente del conflitto di interessi che riguarda il nuovo presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il quale con una qualche sua ragione ne appare infastidito. La ragione è che il suo conflitto di interessi è ben poca cosa rispetto a quello dei potentati economici che rivendicano il governo delle nazioni e del mondo inteso come dominio con mano libera del medesimo. Pretesa su cui intervengono in modo francamente penoso le nostre mosche cocchiere del globalismo.
Giorgio Bocca
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Da la Repubblica del 27 giugno 2001
Usa, addio all'ospedale dei poveri
WASHINGTON - Datemi i vostri miserabili, i vostri oppressi, le vostre masse accalcate, è scritto ai piedi della Statua della Libertà, ma da ieri una riga andrebbe aggiunta: tenetevi i vostri malati poveri perché nell'Ospedale America non ci sono più letti per loro. Ha chiuso anche a Washington, nella capitale, il General Hospital, l'ultimo Lazzaretto per gli ultimi lebbrosi della medicina privatizzata, per coloro che non possono permettersi l'assicurazione medica.
Erano accolti soltanto qui, senza l'elettrocardiogramma alla carta di credito né la Tac al libretto degli assegni. Costava troppo, era male organizzato, le stanze erano divenute ospizi ed è tutto vero, tutto dimostrato nei conti della città. Tutto è dimostrato nei conti della città. Ma non è stato facile spiegarlo all'ultimo paziente sloggiato ieri mattina, a Ronald Ospey, messo per strada a 65 anni con il suo bel diabete e una gamba già amputata.
Monumento esemplare al romanzo dickensiano della sanità in America, a quella medicina che non vediamo mai dietro i telefilm rassicuranti e gli annunci di scoperte prodigiose, il General Hospital era realmente l'ultima frontiera per i "miserabili" della Capitale, non per terapie miracolo, ma per le piccole battaglie quotidiane della salute, il parto, il trauma, la ferita da taglio, la visita pediatrica, la manutenzione della vita umana.
Nelle giornate delle grandi immigrazioni di afroamericani da Sud verso la capitale, nel dopoguerra, duemila pazienti si erano affastellati nelle sue corsie e generazioni di laureati in medicina e chirurghi destinati alle cattedre universitarie e agli studi in Park Avenue avevano fatto qui il loro tirocinio di guerra. Nella War Zone come la chiamavano, dove le battaglie erano combattute spesso alla maniera di "Mash". «Mancava sempre qualcosa - ricordava ieri Ronald David, un cattedratico di Harvard venuto qui a finire la sua carriera - un ago, una siringa, un anestetico, ma non mancava mai lo spirito. Qui si tornava a fare i medici e i chirurghi, non più i mercanti di medicina».
Ma nel tempo della grande sbornia privatista dopo la sbornia statalista, non potevano che vincere i mercanti e i contabili, sopra i missionari in camice bianco come questo professore, che ha deciso, non per caso, di farsi prete cattolico a 60 anni, ora che l'ospedale ha chiuso. Alla fine dei suoi giorni, il Lazzaretto alla frontiera della città ospitava appena 120 malati, quasi sempre abbandonati a se stessi, perché non tutti i medici hanno il dovere di essere santi e da quando il comune di Washington aveva smesso di pagare i conti, era un miracolo se nella E.R., l'Emergency Room, cioè il pronto soccorso, a fare i turni di guardia, c'era un studente di medicina. Costava 180 miliardi di lire l'anno, quasi un miliardo e mezzo per paziente, la somma che ora il sindaco Williams verserà a un consorzio di assicuratori privati che hanno giurato di assistere tutti i malati senza polizza che si presenteranno negli altri ospedali privati della città.
Ci credono in pochi, che le assicurazioni accetteranno di garantire qualcosa più di un puntura di morfina, appunto come al fronte. E non ci credono soprattutto coloro che, al fondo della scala sociale, sapevano che almeno in ogni città, in ogni contea, ci doveva essere un ospedale obbligato ad accoglierli, per quanto scalcagnato e male attrezzato come il DC General. «Anche se non ce ne servivamo - raccontava Shelly Powers, che nelle sue sale parto ha messo al mondo sei figli - ci addormentavamo sapendo che era lì, giusto in caso di necessità».
Non ci possono credere, perché dalla nascita degli Stati Uniti, loro si sentono ripetere che presto anche la nazione più ricca del mondo che progetta scudi spaziali da 80 mila miliardi l'anno e produce film che ormai costano regolarmente il doppio di questo ospedale, avrà un servizio sanitario per tutti. Mille volte è sembrato che il traguardo fosse vicino, con i rooseveltiani negli anni '30, con Johnson nell'ora della Grande Società e poi con i Clinton, Billy e la Hillary, che arrivarono a Washington brandendo il loro "contratto" con l'elettorato, la mutua per tutti, che la signora portò trionfalmente, rilegato in pelle blu scura, in Parlamento nel 1993 e là ancora giace, morto e sepolto.
C'erano 36 milioni di americani, all'inizio del 1992, senza alcuna forma di copertura sanitaria. Ce ne sono 44 milioni oggi, un milione in più all'anno. Nel "buon cuore" del nuovo Presidente Bush, l'uomo che aveva promesso compassione, non ci può essere posto per un sistema sanitario nazionale che lui, il suo partito, e i suoi elettori considerano l'ultima incarnazione del bolscevismo, come quello che i vicini del Nord, gli "stalinisti" canadesi, hanno adottato da anni. Persino un mitissimo progetto di legge per la "Carta dei Diritti dei Pazienti" che sta faticosamente arrampicandosi in Senato spinto dal democratico Ted Kennedy e dal repubblicano John McCain, per dare ai malati qualche ricorso legale contro la tirannide delle assicurazioni che giocano a Dio concedendo cure in base ai premi versati, fa orrore alla Destra. Giorgio II Bush ha già promesso di fermarlo con il suo veto presidenziale, semmai diventasse legge.
