da la Repubblica dell'8 novembre 2001

I musei ai privati: una ricetta sbagliata

L'ipotesi che l'articolo 22 della nuova Finanziaria possa aprire indiscriminatamente le porte a una gestione totalmente privata dei nostri musei ha destato, in Italia e all'estero, reazioni assai preoccupate.

Prima di dire perché quelle preoccupazioni sono ragionevoli, sarà bene premettere che l'apertura di credito ai privati nei nostri musei non è un'impresa del governo Berlusconi, ma al contrario è stata inaugurata nella stagione politica del centrosinistra. L'articolo 22 della Finanziaria infatti si riallaccia esplicitamente a provvedimenti legislativi del 1998 (fra cui la legge numero 368), che già prevedevano accordi fra ministero e soggetti privati «ai fini del più efficace esercizio delle funzioni del ministero e, in particolare, per la valorizzazione dei beni culturali e ambientali». Quel segnale fu subito raccolto dagli interessati; fra le varie iniziative, basti ricordare il convegno "La gestione dei beni artistici e culturali nell'ottica del mercato" che si tenne nel maggio del 1998 all'auditorium della Confindustria a Roma. Il governo di centrodestra sta dunque traendo (in modo, è vero, più spinto e più radicale) le conseguenze di un indirizzo a cui già il governo di centrosinistra aveva aperto la porta.

È molto interessante che, per far fronte alle evidenti crisi di gestione dell'amministrazione pubblica dei beni culturali, destra e sinistra si trovino di fatto ad avere (anche se con varianti significative) la stessa ricetta: passare la mano ai privati. Interessante, d'accordo: ma è anche una soluzione giusta e di pubblico vantaggio? È lecito dubitarne.

Il progetto di trasferire ai privati la gestione del patrimonio museale italiano, come si è visto, non è di per sé né di destra né di sinistra. Ciò dovrebbe essere un vantaggio, perché potrebbe aprire la strada a riflessioni non sugli schieramenti pregiudiziali, ma sul problema in discussione, davvero troppo importante per farne motivo di superficiali polemiche. Ora, se l'idea che siano i privati a gestire il patrimonio culturale ha tanto successo sia a destra che a sinistra, una ragione ci dev'essere: e la ragione è l'evidente squilibrio fra la funzionalità e l'immagine dei nostri musei e quelli degli altri Paesi, in particolare degli Stati Uniti, e l'idea che l'arretratezza del nostro sistema museale si guarisca d'incanto trapiantandolo nel magico mondo del privato, adottando di botto un «modello americano».

È una diagnosi superficiale. Prima di tutto, perché è sempre sbagliato tentare di riformare le istituzioni di un Paese adottando modelli elaborati in un'altra realtà storicopolitica, e ancor più sbagliato prelevarne dei segmenti, pretendendo che poi l'intero sistema cambi, e cambi in meglio. Ma ci sono ragioni più profonde. Come nessun Paese al mondo, prima di ogni altro Paese al mondo, l'Italia ha avuto coscienza del legame profondo fra la propria storia culturale e il proprio futuro. Ho detto «l'Italia», e avrei dovuto dire le Italie, gli Stati italiani preunitari, in molti dei quali, dalla Roma pontificia all'editto Pacca e agli Stati borbonici del Sud, ai ducati emiliani, al «Patto di famiglia» Medici-Lorena che legò per sempre a Firenze i beni artistici della corona granducale, la consapevolezza che il patrimonio doveva essere difeso legandolo al territorio è stata precocissima e acuta.

Il sistema inaugurato dallo Stato unitario italiano, di soprintendenze territoriali, fu assolutamente all'avanguardia, ed ebbe il merito indiscusso di legare l'opera d'arte individuale al contesto fisico, geografico, storico e culturale da cui essa nacque. Concepire come un tutto unico la conservazione dell'ambiente, del paesaggio, delle città, degli edifici, dei quadri, dei manoscritti: come una rete che ci avvolge, che ci identifica. È questa la vera unicità italiana che va coltivata, preservata, migliorata sia perché essa riguarda l'identità nazionale come bene prezioso da non perdere, sia perché è essa stessa un fattore di attrazione e di competitività, e dunque ha una rilevanza economica. Opposta è la situazione dei musei americani, le cui collezioni non nascono dal loro territorio ma da acquisti sul mercato: perciò si capisce che in quel sistema i musei possono non solo comprare, ma anche vendere.

