da L'Espresso (giugno? 2001)

Lo sviluppo insopportabile

Cominciamo dai fondamentali: lo sviluppo. Silvio Berlusconi si è presentato agli italiani e ha ottenuto il loro consenso come campione dello sviluppo. Citando in continuazione il suo esempio di uomo cresciuto dal nulla (in realtà era figlio di un dirigente di banca che amministrava un istituto di credito milanese, la banca Rasini) ai massimi successi.

I valori dello sviluppo e del progresso sono fra i massimi e indiscutibili della nostra civiltà tecnico-industriale, non c'è cittadino emarginato, perseguitato, violentato dal progresso e dallo sviluppo che non sia disposto a giurare sul loro indiscutibile valore. Sono la moda, l'utopia, la speranza comuni contro cui è impossibile resistere, neppure con l'evidenza dei fatti.

Eppure i fatti ci sono e macroscopici: che danni ha provocato nel nostro paese questo sviluppo anarcoide e imprevedibile che piace al signor Berlusconi come al senatore Agnelli? Per cominciare: la distruzione irrimediabile della natura, al massimo grado delle coste. Quel gioiello naturale che era la costa ligure di levante e di ponente non esiste più, mentre la distruzione delle coste venete, marchigiane, pugliesi, calabre, siciliane, sarde è in corso.

Quale è il costo provocato da questo tipo di sviluppo? Ufficialmente il costo è zero, anzi dovremmo parlare di un profitto, perché la contabilità dello sviluppo è a senso unico: conta solo quello che privatamente si guadagna, non conta quello che, invece, pubblicamente si perde.

L'ossessione di tutti i governi sulla crescita del prodotto - per cui ci si straccia i capelli se non si realizza un aumento del tre o del quattro per cento l'anno - sarebbe insensata se si tenesse conto che il sistema perde altrettanto e di più, ogni anno, in sprechi e inquinamenti. Lo sviluppo da noi ha inquinato l'intera pianura padana con un danno così astronomico che nessuno ha più il coraggio di fare un progetto di bonifica.

Di fronte alla cementificazione delle coste siciliane o campane prodotta dallo sviluppo non c'è altro da fare che alzare le braccia.

Essere parte del progresso e dello sviluppo è facile e conveniente, ci si mette dalla parte della inesausta speranza umana di un ritorno alla mitica età dell'oro o di un futuro paese dei balocchi, che sono la medesima illusione.

E allora tutti d'accordo a demonizzare i luddisti che osarono opporsi alla prima rivoluzione industriale delle fabbriche tessili, come fossero dei figli del demonio, nemici del genere umano che l'industria stava salvando. Ma erano semplicemente delle persone raziocinanti che avevano previsto l'esito di quella rivoluzione: i milioni di morti di cui si nutrì, i regimi autoritari di cui fu la levatrice.

E allora vogliamo dire che bisogna essere contro lo sviluppo, contro il progresso?

No, vogliamo dire più pacatamente che non siamo più disposti a bere, ad occhi chiusi, le imposture e le menzogne della sua propaganda, che non siamo più disposti a farci incantare dalle corporazioni dei produttori e degli scienziati che in questi anni hanno invaso il mondo di merci avvelenate o inutili, di armi di distruzione universale.

C'è venuto un sospetto. Che lo sviluppo e il progresso del Novecento, sia pure con i loro esiti catastrofici, fossero ancora sopportabili perché avvenivano a ritmi sopportabili di cambiamento, ma che non lo siano più oggi, sospinti dalla voracità del neoliberismo mondialistico.

Dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi c'è stata una sorta di tregua nelle novità rivoluzionarie. Oggi, invece, siamo alla rotta, siamo al fiume che esce dagli argini, siamo ai Bush e seguaci che vanno all'ultimo arrembaggio del mondo.