Bush preferisce fare appello alla carità delle organizzazioni religiose, che già fanno moltissimo, e invocare il totem del mercato, che troverà il giusto equilibrio anche sulla piazza della salute dove si genera una spesa annuale di un trilione di dollari, oltre due milioni di miliardi di lire, in America, e dunque dovrebbe attirare i mercanti. Ma quello che decenni di storia hanno dimostrato, e che la caduta dell'ultimo lazzaretto di Washington simboleggia, è che il mercato, nell'economia della salute, non funziona affatto. Che non ci sono profitti legittimi da fare nella cura di quei 44 milioni di lebbrosi senza polizza. E non c'è neppure alcun profitto politico, perché i poveri non votano, non fanno base. Fanno soltanto, e neppure sempre, pena.
Da oggi, comincia dunque per i malati del ghetto la corsa dell'ambulanza tra i pronto soccorso degli Ospedali, che in altre nazioni si attribuisce alla cattiva sanità statale. Chi vincerà, vivrà. I poveri non votano e neppure votano i morti, tranne che a Chicago o in Florida dove si fanno spesso eccezioni, e l'America che vota preferisce che il sistema resti così, nella cultura Far West del «peggio per te» che gli spot e le lobby delle grandi compagnie di assicurazione coltivano. Guai ai vinti, e guai a quei venti malati di Aids che sono stati espulsi dal Washington DC General Hospital, insieme con i bambini e il diabetico. Mentre a New York l'Onu celebrava compiaciuto e tronfio il giorno della lotta contro l'Aids in Africa.
Vittorio Zucconi
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da L'Espresso (giugno? 2001)
La lingua dei ricchi
La previsione per i prossimi vent'anni su cui economisti e sociologi sembrano d'accordo è questa: una società sempre più scissa fra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, un nuovo imperialismo, non delle nazioni, ma della super-società che possiede la conoscenza e, cosa mai avvenuta prima al mondo, il monopolio della informazione. E che non sia fanta-economia o fanta-sociologia lo si capisce da alcuni mutamenti.
Per cominciare: non esistono più una lingua e un lessico comprensibili, non diciamo da tutti, ma dalla maggioranza dei cittadini. Esiste, invece, il modo di parlare e di significare della minoranza ricca e potente, accettato supinamente dagli altri.
Nella loro lingua i ricchi e potenti trasformano la minima flessione dei loro profitti in una crisi drammatica. Il fatto che l'economia statunitense si sia fermata dopo una corsa impetuosa - superiore a ogni previsione - di oltre un decennio, viene descritto come un incombente disastro. Anche i nostri reggenti, nel loro piccolo, si cospargono in continuazione il capo di cenere, esortando il paese a fare quadrato per resistere alla recessione. Ma non sono gli stessi personaggi proprietari di aziende che hanno aumentato, l'anno scorso, i profitti del 15 per cento, secondo una media - che dura da un decennio - del 150 per cento in più per il capitale contro un misero 10 per cento in più per i salari? E le loro imprese non stanno fra le 500 industrie europee i cui profitti sono saliti, in media, del 12 per cento, mentre la disoccupazione è arrivata a quota 20 milioni e i lavoratori ai limiti della povertà sono ormai 50 milioni? Nella lingua della società alta ormai è una catastrofe se il prodotto non aumenta del 3 o del 4 per cento l'anno, percentuale che, nei paesi avanzati, è un'enormità, dato che si tratta di produzioni e di bisogni saturi. Ma ormai la lingua dominante della super-società dominante occupa ogni spazio. Che cosa intende per "mondanità" questa lingua egemone? Intende un allargamento del lusso più sfrenato a decine di migliaia di persone. Imprenditori, che dieci o 15 anni fa erano sconosciuti, competono con i miliardari in dollari di New York o di San Francisco nella Coppa America, il numero dei miliardari aumenta ogni anno di centinaia. E una vera festa, ci spiegano le regine del gossip, non è una festa se non si invitano almeno 400 persone. Si leggono notizie strabilianti date per normali: campioni dello sport o del calcio che comperano barche da 20 metri, aerei personali, ville. Il pudore del troppo denaro ormai sta alle spalle della società alta. Ma c'è un segno molto chiaro che, oggi, la lingua dei grandi media è solo la lingua dei ricchi: ogni discorso, informazione, inchiesta sociale sono praticamente scomparsi, in quanto temi politicamente non corretti. La povertà è rappresentata nell'informazione solo dalla delinquenza e dalla droga, cioè da devianze di cui la società alta non si sente responsabile. Ci fu un tempo, nell'Italia dove i poveri avevano ancora un potere politico, in cui i media si occupavano con grande risalto delle borgate romane, dei bassi di Napoli, dei fetidi rioni palermitani. Era il tempo di Danilo Dolci. Oggi le cronache italiane svariano dall'archeologia all'agriturismo. L'operaio è un tipo umano in via di scomparizione, sostituito dal flessibile fornitore di servizi alla società alta, magari immigrato. Ho trovato a Crans, in Svizzera, il modello perfetto della società a due piani: gli immigrati invisibili. Chiusi nelle loro case durante il giorno, ombre che passavano la notte a pulire strade e condomini.
Il massimo del progresso.
Giorgio Bocca
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