I musei americani non sono musei pubblici gestiti dai privati, sono totalmente privati, sia per proprietà che per gestione. La sola eccezione rilevante, a parte il sistema dei parchi nazionali, è la National Gallery of Art di Washington, anch'essa di origine privata, ma donata al popolo americano e aperta nel 1941. Proprietà privata non vuol dire però che questi musei siano indirizzati al profitto: per fare un esempio, il Getty Museum di Los Angeles si visita senza pagare il biglietto, e se lo può permettere perché il lascito di J. Paul Getty è stato non solo abbondante, ma anche molto ben investito.

Quel sistema privato si basa dunque sull'esistenza di fortissimi capitali privati investiti in cultura con uno spirito mecenatesco (incoraggiato certo anche dal sistema fiscale) del quale non è facile trovare paralleli in Italia.

È in quel quadro, e non sovrapponendosi a un sistema pubblico che tutti riconoscono invecchiato, che la gestione privata può mostrarsi dinamica ed efficace. Nel sistema previsto dalla Finanziaria 2002, al contrario, il privato interviene non con intenti mecenateschi, ma solo se gli conviene, cioè deve trarre un profitto dalla gestione del museo. Come può farlo? Solo pochissimi musei (gli Uffizi e pochi altri) hanno un numero di visitatori che consenta introiti significativi. E gli altri? Bisogna ipotizzare che un futuro governo (di destra o di sinistra) li tagli come altrettanti rami «secchi»? O bisogna ipotizzare che la gestione «dinamica» dei musei si traduca prestissimo, per produrre un attivo di cassa, in un loro uso improprio e straccione per offrire una cornice di prestigio a pranzi sociali, feste aziendali, prime comunioni, spot pubblicitari?

Non mancano, ahimè, segnali inquietanti in tal senso. E che ruolo avrebbero la ricerca e la conservazione in un sistema a cui, come recita la Finanziaria, lo Stato potrà «concedere a soggetti privati l'intera gestione del servizio concernente la fruizione pubblica dei beni culturali»?

Due raccomandazioni. Primo, ricordiamoci della tradizione italiana, e ricordiamoci che l'Italia è in Europa. Ci sono in Europa musei pubblici estremamente dinamici (basti pensare al Louvre o ai musei di Berlino): perché non guardiamo a questo modello vicino, affine storicamente, e per di più nel quadro della Comunità europea, invece che a un astratto modello americano? Perché non ci chiediamo come mai la Spagna di Aznar, dopo aver ipotizzato un ingresso dei privati al Prado simile a quello della nostra prossima Finanziaria, è tornata alla gestione pubblica? Secondo: per chiunque abbia a cuore il nostro patrimonio culturale, la vera priorità dovrebbe essere la concezione dei musei come luoghi di ricerca e di educazione, che elaborino strategie di conoscenza e accesso al proprio patrimonio sia per gli specialisti, sia per il grande pubblico. È solo in questo contesto che ha senso organizzare mostre, troppo spesso fatte con tanta mondanità, ma con danno delle opere esposte e poco frutto per il pubblico.

I musei come fonti di conoscenza e centri di ricerca organicamente connessi alle università, ad altri musei e centri di ricerca in Italia e fuori: questa è la direzione che andrebbe attivamente perseguita.

Questo è l'interesse dei cittadini italiani, che sono i proprietari del nostro patrimonio museale. È possibile che lo facciano i privati? Che cosa hanno fatto finora per stimolare e finanziare la ricerca in questo campo? O la vera urgenza non è invece solidificare, ridefinire e rilanciare il sistema pubblico di conservazione, tutela e conoscenza del patrimonio artistico-culturale, per avere un quadro solido in cui anche i privati, con regole certe, possano operare?

Salvatore Settis

 
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da FAMIGLIA CRISTIANA nº 47 del 25 novembre 2001

Una scelta inquietante

La flessibilità non può essere a senso unico

L'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori stabilisce che il dipendente di una impresa con più di 15 addetti, ingiustamente licenziato, ha il diritto a essere reintegrato nel suo posto di lavoro. Il giudice che riconosce tale diritto condanna altresì il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal dipendente dal giorno del licenziamento fino a quello dell'effettiva riassunzione. Si tratta evidentemente di una norma che tutela il lavoratore rispetto a comportamenti immotivati e soprattutto discriminatori in funzione del sesso, delle idee politiche, della militanza sindacale. Una norma quindi che garantisce e difende la libertà, la dignità e anche la sicurezza del singolo lavoratore.