Giorgio Bocca

 
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da la Repubblica del 9 luglio 2001

Costretti a lavorare troppo

Ero entusiasta dell'incarico di ministro del lavoro nel Gabinetto di Bill Clinton, tanto che dopo quattro anni, proprio quando Clinton stava per essere rieletto per un secondo mandato, mi ritrovai molto spesso a lavorare 16 o 17 ore al giorno, fine settimana inclusi. Era sì un lavoro che amavo, ma mi stava allontanando da altre cose che amavo ancor di più. Mi resi conto che vedevo poco e niente mia moglie e i bambini e sapevo che avrei dovuto lasciare il Gabinetto. Bill Clinton conquistò effettivamente un altro mandato e di lì a poco annunciai il mio ritiro. Fui subissato di lettere e e-mail da tutto il paese. Alcuni apprezzavano la mia scelta, prima la famiglia, ma molti non erano così teneri: evidentemente, avevo toccato un nervo scoperto.

Sembra emergere una crescente preoccupazione circa la direzione presa dal capitalismo americano. È un dibattito che interessa anche l'Europa, dove la politica guarda spesso al capitalismo americano come ad un modello. In alcuni ambienti è diventato quasi un mantra: il capitalismo americano offre un mercato del lavoro più flessibile, più flessibili mercati dei capitali, una maggiore flessibilità in generale, risultando di conseguenza non solo più efficiente, ma anche più dinamico. Ci sono però altre voci in Europa, meno convinte che il sistema capitalistico americano sia davvero la risposta.

La riluttanza a seguire questo modello è collegata ai timori che molti americani avvertono circa il futuro dei loro posti di lavoro e delle loro retribuzioni.

Queste ansie derivano da un paradosso centrale, collegato al bilancio lavoro/vita: man mano che l'economia cresce e diventa più dinamica, ci sarebbe da aspettarsi che la gente abbia più tempo libero, non che ne abbia meno, e che sotto certi aspetti possa godersi di più la vita. Nel 1930 John Maynard Keynes predisse che nel 2030 il cittadino britannico medio, grazie agli aumenti della produttività dovuti al progresso tecnologico, avrebbe lavorato 15 ore la settimana. Lo scorso anno negli Stati Uniti per garantire un reddito medio ad una famiglia con prole ci sono volute sette settimane di lavoro in più rispetto al 1990. Ora se si controlla il ciclo economico e si torna indietro fino al 1988 o al 1987, emerge chiaramente che si è registrato un costante aumento strutturale del numero di ore lavorate negli Stati Uniti, e che il numero di ore non ha quasi nessun legame con la posizione occupata nello spettro economico. Ironicamente quanto più si sale sulla scala del reddito, tanto più è probabile che le ore di lavoro aumentino, piuttosto che diminuire. I professionisti lavorano normalmente 55 o 60 ore la settimana. E non si tratta solo del numero di ore, va considerato anche il livello di stress.

Come si spiega un paradosso simile? Io ho individuato tre ragioni, tra loro collegate e al di là di esse si pone ovviamente la questione del capitalismo americano in sé: un capitalismo straordinariamente dinamico e nello stesso tempo un fallimento sotto altri aspetti. Fino a che punto successi e fallimenti rappresentano le due facce di una stessa medaglia?

Venti o trent'anni fa guardando all'economia americana si poteva ancora trovare il cosiddetto il "posto fisso", un lavoro cui era collegata una certa prevedibilità in termini di retribuzione e avanzamento di carriera. Oggi i rapporti di lavoro sono sempre meno prevedibili. La concorrenza è più intensa, tanto che i dipendenti sono costretti a farsi carico di una quota sempre maggiore del rischio dell'incertezza e della instabilità economica. Non si trova più il posto fisso ma sempre più lavori basati su schemi di compensazione variabili, che si tratti di provvigioni, premi produzione o stock option. Si discute molto sulla percentuale di forza lavoro contingente negli Stati uniti, intendendo lavoratori assunti per un progetto specifico. Questi lavoratori contingenti rappresentano però solo una piccola fetta di un sistema di retribuzione contingente in cui il salario varia notevolmente in rapporto alla prestazione. Se l'economia diventa sempre più instabile, altrettanto fanno retribuzione, compensazione e benefici.