Il Disegno di legge delega approvato nei giorni scorsi dal Governo sospende "provvisoriamente" per un periodo di quattro anni questa garanzia e la sostituisce con un risarcimento monetario. Ciò con riferimento ad alcune situazioni specifiche, quali l'emersione dal lavoro nero, la trasformazione a tempo indeterminato del contratto di lavoro, lo sviluppo occupazionale della piccola impresa oltre il limite di 15 dipendenti.

In tutti gli altri casi viene poi sancita la possibilità di ricorrere, anziché al giudice, a un arbitro che sceglie tra reintegro o indennizzo senza dover tenere conto delle leggi e dei contratti.

Siamo in presenza di un provvedimento estremamente grave e inquietante da un punto di vista politico e nel contempo inefficace rispetto agli obiettivi che vorrebbe conseguire. E col quale si viene a legittimare un abuso (l'ingiusto licenziamento) che abuso resta, anche se si provvede a risarcirlo in termini monetari. Nel contempo si creano le premesse per il progressivo smantellamento di un assetto legislativo che, con lo Statuto dei lavoratori, ha esteso i diritti di cittadinanza e di libertà anche nei luoghi della produzione.

Un provvedimento contraddittorio

la logica su cui si fonda il provvedimento sembra dettata da un disegno di progressiva "individualizzazione" del rapporto di lavoro, con lo stravolgimento delle rappresentanze collettive dei lavoratori, che finirebbero per essere depotenziate rispetto all'Esecutivo e al potere dell'impresa. Si comprende così la ritrovata convergenza delle organizzazioni sindacali nel difendere l'articolo 18 in quanto non è al momento configurabile un'alternativa di tutela altrettanto efficace e unificante del lavoro e rispettosa della dignità della persona.

Il provvedimento appare poi contraddittorio e incongruo rispetto agli obiettivi dichiarati. Da un lato vorrebbe ridurre la precarietà connessa a situazioni lavorative irregolari, atipiche, fragili; dall'altro la reintroduce, permettendo forme di licenziamento immotivate e ingiuste. Si dice che tutto ciò è necessitato dall'esigenza di introdurre flessibilità nel nostro apparato produttivo onde renderlo più forte sui mercati.

Ma di quale flessibilità abbiamo effettivamente bisogno? Non di quella a senso unico, che si scarica esclusivamente sul lavoro, sulla sua retribuzione, lasciando immutato tutto il resto. Serve piuttosto la flessibilità che si lega all'innovazione, alla creazione di nuovi prodotti e di nuovi servizi, alla valorizzazione delle risorse umane e non alla loro penalizzazione.

È in questa direzione che dovrebbero muoversi gli interventi del Governo, gli sforzi delle imprese, l'impegno del sindacato perseguendo fino in fondo la strada della concertazione e del dialogo sociale per vincere la sfida della competitività, salvaguardando e sviluppando la quantità e la qualità dell'occupazione.

Lorenzo Caselli
Preside della Facoltà di Economia dell'Università di Genova

 
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da la Repubblica del 26 gennaio 2002

Un mercato degli inganni: è il crack del sistema Usa

SAN FRANCISCO - «È il più gigantesco scandalo nella storia del capitalismo americano. La Enron era il supermercato di tutti gli inganni e di tutti gli abusi possibili, il suo crack è una vera crisi di sistema nel cuore degli Stati Uniti. Se queste frodi continuano ad essere consentite, assisteremo a una crisi del capitalismo provocata dalle stesse grandi imprese. La nostra economia di mercato vive di competizione e di libertà, muore se viene soffocata dai monopoli in collusione con la politica». Parla Ralph Nader, che del Big Business americano è da quarant'anni l'avversario più tenace. Negli anni Sessanta, giovane avvocato sconosciuto, inventò da solo la tutela dei consumatori, trascinò in tribunale poteri forti come la General Motors, vinse cause miliardarie e leggi in favore dei cittadini (dalla cintura di sicurezza in poi, molte norme sono state imposte alla grande industria nel mondo intero in conseguenza dei processi di Nader). «Ma oggi - dice Nader - quelle mie vittorie sarebbero impossibili. Il Congresso, la Casa Bianca, sono molto meno ricettivi di allora, sono dominati dagli interessi dell'establishment». Idolo del movimento no-global, il paladino dei consumatori fu protagonista nel 2000 di una sfortunata campagna elettorale come candidato presidenziale dei Verdi: ottenne meno del 4% dei voti, e fece perdere la Casa Bianca ad Al Gore. Ma la bancarotta Enron, che con il suicidio del vicepresidente John Baxter si tinge anche di tragedia, riporta alla ribalta le campagne di Nader: contro gli abusi di potere delle grandi aziende, e contro la corruzione del denaro nella politica.

Perfino il governatore della vostra banca centrale, Alan Greenspan, ha parlato di «distruzione della fiducia» dopo la bancarotta Enron. Che cosa non ha funzionato?

«Non ha funzionato niente, è saltato proprio tutto. Il crack della Enron è il collasso generale delle norme che regolano i mercati, dei guardiani che dovrebbero applicarle e vigilare, delle istituzioni federali. Ed è una sconfitta terribile per la nostra democrazia: è ufficiale e noto a tutti che il 50 per cento dei deputati e il 75 per cento dei senatori, repubblicani e democratici, hanno ricevuto finanziamenti dalla Enron per le loro campagne elettorali».

Forse proprio perché ci sono di mezzo tutti, lo scandalo almeno finora non ha destabilizzato l'Amministrazione Bush. E poi il presidente e i suoi collaboratori dicono: in cambio dei suoi finanziamenti la Enron non ha ricevuto favori, quando è andata in crisi non abbiamo fatto nulla per aiutarla.

«Sì, ne vanno orgogliosi, si vantano di non avere mosso un dito. Ma in quella inerzia c'è una delle loro responsabilità più gravi. Sappiamo, per ammissione di tutti i diretti protagonisti, che ai vertici dell'Amministrazione Bush sono giunte molte telefonate dai top manager Enron per avvisare che la situazione stava precipitando. Gli uomini della Casa Bianca si sono tenuti le informazioni per sé, mentre avrebbero potuto allertare la Sec (l'organo di vigilanza sulla Borsa), la giustizia, i fondi pensione. Hanno lasciato che i dipendenti andassero allo sbaraglio, in migliaia sono stati licenziati e hanno perso anche tutta la pensione».

Quali difetti vede nelle regole e nei controlli? Com'è stato possibile che i manager della settima azienda d'America abbiano distrutto 63 miliardi di dollari di ricchezza di colpo, senza che scattassero allarmi e contromisure?

«Questo disastro impone riforme urgenti sui mercati finanziari. Devono cambiare le regole dei fondi pensione, i cosiddetti 401k, che hanno consentito un'accumulazione di rischio assurda: la pensione non deve dipendere dall'andamento in Borsa del proprio datore di lavoro; oggi è due volte più vulnerabile il dipendente, in caso di fallimento perde lavoro e risparmio previdenziale. Vanno riformati i poteri di controllo e vigilanza della Sec, le regole contabili, i doveri dei revisori di bilancio. Le leggi per la protezione del risparmiatore devono consentirgli di farsi risarcire i danni dai consiglieri d'amministrazione. Poi c'è la disfatta generale di un'intera categoria che campa amministrando i risparmi degli americani: le banche, i fondi comuni, i loro analisti finanziari che non hanno mai visto nulla. The Wall Street Journal periodicamente esamina i consigli dei maggiori analisti finanziari, e li confronta con i risultati di investimenti fatti lanciando a caso delle freccette sulle pagine con le quotazioni delle azioni. Metà delle volte il risultato delle freccette è migliore. Perché non licenziano gli analisti e assumono al loro posto le freccette?».

Chi ha perso lavoro e pensione, e i piccoli risparmiatori defraudati, ora scoprono che una parte delle ricchezze Enron sono servite a finanziare campagne elettorali.

«E tutt'e due i partiti hanno le mani nella marmellata. Anche il partito democratico è in mano agli uomini più legati alla grande industria. Capisci che qualcosa si è guastato nel sistema politico americano, quando vedi che i mass media denunciano frodi e inquinamenti, ma non cambia nulla. Non parlo di stampa di sinistra ma del Wall Street Journal, New York Times, Business Week, Time. Le loro denunce non servono perché il potere dei grandi gruppi è impermeabile, la democrazia si sta indebolendo. In un sistema equilibrato le imprese producono ricchezza e la democrazia garantisce giustizia; a ciascuno il suo. Ma quando i Frankenstein del nostro capitalismo come la Enron esercitano un'influenza indebita sulla politica, espropriano la sovranità dei cittadini e li esautorano da tutte le grandi scelte. Il risultato è che l'America ha pochissimo Welfare State per tutelare i più deboli, ma ha tanto Corporate Welfare: aiuti alle grandi aziende a spese del contribuente».