I benefici fanno altrettanto parte dell'equazione. Eravamo abituati ad un sistema in cui i benefici, quelli pensionistici ad esempio, erano ben definiti. Sapevi che dopo aver lavorato un certo numero di anni avresti ottenuto una pensione di un certo importo. Oggi una parte sempre più cospicua della contribuzione è a carico del lavoratore. I datori di lavoro fuggono i costi fissi. Persino chi ha un impiego full time non può essere sicuro della retribuzione che riceverà in futuro. Così i lavoratori sono obbligati a battere il ferro finché è caldo, cioè a darsi da fare quando c'è lavoro, perché può essere che il mese o l'anno successivo i loro servizi non siano più richiesti. Sono così sempre di più i lavoratori ad ore la cui retribuzione dipende dagli straordinari, i professionisti che fanno affidamento sull'inserimento in un progetto, su provvigioni o rimborsi. Uno dei motivi per cui la gente aumenta l'orario di lavoro è che non sa se ci sarà lavoro in futuro, è quindi costretta a lavorare adesso.

In secondo luogo, per molti professionisti la carriera ha solo due binari, uno veloce e uno lento. Scegliere il binario veloce significa lavorare 55 o 60 ore la settimana e anche più, avere opportunità di promozione, tenere il ritmo con la clientela e con le nuove tecnologie. I rampanti devono sgomitare, essere pronti ad adeguarsi agli ultimi ritrovati tecnologici, dare il massimo per corteggiare e soddisfare la clientela. Se si vuole restare sul binario veloce bisogna impegnarsi allo spasimo.

Scegliere il binario lento significa non ottenere promozioni, non essere stimato in grado di tenere il passo con le tecnologie e con i clienti, avere una posizione inferiore all'interno dell'organizzazione. Ecco il dilemma: scegliere tra questi due binari, non ci sono vie di mezzo.

Infine, strettamente collegata ai primi due principi della new economy c'è una crescente ineguaglianza, di reddito e di ricchezza. La spiegazione più semplice ce la dà ancora una volta la new economy. Se è vero che l'innovazione oggi è la chiave per poter essere concorrenziali, allora i datori di lavoro saranno disposti a pagare profumatamente chi produce molte idee, è abile a corteggiare la clientela e a tenere il passo con le esigenze di quest'ultima e con la tecnologia. Questo tipo di persone hanno assunto enorme valore e i datori di lavoro sono pronti a retribuirle sempre meglio. Di converso, la concorrenza costringe i datori di lavoro a ridurre le retribuzioni dei lavoratori ordinari perché oggi questo tipo di lavoratori deve competere con computer e programmi e con altri lavoratori in tutto il mondo che sono in grado di essere quasi altrettanto produttivi per salari più bassi.

Ma che cosa significa tutto questo in termini di tempo e di fatica? Secondo uno studio di Richard Freeman, quanto più si allarga il divario dei redditi, tanto più aumenta il numero delle ore di lavoro. Questo accade perché quando il divario è vasto, quelli che sono in fondo o quasi devono lavorare di più per riavvicinare gli estremi, e quelli che sono in cima o quasi, rischiano di pagare un alto costo in termini di opportunità se scelgono di non lavorare sodo.

Se la mole di lavoro e l'ansia associata al lavoro rappresenta, come sostengo, il rovescio della medaglia (essendo la medaglia il dinamismo economico), allora c'è da chiedersi se esista un qualche modo di ottenere il massimo del dinamismo minimizzando contemporaneamente i costi sociali e personali. Circa 120 anni fa, un interrogativo simile venne sollevato in relazione alla nuova industrializzazione. Il dibattito si incentrò sulla possibilità o meno di godere dei benefici di questo nuovo ordine industriale temperandone però le ingiustizie e riducendone gli eccessi. Da tutto quel fermento, nella prima decade del ventesimo secolo, derivarono le norme che fissavano la settimana lavorativa di 40 ore e i tetti allo straordinario, le leggi contro il lavoro minorile e quelle per la sicurezza sociale e l'assicurazione contro la disoccupazione. Questo insieme di leggi avrà anche reso l'ordine industriale un po' meno efficiente e rallentato forse un po' la crescita, ma i vantaggi per la società sono stati senz'altro prevalenti ed ha inoltre contribuito a ridurre i rischi di una reazione violenta contro l'industrializzazione. Credo che ci troviamo ora allo stesso punto relativamente alla cosiddetta new economy. Incertezza e imprevedibilità sono in aumento e, a meno che non adottiamo misure cuscinetto per proteggere le persone dai capricci, dalle incertezze, dall'instabilità della new economy, siamo destinati ad assistere a reazioni sempre più negative e all'eventualità crescente di una risposta violenta contro la liberalizzazione finora raggiunta.

Robert Reich

L'autore è stato ministro del lavoro del governo Clinton (traduzione di Emilia Benghi) Copyright Policy Network

 
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da la Repubblica del 10 luglio 2001

"L'AMACA"

Ho ritagliato l'articolo di Robert Reich ("Repubblica" di ieri) sul pluslavoro che ammorba tante vite contemporanee, e le inzuppa d'ansia, e ruba tempo all'amore e all'ozio. La meraviglia di quel trattatello è la sua pragmaticità, così americana. Niente ideologia. Solo dati, e analisi dei dati. È in fondo a quei dati che Reich, che era ministro del Lavoro di Bill Clinton, ha deciso di salutare la compagnia e riabbracciare moglie e figli, che non lo vedevano da un pezzo. Reich parla delle sue sedici ore di lavoro al giorno («se sedici oooore vi sembran pooooche....») con la stessa concreta, serena ostilità che un salariato di fine Ottocento doveva riservare al suo tornio o al suo telaio. La sinistra sembra esserserlo dimenticato, ma tutto comincia (sempre!) esattamente così: a un certo punto uno si ferma, respira forte e si domanda: ma sono un cristiano o un somaro? Tutto il resto - i libroni, i partiti, i dibattiti - viene dopo. Dopo quella domanda, e anche dopo la moglie e i figli.

Michele Serra

 
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da L'Espresso del 6 settembre 2001

Febbre dell'acqua, febbre dell'oro

L'Avvocato Agnelli e lo staff dirigenziale della Fiat hanno deciso per la grande svolta, liberarsi gradualmente dell'automobile per puntare sull'energia. L'amministratore delegato dell'Enel, Franco Tatò, passa ai telefonici e punta all'acquisto dell'acquedotto pugliese, i grandi dell'economia si disputano Montedison e Telecom non tanto per investire soldi che non hanno e non tanto per essere presenti nelle produzioni materiali, ma per stare nelle più redditizie operazioni della finanza di assalto, delle Opa e delle scatole cinesi. Il futuro, la classifica dei redditi, le produzioni strategiche sembrano tutte legate allo stesso un pò funereo concetto: sfruttare anche ciò che sta morendo o rarefacendosi, fare della crisi dello sviluppo durevole la ragione di nuovi profitti: l'energia apprezzatasi quanto più lo sfruttamento delle fonti non ricostituibili ci avvicina all'esaurimento; l'acqua quanto più la desertificazione del mondo avanza, quanto più ci sono città come Agrigento e Palermo che razionano l'acqua o la lasciano alle speculazioni dei privati; l'informatica delle comunicazioni rapide quanto più si allarga la società della solitudine; il recupero o lo smaltimento dei rifiuti e le industrie ecologiche quanto più il mondo è avvelenato. E ancora, la logistica per un traffico asfittico, le nuove autostrade, i nuovi raddoppi di valico quanto più il territorio è coperto da immani lastre che impediscono il deflusso delle acque.