Lo shock Enron sbloccherà le proposte di riforma dei finanziamenti elettorali?

«Qualcosa si muove, forse passerà la proposta del senatore John Mc Cain per proibire la soft money (i finanziamenti oggi consentiti ai comitati elettorali dei partiti). Sarebbe un primo passo, ce ne vorranno altri. L'importante è che i cittadini capiscano che in questo sistema i rappresentanti che mandano in Parlamento non rappresentano chi li ha votati, ma chi sta già versando i fondi per la loro rielezione...».

Federico Rampini

 
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da LA STAMPA del 10 febbraio 2002

"No al ricatto della flessibilità"

«Servono regole, non liberismo selvaggio». Questo il monito del cardinale Carlo Maria Martini a tutti i soggetti che si occupano di mercato del lavoro, dagli imprenditori ai sindacati, alle istituzioni, agli stessi lavoratori. Occasione dell'appello è stata la XXI Giornata della Solidarietà, nell'ambito della quale ieri era stato organizzato a Milano un convegno dedicato appunto al tema «Flessibilità e precarietà del lavoro oggi». Martini, in un lungo e articolato intervento, ha sottolineato, richiamando le parole del Papa, che bisogna rifarsi ad una corretta gerarchia dei valori se si vogliono trovare regole adeguate ai tempi nuovi. Come ha scritto il Papa, «il primo fondamento del valore del lavoro è l'uomo stesso». Non il capitale, dunque, ma la persona. Secondo Martini, dunque, «servono regole, non liberismo selvaggio. La flessibilità può essere significativa quando è libera e concordata. Ma temo che oggi tale flessibilità venga imposta come ricatto». È la persona, dunque, che deve essere al centro di ogni riflessione. Invece la flessibilità secondo il Cardinale sta facendo emergere «aspetti di precarietà finora poco avvertiti che mettono in difficoltà milioni di persone, i loro ritmi, le loro aspirazioni e il loro futuro». «Anche se mi rendo conto che i cambiamenti, soprattutto quelli strutturali, non sono mai indolori - ha detto - tuttavia va cercata con urgenza una nuova stabilità».

 
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da FAMIGLIA CRISTIANA nº 9 del 3 marzo 2002

Posto di lavoro o terno al lotto?

Tre storie di ordinario precariato, anzi di normale sfruttamento. Giovanni ha 36 anni, s'è diplomato in violoncello a Santa Cecilia, insegue invano un posto in orchestra o una cattedra di musica, e intanto lavora a cottimo in un call center, quelli che offrono via telefono servizi o beni di consumo. Se l'utente riattacca subito, la telefonata diventa "rifiuto intervista" e a Giovanni non viene pagata, mentre più minuti passano più gliela pagano: da 1.700 lire per un "contatto utile" fino a 3.500 lire per "intervista completa" (dico in lire e non in euro perché finora è stato così). Può guadagnare al mese da 800 mila lire fino a un milione e due. Non ha un minimo fisso garantito né pensione e liquidazione. Il suo contratto si chiama Ccc, cioè di collaborazione coordinata continuativa; scade ogni tre mesi; alla scadenza Giovanni cerca il suo nome sul computer, se non lo trova se ne sta a casa. Dice: «La tristezza è che devi chinare la testa perché altro non trovi, ti abitui alla precarietà e campi alla giornata».

Carla prende a 23 anni il diploma di tecnico di laboratorio ed entra in un centro di analisi della Croce Rossa come "volontaria", cioè otto ore al giorno senza paga. Dopo tre anni ottiene i contratti trimestrali, cioè tre mesi a paga e nove gratis. Occorre un altro decennio perché il trimestrale si trasformi in contratto di lavoro autonomo, ma senza pensione né liquidazione. Infine, dopo battaglie sindacali insieme ad altri colleghi, Carla riesce a farsi assumere. Ha alle spalle 17 anni di lavoro pieno, però la carriera e il calcolo della pensione cominciano solo ora che è quasi quarantenne. Dice: «Ti rassegni e perdi la fiducia nelle tue possibilità di crescita».

Giorgio lavora in Rai da 15 anni come Td, cioè con un contratto a tempo determinato, nove mesi di lavoro e tre di riposo. A ogni rinnovo, firma insieme contratto e licenziamento. Come lui in Rai ce ne sono tanti, registi, programmisti; autori, talenti mortificati che qualcuno chiama "i cronici". Potrebbe ricorrere al pretore del lavoro, che obblighi la Rai ad assumerlo. Ma un avvocato costa almeno 20 milioni per una causa che dura sui tre anni, e intanto resti disoccupato: si capisce che l'azienda non rinnova il contratto a chi la cita in giudizio. Dice Giorgio: «Come posso sposarmi, avere figli? Le mie colleghe resistono sullo stipendio del marito».

Di lavoratori così se ne contano a milioni, in un Paese dove il posto non è un diritto ma un terno al lotto. Eterni supplenti, dipendenti in nero, "affatturati", cioè pagati a fattura. Privi di progetti, costretti a vivere con i genitori fin oltre la trentina, umiliati da chi guarda solo al proprio privilegio di avere comunque un posto. E in più la vergogna di sentirsi inutili, il dolore per anni sprecati, la mortificazione di farsi sgomitare dai più giovani e combattivi. Il lavoro non è solo pane, ma soprattutto crescita interiore. Mi scrive una lettrice di Rovigo: «Dobbiamo impegnarci perché la dignità di chi lavora non venga calpestata e la gente non sia condotta alla disperazione o verso forme di egoismo in cui ognuno lotta per la sopravvivenza contro un altro che aspira al suo posto».

In un intervento del 9 febbraio scorso, il cardinale Carlo Maria Martini ha detto: «Temo che oggi la flessibilità venga imposta come ricatto... Emergono aspetti di precarietà che mettono in difficoltà milioni di persone, i loro ritmi, le loro aspirazioni, il loro futuro». Chi ascolterà questo allarme?

Franca Zambonini

 
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da Avvenire del 14 aprile 2002

Cameriera o commessa: negli States sei povera

Una sociologa americana ha provato a condividere la vita di chi ha una «paga da fame»

Gail, cameriera in Florida, abita in un furgone: felice perché il proprietario dell'albergo per cui lavora le ha consentito di lasciarlo nel parcheggio interno, «un posto sicuro, con le guardie giurate che sorvegliano la notte». Gail guadagna 2,13 dollari l'ora (meno di 5 mila lire, al cambio): per legge in Usa si può pagare così il lavoratore addetto a mansioni «suscettibili di mance». Con le mance, Gail raggiunge ai 5,15 dollari l'ora. Non può permettersi una casa. Il fidanzato di Marianne invece, non può permettersi gli antibiotici per curarsi l'infezione al piede che ha contratto sul lavoro: così è stato licenziato.

Melissa è commessa a Wall-Mart, la catena di grandi magazzini popolari (875 mila dipendenti, e nessun sindacato): 11 ore al giorno a 7 dollari l'ora, straordinari non pagati, sta attentissima ai prezzi: il giovedì mangia alla tavola calda il "piatto scontato" di 68 cents (1400 lire).

Sono quelli che in Usa si chiamano i working poors: poveri al limite della sopravvivenza benché abbiano un lavoro, di cui la sociologa Barbara Ehrenreich ha provato a condividere la vita. Come si campa con 5 o 7 dollari l'ora, la paga del 30 per cento della forza-lavoro americana? È la domanda a cui risponde il suo libro-inchiesta: Una paga da fame (Feltrinelli, 164 pagine, 13,50 euro).

Cameriera a Key West, non riesce a pagarsi l'alloggio in roulotte (soluzione economica di molti lavoratori poveri) a 675 dollari il mese. Donna delle pulizie nel Maine (dipendente di un'agenzia che la paga 7 dollari l'ora e ne addebita 25 ai proprietari delle case da pulire) deve prendere un secondo lavoro nei week-end per consentirsi una stanza in un motel (65 dollari a settimana da dividere con una coinquilina) il cui bagno non sia allagato di liquami. Altre sue colleghe pagano 19 dollari a notte per una branda in un dormitorio comune: in genere, la ricerca affannosa di un alloggio per i lavoratori poveri in America apre a squallori e coabitazioni sovietiche, con ritmi di lavoro turbo-capitalistici: 12 ore al giorno, sabato e domenica compresi.