La new economy è basata sugli errori della precedente, sulla sua fame onnivora e distruttrice delle risorse, sui suoi sprechi colossali, ma affidata alla stessa filosofia, alla stessa cultura, agli stessi uomini. Il concetto base di questa economia da fine del mondo è quello del profitto. Chi la dirige non pensa minimamente a evitare gli errori che hanno divorato il pianeta: mettere un limite ai consumi e agli sprechi sproporzionati, cancellare le speculazioni e i commerci criminali che su di essi si sono inseriti. Il concetto resta quello del presidente americano Bush, "il tenore di vita degli americani non è contrattabile" che va correttamente letto "il modello di sviluppo degli Stati Uniti è fuori discussione". Ma è proprio la sopravvivenza di questo modello di sviluppo durevole e di espansione continua che obbliga i dirigenti dell'economia a riconsiderare investimenti che in un recente passato sembravano più portati alle spese che ai profitti. «L'acqua», si dice oggi, «vale più dell'oro». La corsa agli ultimi giacimenti di petrolio e di gas è un'altra corsa all'oro; commercio e sistemazione dei rifiuti sono nuove miniere e lo sono anche le tecniche informatiche che forniscono l'uomo solo della droga della comunicazione universale.

Ecco una delle ragioni della smania privatizzatrice: finché rifornimento idrico e distribuzione elettrica sembravano più fonte di spesa che di profitto, li si lasciava allo Stato, ora che rappresentano grandi occasioni tornano ai privati. Le ragioni della nazionalizzazione non sono meno valide oggi di ieri. L'energia non è un bene che possa essere affidato ai privati né per la distribuzione né per la ricerca. Non lo è neppure negli Stati Uniti dove il loro governo reale è il potere militare. Ma è tornata a essere, nelle incognite dello sviluppo, una fonte immediata di profitto. Più appetibile dell'automobile.

Giorgio Bocca

 
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da la Repubblica del 17 ottobre 2001

Non basta il mercato

«La sanità americana non riesce ad affrontare l'allarme carbonchio», denuncia il New York Times. «Le nuove misure di sicurezza negli aeroporti non funzionano», aggiunge il Los Angeles Times. Dalla vigilanza sui voli alla prevenzione del bioterrorismo, dopo l'11 settembre gli americani hanno avuto una prima rivelazione: il mercato non può tutto. Per avere sicurezza bisogna chiamare in soccorso lo Stato. Bush rinnega l'ideologia ultraliberista, apre i rubinetti della spesa. Ma per ora lo Stato non risponde all'appello. È l'amara sorpresa di questi giorni: dopo una cura dimagrante di vent'anni, ricostruire poteri di governo e strumenti pubblici è una fatica titanica.

È un'impresa di lungo periodo, mentre i pericoli richiedono risposte istantanee.

Lo ammette anche The Wall Street Journal, giornale conservatore dell'establishment finanziario, di fronte all'allarmecarbonchio: «Il sistema sanitario americano è spremuto fino al limite delle sue capacità, e anche oltre». Bush vorrebbe costituire rapidamente una scorta di antibiotici per curare fino a dodici milioni di pazienti colpiti dal carbonchio. È pronto a stanziare 1,5 miliardi di dollari, le risorse finanziarie ci sono, ma la domanda inquietante è questa: ospedali e laboratori, quasi tutti privati, possono farcela? Una sanità fatta per curare una parte della popolazione - i pazienti solventi e muniti di assicurazione - trema sotto la pressione di un'emergenza nazionale. Occorre mobilitare ogni risorsa per proteggere l'intera collettività nazionale, ma il sistema non è dimensionato per una prova così grande. Lo stesso problema insidia un altro programma che la Casa Bianca sta studiando, cioè il ritorno ad una immunizzazione contro il vaiolo (abolita negli anni Sessanta per la scomparsa della malattia). Bush vorrebbe 20 milioni di dosi di vaccino in tempi rapidi. Ma le strutture sanitarie potranno vaccinare così tanta gente in poco tempo? È difficile.