Il vestiario è un altro problema: presentarsi al lavoro puliti quando si dispone di una o due t-shirts e pantaloni, in camere d'affitto, è una lotta senza speranza. Forse per questo i datori di lavoro forniscono le divise (a volte trattenendo il dovuto sulle paghe). Il cibo, in un Paese dove mangiare costa quasi nulla, è un altro problema. «Mi cucino il pasto di mezzogiorno...svizzere di pollo al formaggio fuso e fagioli in scatola». Alcune colleghe, ragazze-madri, patiscono la fame. E ricorrono regolarmente ai buoni-pasto di Stato assistenziali (food stamp), con cui si possono acquistare alimenti di base nei supermercati, o - più umiliante - chiedono pacchi-dono degli enti caritativi. Nel suo, Barbara trova «un pezzo di sapone, un deodorante, caramelle, biscotti, una confezione da mezzo chilo di carne in scatola che, non avendo il frigo, dovrei consumare tutta in una volta».

Perché i lavoratori poveri sono esclusi dai lussi di massa americani: frigo, aria condizionata, auto propria. Quanto all'alimento-base, pare consistere in sandwich e in pane spalmato di burro d'arachidi, di costo nullo, ricco di calorie e privo di ogni altro valore nutritivo. Quasi tutti i colleghi e le colleghe di Barbara hanno la salute rovinata, e non dispongono dei mezzi per curarsi né i denti, né il diabete o l'artrosi.

«I poveri», dice ad un certo punto la sociologa, «sono scomparsi dalla nostra cultura, dal linguaggio politico, dall'elaborazione intellettuale come dai programmi televisivi». Eppure chiunque sia stato in Usa s'è visto circondato da questi camerieri slavi, donne delle pulizie messicane, tassisti nigeriani: sono loro che rendono così comoda (a chi ha soldi) la «società dei servizi» americana, e sono i loro salari da fame a rendere infinito l'apparente boom economico americano, che retribuisce il capitale tanto più del lavoro. Ma gente troppo affannata nel doppio lavoro, troppo assillata dal problema della cena, non può né alzare la voce, né ribellarsi né organizzarsi. Forse è questo il grande trucco su cui si regge tutto.

 
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da Espresso del 16 maggio 2002

Il cardinale controcorrente

Una riflessione non ovvia sulle prospettive dello schieramento antiberlusconiano potrebbe far tesoro delle parole che il cardinale Carlo Maria Martini ha dedicato al lavoro, in occasione del Primo maggio. Per poi metterle a confronto con la retorica di Silvio Berlusconi a proposito del mercato.

L'arcivescovo di Milano ha svolto una critica alla "ideologia" del lavoro, inteso come una sfera che tende a occupare ed esaurire nichilisticamente tutti gli ambiti di vita. Il presidente del Consiglio ha dichiarato che «le forze morali, sane e buone del mercato sconfiggeranno le forze conservatrici», cioè quelle che si oppongono alle riforme del centrodestra.

L'umanesimo del cardinale costituisce una delle pochissime voci in controtendenza che sia dato di ascoltare oggi, non solo nella chiesa. Forse che anche Martini è un reazionario, rispetto alla vulgata liberista, un conservatore fuori moda? Di sicuro la sua visione è radicalmente diversa rispetto al discorso marcatamente ideologico di Berlusconi.

L'ideologia berlusconiana infatti rispecchia un'immagine settecentesca del capitalismo, una nozione classica, smithiana, in cui la logica del mercato pone l'individuo entro una competizione che premia la moralità dell'operare, l'efficienza produttiva e la creatività commerciale. Si dà il caso tuttavia che non siamo nel Settecento di Adam Smith e neanche nel Novecento di Max Weber. Siamo nella realtà postmoderna del caso Enron, del tracollo dell'Argentina, e (con un piccolo sforzo di memoria) anche dell'oligopolio illegale di Tangentopoli.

Per questo risulta mitologico l'assunto che la moralità del mercato sia un valore preordinato: è solo il prodotto, difficile, faticoso, approssimato, garantito dal presidio delle regole.

Il libero mercato di cui parla Berlusconi è un'astrazione pubblicitaria. Mentre il lavoro su cui riflette il cardinal Martini non è solo una funzione del mercato, un fattore della produzione o una derivata della competitività, bensì un aspetto della personalità umana e una forma dello sviluppo generale di una società.

Dietro il glamour accademico e forzista dell'economia flessibile c'è la condizione precaria del lavoro contemporaneo. Cioè l'interinale, il rapporto a termine, la collaborazione non contrattualizzata, l'attività dequalificata trasformata in partita Iva. Tutti strumenti utili ad assicurare l'adattabilità degli apparati produttivi alle esigenze del ciclo, ma drammaticamente inefficaci per consentire agli individui di programmare la loro vita.