Un paradosso dello «Stato minimo» è lo spettacolo offerto dagli aeroporti Usa. Subito dopo i quattro dirottamenti criminali fu chiaro il tragico fallimento dei controlli di sicurezza affidati ai privati: una conseguenza della deregulation aerea varata da Reagan negli anni Ottanta per ridurre le tariffe. Bush e il Congresso, repubblicani e democratici, in perfetta intesa bipartisan hanno stabilito che le ispezioni dei bagagli e la vigilanza negli scali devono tornare sotto un'autorità federale. Hanno stanziato 1,9 miliardi di dollari (che saranno ripagati dai passeggeri con una sovratassa sui biglietti) per rendere gli aeroporti meno vulnerabili. Ma chiunque voli in questi giorni nota che le nuove misure di sicurezza sono piene di lacune. «I controlli dei bagagli a mano sono distratti e occasionali - lamenta The San Francisco Chronicle - polizia, guardia nazionale e doganieri si muovono senza alcun coordinamento». Anche la promessa di mettere agenti in borghese su ogni volo per ora è fasulla: mancano i poliziotti.

Non sono bastati 6.000 morti per dare la sveglia? Non è cattiva volontà, è l'oggettiva difficoltà a ricostruire lo Stato dove non esiste più.

Per riportare sotto controllo pubblico la sicurezza degli aeroporti bisogna assumere 30.000 dipendenti. Addestrarli a nuove procedure accurate. Creare una struttura centrale che coordini le informazioni tra gli scali e l'Fbi.

Nell'attesa i controlli continuano a ricadere sulle vecchie strutture private, società di vigilantes che impiegano personale semianalfabeta, dequalificato, pagato meno dei camerieri di MacDonald. Quanto tempo ci vorrà perché subentrino davvero le autorità federali? Deregulation, riregulation; privatizzazione, rinazionalizzazione: tornare indietro non è facile. Gli economisti sanno cosa sono le asimmetrie (provate a rimettere il dentifricio nel tubetto; o a rifare le uova partendo dalla frittata), intanto il bisogno di sicurezza degli americani non trova risposte.

Un'altra soluzione invocata per aggirare la paura di volare è lo sviluppo dei treni ad alta velocità. Ma decenni di prosciugamento degli investimenti pubblici in infrastrutture hanno ridotto le ferrovie americane in condizioni comatose. Amtrak, l'azienda ferroviaria di Stato, è una caricatura.

Nella California, la zona più ricca del mondo, non esiste una linea diretta che colleghi le due città principali, Los Angeles e San Francisco: un'ora in aereo, dieci ore in treno.

Bush e il Congresso varano in fretta nuovi programmi di spesa pubblica.

Grazie ai bilanci in attivo accumulati nel boom degli anni 90, i mezzi non mancano. Tra nuove spese e sgravi fiscali la manovra di rilancio può arrivare a 180 miliardi di dollari. È la ricetta keynesiana per uscire dalla recessione. Ha un effetto positivo: sta evitando un crollo di fiducia dei consumatori e un panico in Borsa. Ma altra cosa è ricostruire lo Stato.

Nell'immediato la manovra Bush è un esercizio di natura diversa, che gli americani definiscono pudicamente Corporate Welfare: assistenzialismo al servizio delle imprese. Le compagnie aeree sono state le prime ad avventarsi sul bottino, la loro lobby ha ottenuto sussidi così giganteschi da far tremare le concorrenti europee. Le assicurazioni e altri settori del capitalismo americano vogliono imitarle, il Big Business usa l'allarme terrorismo per ottenere aiuti a spese del contribuente. Pur di uscire dalla recessione ogni mezzo è lecito, e addio ideologie. Reagan era solito dire agli americani: «Il governo non è la soluzione dei vostri problemi, è il vostro problema». Quanti secoli fa?