Fra la moralità enunciata dal Cavaliere e l'etica raccomandata dal cardinale c'è una distanza incolmabile: o meglio, uno spazio che si può colmare soltanto con un programma politico. Che abbia come centro non tanto l'imitazione fiacca del ricettario liberista quanto il perseguimento di un profilo di società desiderabile. Già, un programma di centrosinistra: quell'idea di sviluppo socialmente compatibile che fra risse di coalizione e accecamenti personalistici è sfumata nei ricordi.

Edmondo Berselli

 
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da Il Venerdì di Repubblica del 21 giugno 2002

Il tempo delle svendite

Adesso sappiamo come funzionerà la machiavellica del governo per mantenere la promessa riduzione delle tasse: venderanno l'argenteria di famiglia. È una trovata da commercialista più che da economista. Nella loro lunga esperienza di evasori fiscali, imprenditori e politici si sono convinti che per risolvere i problemi seri del paese basti darsi all'ingegneria finanziaria, giocare su fusioni e privatizzazioni. Come si poteva risolvere il rebus di ridurre le tasse non avendo in cassa i soldi? Ce lo spiega il ministro Tremonti: vendere immobili, demanio, Enel, Eni e, a quanto pare, anche Poste e Ferrovie. Ai nostri governanti deve essere sfuggito che manovre analoghe in altri paesi hanno avuto esiti disastrosi, come la serie di incidenti ferroviari nell'Inghilterra privatizzata dalla Thatcher o i blackout dell'energia elettrica nell'America della privatissima Enron.

Sono anni che i privatizzatori di casa nostra denunciano i ritardi che impediscono al privato di trionfare e piangono se questa o quella azienda di Stato non fa presto a mettersi in liquidazione, ma quale è il rendiconto finale? È che il pubblico viene demolito e il privato non funziona, è che le poche grandi imprese private, dalla Olivetti alla Fiat, dalla Pirelli all'Edison, rischiano la bancarotta, si indebitano mentre con sadica tenacia si obbligano grandi aziende pubbliche a cedere le proprie competenze accumulate in mezzo secolo, come le centrali dell'Enel, per avventurarsi in rischiosi investimenti telefonici o comperando all'estero produzioni di energia in Italia dismesse. Il risultato è che l'industria italiana è in calo nelle funzioni fondamentali, produzione di beni e ricerca, e si dedica ad acrobazie finanziarie, prive di coperture.

Ogni giorno arrivano notizie che un Colaninno o uno Gnutti si sono scambiati un gatto da un miliardo con due gatti da cinquecento milioni, non mancando di attribuirsi generose stock option. Certo tutto questo consente arricchimenti rapidi per i manager, ma come gamberi camminiamo alla rovescia, distruggiamo il grande lavoro e le strutture forti dell'industria di Stato, torniamo alle discussioni nella Consulta del primo dopoguerra in cui i privati erano per la subalternità agli Stati Uniti e per i buoni affari come rappresentanti di licenze straniere. I Vanoni e i De Gasperi, che in quegli anni sostennero l'Eni e l'Enel, non hanno lasciato eredi.

Giorgio Bocca

 
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da la Repubblica del 29 giugno 2002

L'AMACA

Se ho bene interpretato l'autorevole "Stampa", il nuovo amministratore delegato della Fiat è un mago della finanza ("creatore di valore", una di quelle fascinose definizioni con le quali il latinorum aziendalista ammanta il prosaico gioco dei quattrini). Un profano, come me, avrebbe pensato a uno che sa come si fanno belle automobili. Ma non funziona più così, da tempo. Ai vertici delle aziende non salgono più gli artefici del fare, ma gli intellettuali della finanza, che difatti dicono tranquillamente la loro, e decidono, sia che si fabbrichino gelati sia che si fabbrichino ombrelli.

Immagino che questo accada per ragioni solide e motivate, ma non riesco a levarmi dalla testa l'idea che il prodotto, nel capitalismo moderno, non sia più in cima ai pensieri di chi conduce le danze. È come se il ciclo produttivo avesse perduto la sua materialità, e il prodotto la sua centralità, diventando solo una delle variabili di un gioco che si gioca soprattutto altrove, nelle alchimie della finanza. E l'idea che la crisi di una fabbrica d'automobili si risolva creando grandi automobili è, evidentemente, un'idea d'altri tempi.

Michele Serra

 
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