Federico Rampini

Vignetta di Altan
Vignetta di Altan da L'Espresso del 1 febbraio 2002
 
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da la Repubblica del 18 ottobre 2001

"L'AMACA"

Pare che molti dei sistemi di autodifesa disconnessi, siano disconnessi perché lo Stato costa, ed è pure fuori moda. Accadde già per la mucca pazza: lady Thatcher aveva licenziato un bel po' di veterinari pubblici, e al prione non sembrò vero approfittarne. Tra i «ben venga» di questa truce crisi, c'è dunque anche la scoperta che per badare a noi stessi non basta cucirsi sul petto uno scudo di carte di credito (alla Paco Rabanne).

Né vale la speranza illusoria che qualche company trovi profittevole debellare il terrorismo o spolverare via l'antrace dalle scrivanie. Non funziona così. Ci sono cure, premure, perfino premonizioni che possono scaturire solo da un pensiero pubblico, da un agire pubblico, da uno spendere pubblico. Lo Stato è una specie di famiglia: rompe, ficca il naso, impiccia i movimenti, ma è lei che invochiamo quando siamo in ginocchio, o anche, semplicemente, quando non sappiamo a chi far lavare la biancheria.

Michele Serra

 
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da la Repubblica del 7 novembre 2001

E l'America con la guerra rinnega il nuovo liberismo

La strana guerra dell'America non mette alla prova soltanto la sua «intelligence» militare, ma anche il suo modello economico, il «modello americano», e ne fa affiorare le vulnerabilità interne ed esterne. Quel modello, celebrato fino a ieri dai suoi profeti entusiasti, si è identificato con la globalizzazione: nel bene, ma anche e soprattutto nel male, nelle perturbazioni finanziarie e nelle tensioni economiche che essa determina tra paesi e tra gruppi sociali. Forse, come alcuni ritengono, questa negligenza americana nel prendersi carico degli aspetti negativi della globalizzazione è dovuta all'egoismo solitario dell'unica Superpotenza rimasta al mondo. Quando di Superpotenze ce n'erano due, gli americani sembrarono molto più pronti ad assumere i costi della loro egemonia. Alla fine della guerra, mentre l'Unione Sovietica saccheggiava e opprimeva le nazioni sottomesse, gli Stati Uniti pagavano i costi della ricostruzione europea e costruivano, con le istituzioni di Bretton Woods, quel sistema mondiale di cooperazione economica che favorì potentemente la crescita delle economie capitalistiche e l'avvento di una nuova belle époque. Quella strategia era fondata, certo, sull'economia di mercato, ma di un mercato moderato e regolato dalla politica: disciplina internazionale dei cambi, controllo dei movimenti di capitale; politiche macroeconomiche nazionali. John Maynard Keynes aveva segnato quelle politiche con l'impronta del suo genio.

La belle époque, però, finì a metà degli anni Settanta. I risorti capitalismi europei e giapponese avevano cominciato a sfidare l'America. E l'America reagì con la svalutazione del dollaro, sottraendosi per prima alle regole che aveva instaurato. All'interno dei paesi industriali avanzati le organizzazioni sindacali sfidarono le imprese capitalistiche con pressioni salariali che innescavano l'inflazione. Colpiti dalla svalutazione del dollaro, i paesi produttori di petrolio diedero una spallata, anzi due, al suo prezzo, assoggettando l'economia mondiale a una tassa che aggravava l'inflazione raddoppiandola con una depressione: la così detta stagflazione.

Il successivo quarto di secolo ha visto la controffensiva capitalistica, guidata dall'economia americana, svilupparsi attraverso due processi: una rivoluzione tecnologica che ha investito radicalmente l'organizzazione produttiva a vantaggio del capitale e a svantaggio del lavoro; e una gigantesca liberalizzazione dei movimenti internazionali di capitale: la globalizzazione, appunto. Contemporaneamente, i governi dell'Occidente, guidati dall'America, adottavano politiche monetarie rigide per domare l'inflazione, e promuovevano la ritirata strategica delle spese statali (quelle sociali soprattutto) e della pressione fiscale, dando il più ampio spazio possibile al risparmio e agli investimenti privati. Praticavano cioè una politica dell'offerta, nettamente antikeynesiana. Quanto alla domanda, oltre che agli investimenti privati fu affidata, in America, a un fenomeno del tutto nuovo. Le aspettative di profitto spingevano in alto i corsi delle azioni e il mercato finanziario diventava una fonte di aumento della ricchezza per grandi masse di cittadini, che attingevano a quella fonte per promuovere la loro spesa. Molto opportunamente questo meccanismo di autocombustione fu battezzato «modello Wall Street».

L'indubbio grande successo di questo modello suscitò attorno ad esso un entusiastico consenso; e indusse un certo numero di economisti a dichiarare ormai finito il ciclo economico (come altri dichiaravano finita la storia) e inaugurata la felice era di un capitalismo senza crisi. Questa ondata euforica dissimulava però due gravi magagne. La prima: i formidabili flussi finanziari generati dalla deregolazione dei capitali provocavano nel mondo una instabilità permanente, innalzando interi paesi per poi farli crollare, con la colpevole connivenza delle autorità «regolatrici»: del Fondo Monetario, anzitutto. Le crisi sudamericane, la grande crisi asiatica, provocarono conseguenze devastanti nei paesi che ne furono investiti (disoccupazione, drastici tagli dei salari) mentre le stesse autorità internazionali che avevano incoraggiato le banche alla sregolatezza intervenivano generosamente in loro soccorso.

Seconda magagna: una grave crescita della diseguaglianza dei redditi e della ricchezza, tra paesi e tra gruppi sociali, fuori e dentro l'America. In altri termini, il modello americano promuoveva una società del rischio e dell'ingiustizia. A un certo punto, proprio in America, rispuntò il maledetto «ciclo»: sotto forma di uno sgonfiamento della «bolla speculativa», insomma di una caduta del corso delle azioni, cui seguirono indubitabili segnali di rallentamento dell'economia, invano contrastati dalla banca centrale con mitragliate di ribassi dei tassi d'interesse: una decina in meno di due anni. E ciò, ben prima della tragedia di Manhattan.

Quest'ultima non poteva non provocare ripercussioni severe sulle aspettative della gente e quindi sulla tenuta dei consumi, che costituisce la garanzia essenziale della prosperità americana. E non potrà non mettere in crisi il «modello Wall Street». In due modi. Da una parte, spingendo in alto la spesa pubblica. Oltre a quelle militari, le esigenze della sicurezza comportano una ridondanza di investimenti: di sorveglianza, di trasporti, di disponibilità energetiche, di presidi sanitari, di protezione delle infrastrutture. D'altra parte, la comprovata inadeguatezza della politica monetaria, che è molto più efficace nello spegnere l'inflazione che nel risvegliare la domanda, sta rimettendo in auge la politica fiscale, il principale strumento della strategia keynesiana. L'amministrazione sta varando grandi programmi di spesa.

Torna dunque, Keynes? Torna, come è stato detto, il big government? Quel che pare certo, è che torni la politica, come in tutte le situazioni di emergenza. Ma non è del tutto improbabile che torni nella forma peggiore, sia dal punto di vista sociale che da quello autenticamente liberale: non nella forma del social welfare, ma in quella del business welfare: dei sussidi, dei puntelli, delle stampelle alle imprese. Nella forma, cioè, di quel capitalismo assistito, di quell'interventismo pervasivo, che aveva in gran parte promosso la «controffensiva» capitalistica e neoliberista. Un nuovo modello americano interventista e dirigista? Sarebbe un'amara replica della storia. Con tanti saluti ai profeti della deregulation.

Giorgio Ruffolo

 
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